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Nuovo governo? Una sicurezza!

Da un paio di settimane ci troviamo a fare i conti con un nuovo governo. Ogni nuovo governo che si rispetti cerca di assorbire e recuperare almeno una parte del dissenso e del malcontento sociale causati dal governo precedente. È bene smascherare fin da subito la propaganda governativa di turno, perché la lotta contro ogni governo sia sempre parte dei movimenti in cui interveniamo.

Il tentativo di colpo di mano con cui la Lega ha voluto dettare i tempi di una crisi già annunciata ha segnato la fine del governo Lega – M5S, e ha portato alla formazione di un nuovo governo M5S – PD – LeU. Senza entrare nel dettaglio delle vicende dell’ultimo mese e mezzo e le dinamiche a cui abbiamo tutti assistito, intendo porre l’attenzione non tanto sullo scontro per il potere quanto su quella che sicuramente è al momento una delle bandiere più agitate dal governo passato e da quello presente: il cosiddetto “Decreto sicurezza bis”.

Contro ogni evidenza questo governo si presenta come quello del “rinnovamento” e della “discontinuità” e viene comunque presentato dai media come fautore di politiche alternative a quelle attuate dall’esecutivo precedente, un governo nato da una larga coalizione che si è coesa per porre un argine a Salvini, alla Lega, alla deriva autoritaria in atto nel paese. Al di là dei nomi riciclati e sempre in sella, primo fra tutti il Presidente del Consiglio Conte, sono evidenti linee di continuità su un piano come quello delle politiche di sicurezza che è di importanza cruciale, certo non solo a livello di propaganda.

Infatti nonostante alcuni esponenti del nuovo governo abbiano tuonato contro il “decreto sicurezza bis” provocando le reazioni altrettanto rumorose di Salvini, stando al discorso di Conte alla Camera il 9 settembre in occasione del voto di fiducia, il nuovo governo si limiterà ad una revisione del decreto seguendo le indicazioni del Presidente della Repubblica per “recuperare nella sostanza il testo originario del decreto”.

Nel promulgare la legge di conversione del “decreto sicurezza bis” Mattarella ha indirizzato una lettera ai presidenti di Camera, Senato e Consiglio dei ministri invitando gli organi di governo a un intervento normativo che potesse sciogliere due particolari nodi che avrebbero suscitato perplessità. In primo luogo, l’innalzamento vertiginoso della gravità delle sanzioni per la violazione del divieto di ingresso nelle acque territoriali per ragioni di ordine e sicurezza pubblica, o in violazione delle leggi sull’immigrazione, non prevederebbe la necessaria proporzionalità tra i comportamenti messi in atto e le sanzioni, inoltre la definizione troppo generica dei comportamenti da perseguire lascerebbe spazio ad una eccessiva discrezionalità. Il secondo elemento a suscitare le perplessità del Quirinale è la modifica dell’art. 131 bis del Codice Penale con cui si rende inapplicabile l’assoluzione per “particolare tenuità del fatto” nei casi di oltraggio, resistenza, aggressione e minacce a pubblico ufficiale (artt. 336, 337, 341 bis CP). Nella lettera si ricorda che numerose categorie possono essere considerate tra i “pubblici ufficiali”, dai controllori dei mezzi pubblici agli insegnanti, e si arriverebbe a perseguire severamente una infinità di casi di “scarsa rilevanza” che non costituirebbero un allarme sociale. Le indicazioni del Presidente della Repubblica quindi sono chiare ma non sono certo orientate a mutare l’impianto e l’orientamento del decreto, si segnala anzi la disomogeneità dovuta alle modifiche attraverso emendamenti al testo inizialmente proposto dal Governo.

Ma cosa è effettivamente cambiato nel corso dei mesi?

Nella primissima bozza resa pubblica il 10 maggio dall’allora ministro Salvini e che non riuscì a far approvare dal Consiglio dei Ministri del 20 maggio, erano già presenti alcuni elementi che dopo essere stati eliminati nel decreto sarebbero poi accolti nella legge attraverso emendamenti durante l’approvazione in Parlamento. Tra questi le severissime sanzioni per la violazione dei divieti di navigazione e delle leggi sull’immigrazione e la modifica dell’art. 131-bis CP, inserito nalle sezione sulle manifestazioni. Questa prima bozza prevedeva anche nuove fattispecie di reato tra cui una che puniva severamente l’uso di protezioni da parte dei manifestanti, e sanciva definitivamente la responsabilità collettiva per perseguire reati commessi durante le manifestazioni. Elementi non contenuti poi nel decreto.

Già sulle pagine di Umanità Nova, sul n. 22 dello scorso luglio, si era comunque posta l’attenzione alle norme repressive contenute nel decreto approvato il 14 giugno dal Consiglio dei ministri. In questa versione, parzialmente stemperata, erano previste comunque pene severe per coloro che salvano in mare migranti naufraghi, veniva stabilito il potere del Ministro dell’Interno di limitare e vietare l’ingresso, il transito e la sosta di navi nel mare territoriale, e venivano duramente inasprite le norme repressive nelle manifestazioni sportive. La modifica dell’art. 131-bis CP veniva fatta comunque passare ma circoscritta ai “soli” fatti avvenuti in occasione di manifestazioni sportive.

