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L’importanza di una prassi

Quello del 2021 sarà il secondo Primo Maggio al tempo del COVID. La risposta padronale alla pandemia, nata e cresciuta all’interno delle logiche di stato e capitale, è stata quella che ben conosciamo: tentare in tutti i modi di salvaguardare la capacità di accumulazione di capitale, scaricare il costo della crisi di consumo e produzione sugli stessi sfruttati, misure, come quelle dei coprifuoco, assolutamente inutili ai fini sanitari ma funzionali per salvaguardare l’idea di ordine. L’immissione di consistenti finanziamenti all’industria farmaceutica ha permesso di ottenere in tempi rapidi più vaccini ma la guerra commerciale che si è scatenata tra le varie aziende, con i loro relativi addentellati negli stati, ne ha inficiato la distribuzione. È la logica delle merce, non ce ne stupiamo.

Settori come quello della logistica hanno visto l’avanzare di importanti lotte: nei poli logistici del Settentrione migliaia di lavoratori, nella stragrande maggioranza stranieri sottoposti al ricatto del permesso di soggiorno, portano avanti scioperi e picchetti per imporre al padronato non solo migliori condizioni economiche ma migliori condizioni di lavoro: distribuzione dei DPI a carico delle aziende (o delle cooperative), orari che rispettino le esigenze dei lavoratori, riorganizzazione degli spazi per evitare assembramenti. Il padronato ha scatenato contro di loro la violenza di squadracce private, come nei giorni scorsi nel piacentino, e di polizia e carabinieri. I sindacati padronali hanno organizzato manifestazioni a sostegno dei padroni e crumiraggio.

La retorica dell’«andrà tutto bene», della ricostruzione nazionale, dei sacrifici per la ripresa si scontra con la realtà dei fatti. Una realtà fatta di sfruttamento, repressione, stragi. La retorica che la classe dirigente cerca di fare passare è un tentativo di intruppare i proletari sotto le bandiere nazionali in nome della ricostruzione economica.

Le carte in tavola sono cambiate velocemente. Dopo anni di dottrinario rispetto della mitologia neoliberista sono riprese le iniezioni di fondi pubblici nell’economia. I recovery plan parlano di investimenti pubblici, di scostamento di bilancio, di debito pubblico, di spese espansive. L’ala sinistra del capitale, imbevuta di ideologia keynesiana e di statalismo da socialismo reale fuori tempo massimo, gioisce perché vede confermate le sue tesi: solo lo stato potrà salvarci.

Non è così. Quello che potrà fare lo stato sarà solo preparare i prossimi massacri.

Gli stati sono l’organizzazione territoriale della classe dominate. Sono necessari al mantenimento del dominio di classe. Creano i rapporti di forza per irreggimentare la popolazione non solo per l’oppressione economica ma anche per rendere possibile razzializzazione e sessismo.

Negli ultimi anni abbiamo potuto vedere i mezzi di informazione spingere verso forme di nazionalismo revanchista. La povera Italia, grande proletaria d’Europa, che vede le sue legittime necessità di uno spazio vitale in Africa asfissiate dalle perfide manovre dei cugini d’oltralpe. La povera Italia che subisce il giogo franco-tedesco dell’Unione Europea.

Come se lo stato italiano non fosse il responsabile della spoliazione delle risorse petrolifere libiche; come se la Salini, vanto e orgoglio dell’industria italiana, non avesse appena contribuito ad acuire la crisi idrica sul bacino del Nilo; come se l’ENI non fosse responsabile dell’ecocidio nel Delta del Nilo.

Come se l’esercito italiano non fosse silenziosamente penetrato nell’area subsahariana per posizionarsi in punti chiave del passaggio di uomini, merci e risorse. Come se l’Italia non fosse tra le prime dieci potenze mondiali.

Sotto lo stemma della Repubblica Italiana si dovrebbe scrivere “Chiagni e fotti”. Magari in italiano aulico per onorare la memoria del sommo poeta Dante. O in latino, per ricordare i fasti dell’Impero Romano.

Un simile ritorno di fiamma del nazionalismo – ma se ne era davvero mai andato? – lo possiamo apprezzare anche in altre parti del globo terracqueo. Dall’Egitto con la sua giunta militare che organizza pacchiane sfilate di mummie per ricollegarsi agli antichi fasti dei faraoni, al nazionalismo turco usato per giustificare la creazione di una sfera di influenza esclusiva, in cui vendere merci e ricostruire intere città in Siria o che, in nome dell’idea panturca, foraggia l’espansionismo dell’Arzebaijan – altro paese dove, per inciso, l’industria petrolifera italiana ha discreti interessi – a discapito della vicina Armenia: migliaia di altri morti in nome dello stato.

La retorica della sinistra statalista condivide molti punti con quella dell’estrema destra, e non è un caso che la parola “Patria”, che i rivoluzionari russi del 1917 volevano consegnare all’oblio, venisse recuperata e agitata dallo stalinismo e dai suoi figli più o meno diretti. Fu la risposta di parte del capitale e di quelli che si volevano fare nuovo stato a quell’assalto al cielo tentato dai rivoluzionari.

Come anarchici abbiamo sempre avuto ben chiaro quale è il ruolo degli stati. Abbiamo sempre avuto ben chiaro quanto sia necessario liquidare allo stesso tempo lo sfruttamento capitalista e l’apparato statale.

Noi non ci illudiamo: sappiamo che la “ricostruzione post-pandemica” sarà fatta sulla pelle degli sfruttati di sempre. Le grandi opere infrastrutturali su cui si dovrebbe basare la ripresa rappresenteranno nuove occasioni di devastazione ambientale, anche se saranno tinte di verde.

La retorica dell’unità nazionale – delle unità nazionali – sarà un tentativo di intruppare i proletari dietro le bandiere della classe dominante. Ad alcune latitudini si tratterà di guerra, che è sempre un buon volano per l’economia, in altre sarà il tentativo di ricostruite un patto sociale che garantisca qualcosa di più agli sfruttati – ma non a tutti – conservando però intatti i meccanismi dello sfruttamento. E preparando la prossima guerra, la prossima pandemia.

I tempi che si aprono davanti a noi non sono tempi facili. Ma d’altronde non lo sono mai stati. Molti saranno i fili da ricucire, i percorsi da creare. Ribadire, nella pratica, la necessità di un mondo senza dei, stati e padroni. L’opposizione a tutti i nazionalismi, vecchi e nuovi, anche quando mascherati sotto il manto di qualche costrutto teorico presentato come critica post-coloniale. L’opposizione a tutti i padroni, anche quando questi si danno una tinta verde e ci promettono qualche briciola in più. L’opposizione a tutti i governi, anche quando questi ci raccontano di nuovi patti sociali, di nuovi diritti.

Tallide

Vittimismo nazionalista o “giustizia proletaria”?

Ripubblichiamo questo articolo del marzo 2015 scritto per il nostro giornale da Claudio Venza sulla “questione foibe”. L’intento è quello di decostruire il mito nazionalista creato ad arte operando una semplificazione delle complesse vicende nei territori del confine orientale italiano … Per saperne di più