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El Hoyo (Il Buco)

El Hoyo (Il Buco), regia di Galder Gaztelu-Urrutia (2019 – Spagna)

Il personale, come tutti amano dire, è politico. Così se qualche uomo politico idiota, qualche giocoliere del potere, cerca di attuare politiche che danneggiano voi o i vostri cari, PRENDETELA A LIVELLO PERSONALE. Incazzatevi. La Macchina della Giustizia non vi servirà: è lenta e fredda, e appartiene a loro, hardware e software. Solo i piccoli individui soffrono per mano della Giustizia; le creature del potere ne guizzano via con una strizzata d’occhio e un sorriso. Se volete giustizia, dovrete strapparla con gli artigli. Mettetela sul piano PERSONALE. Fate tutti i danni possibili, FATE ARRIVARE IL VOSTRO MESSAGGIO.”

(R. K. Morgan – Altered Carbon)

Prigione o metafora della vita nel sistema capitalista? El Hoyo (Il Buco) è il film di debutto del regista spagnolo Galder Gaztelu-Urrutia: i suoi precedenti cortometraggi evidenziavano riferimenti che spaziavano dalla Divina Commedia a Blade Runner, cose che del resto si evincono in parte anche in questo suo primo lungometraggio.

Il film è ambientato in una prigione che si sviluppa sottoterra ed è suddivisa in livelli: la prigione distopica immaginata dall’autore è un enorme buco verticale stratificato su oltre trecento piani. Il livello zero invece è un’enorme cucina dove vengono posti sulla “piattaforma” mobile le pietanze, oltretutto prelibate, per sfamare i prigionieri. Ogni piano è abitato da due persone che dispongono solo di un letto, un lavabo e degli asciugamani per pulirsi ed un solo gabinetto. La piattaforma sosta ad ogni livello per un tempo limitato (pochi minuti) dove i prigionieri possono scegliere il cibo col quale alimentarsi. Man mano che si scende ai livelli più bassi le risorse diminuiscono progressivamente fino ad esaurirsi del tutto, al punto che dal centesimo livello in poi diventa pressoché impossibile sfamarsi.

Il protagonista, un volontario che decide di trascorrere sei mesi nel buco, per un non meglio precisato “attestato di permanenza” di cui non si conosce l’utilità, si ritrova inizialmente al livello 48 dove, data l’iniziale abbondanza di cibo, riesce a sopravvivere col suo compagno di prigione (un anziano accusato di omicidio colposo) ma la permanenza ad ogni livello durerà un mese, dopodiché ci si sveglierà d’improvviso ad un livello diverso, scelto in maniera casuale. È proibito conservare cibo, proibito anche parlare con chi è più sotto (perché semplicemente è più in basso), mentre quelli in alto non ti risponderanno. Le tipologie di persone si ridurranno a tre: chi sta sopra, chi sotto e chi “cade” – n altre parole si suicida poiché non regge la situazione di assurda disperazione generata dal luogo.

Chi tira le fila di tutto e chi decide la disposizione dei prigionieri è un dato che non emergerà mai nel film: una sorta di potere invisibile e inesistente ma interiorizzato dagli abitanti del buco (sanno che è così e queste sono le regole “eterne” e indiscutibili). La metafora della vita nel sistema capitalista è evidente. Chi si troverà al livello più basso potrà sopravvivere solo grazie al cannibalismo.

Il buco è inoltre abitato da una donna che spesso si trova sulla piattaforma a vagare fra i diversi livelli, che non consuma cibo ed il suo unico scopo è ritrovare sua figlia piccola dispersa da qualche parte: proprio per questo è ritenuta folle (dovrebbe essere vietata la presenza di bambini sotto i 16 anni), eppure sarà lei a salvare la vita del protagonista , Goreng, sorta di Don Chisciotte (l’oggetto a scelta che lui porta con sé è proprio il libro di Cervantes) che, con l’aiuto del prigioniero di origine africana Barat, tenta di cambiare il sistema.

I due intraprenderanno un viaggio infernale, dantesco, piazzandosi sulla piattaforma e impedendo ai prigionieri di consumare più del dovuto per far arrivare fino all’ultimo livello (che si scopre essere il 333) il cibo che possa sfamare tutti: l’obiettivo è far si che la pietanza ritenuta più prelibata (un dolce alla panna cotta) risalga intatta al livello zero come messaggio di resistenza. La loro lotta d’avanguardia troverà una resistenza forte, eppure i due, a costo della vita, riusciranno a salvare il messaggio.

Qui la situazione si ribalta: un oggetto in quanto merce prodotta dallo stesso processo capitalista non può essere il messaggio – persino la scelta radicale del non consumo, ha in sé la legittimazione del sistema che impone le sue leggi. Nel piano più basso, al trecentotrantatresimo livello, troveranno la bambina di cui nessuno immaginava l’esistenza, che sembra non soffrire e capace di sopravvivere laddove altri muoiono. Doneranno a lei il dolce per sfamarla poiché intuiscono che lei “ha un dono”. É lei il messaggio? La speranza nella nuova generazione è probabilmente l’elemento capace di incrinare tutto il sistema, che ha accolto fra le sue fauci una minore innocente?

Il film angosciante nelle sue crude sequenze ribalta in un certo senso la concezione dell’imposizione avanguardista nel seguire un modello solidale, che si rivela perdente, proprio perché fa leva sugli stessi simboli utilizzati dal capitale (la merce “panna cotta”) rivelando la scelta “umana” la sola possibile, in altre parole la speranza di un cambiamento che solo l’umanità non corrotta da un sistema interiorizzato e ritenuto ineludibile può portare avanti.

Gli stessi sopravvissuti sceglieranno volutamente di eclissarsi nell’oblio e lasciare che sia il solo messaggio a giungere nelle stanze/cucine del livello zero. Seppur il rimando ad una sorta di purezza possa forse apparire stucchevole, il significato a noi arriverà lo stesso: il messaggio è la bambina.

Flavio Figliuolo