Con la conversione in legge, oltre a varie piccole modifiche, si trovano innalzate nuovamente le sanzioni per la violazione delle leggi sull’immigrazione e viene di nuovo estesa a tutti i casi, quindi anche alle manifestazioni, la modifica dell’art. 131 bis che limita l’applicazione dell’assoluzione “per particolare tenuità del fatto”. Inoltre sono inseriti alcuni articoli che assicurano una pioggia di milioni sul Ministero dell’Interno e gli apparati di sicurezza.

Ci sarebbe bisogno di un’analisi più approfondita, ma anche senza essere esperti di diritto appare chiaro che coloro che intendono tornare al testo iniziale del decreto si limitano a criticare pochi grossolani eccessi, ma non intendono mettere in discussione l’indirizzo autoritario del decreto. Quali sorti avrà ora il “decreto sicurezza bis”? Pur essendo grande argomento di propaganda il nuovo governo non invertirà certo questi indirizzi. Se escludiamo almeno per ora l’abrogazione e i problemi di costituzionalità, la via più probabile se il governo vorrà intervenire è quella della modifica. Certo una modifica può anche essere pericolosa, perché una nuova legge potrebbe non limitarsi a correggere il “decreto sicurezza bis” ma introdurre anche delle novità, e negli ultimi anni ogni nuovo intervento legislativo in materia di sicurezza è stato orientato alla restrizione delle libertà di tutti, alla repressione del dissenso, alla segregazione della popolazione immigrata.

I principali partiti che compongono il governo sono in effetti già responsabili di prvvedimenti che seguono questo indirizzo. Il M5S nonostante i “contrasti” interni è responsabile della stesura e dell’approvazione di entrambi i “decreti sicurezza” del precedente governo. Il M5S ha avuto un ruolo centrale nell’approvazione del primo decreto sicurezza, la Legge n. 132 del 4 dicembre 2018, che colpisce duramente proprio quei movimenti di lotta di cui spesso lo stesso partito pentastellato si proclama paladino. Quel primo decreto prevedeva tra le altre cose: l’innalzamento delle pene per il reato di occupazione, la reintroduzione del reato penale di blocco stradale, l’estensione del cosiddetto “daspo urbano”, l’inserimento di nuovi reati, connessi anche a situazioni di protesta, tra quelli che impediscono a un cittadino straniero di avere un titolo di soggiorno. Il PD al contempo lo conosciamo bene per la sua politica repressiva. Ha condotto negli ultimi anni politiche di sicurezza autoritarie che hanno spianato la strada a Salvini. Si pensi ai decreti firmati da Minniti e Orlando, che hanno veramente costituito la base per parte dei provvedimenti del governo Lega-M5S, ma anche alla stretta sulle occupazioni già portata avanti dal governo guidato da Renzi che nel 2014 vietava utenze e residenza per chi abitava in immobili occupati.

La nuova Ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, rappresenta bene questa continuità. Una carriera conclusa come Prefetto di Milano, dove durante il suo incarico sono stati eseguiti 127 sgomberi di immobili occupati, è stata fautrice delle famigerate retate alla Stazione Centrale di Milano contro i migranti, mentre ha sostenuto il sistema istituzionale di “accoglienza” poliziesco e speculativo di organizzazioni come la Caritas. In occasione del suo pensionamento nell’ottobre 2018 l’allora ministro Salvini le ha donato una targa ringraziandola per aver contribuito a ridurre la criminalità nel capoluogo lombardo, mentre Minniti ha salutato con favore la sua nomina al Viminale. Una simile figura può continuare, con forse minor rischio di eccessi, l’indirizzo autoritario che a livello trasversale viene perseguito dallo Stato.

Ovviamente qualcosa è cambiato con il cambio di governo. Certo la partecipazione leghista al governo aveva dato all’esecutivo legami diretti con ambienti estremi dello schieramento reazionario, si pensi a personaggi come Fontana e Pillon, o al ruolo di figure come Gianni Tonelli, ex segretario generale del famigerato sindacato di polizia SAP, deputato leghista che ha proposto l’emendamento di modifica dell’art. 131-bis del CP nella legge che converte il “decreto sicurezza bis”. Questi legami sicuramente sono più lontani con il nuovo governo. Ma il solco è tracciato da molto tempo, l’orientamento autoritario viene da lontano, ed è stato proprio il PD ad esserne sempre stato il principale fautore, con la politica della coesione nazionale, della pacificazione sociale, del militarismo espansionista e del sostegno alle grandi aziende, costruita imponendo la volontà del governo.

Una cosa il nuovo governo dovrebbe imparare da Salvini: la violenza non porta a niente. L’uomo forte della Lega che sedeva al Viminale non ha infatti passato la prova della repressione muscolare.

Il “piano sgomberi” che, come annunciato un anno fa, doveva entrare a regime nel giro di sei mesi per liberare il paese dalle occupazioni abusive non sembra aver visto la luce. Certo ci sono stati i censimenti, tutte le grandi occupazioni abitative dei movimenti di lotta per la casa sono a rischio sgombero, vari spazi occupati sono stati sgomberati. Ma il governo non aveva ancora messo in atto un piano generale di sgomberi. I due decreti sicurezza puntavano anche a colpire le lotte delle lavoratrici e dei lavoratori immigrati, con norme specifiche, per renderli ancora più ricattabili, ma non hanno spezzato queste lotte che in questi mesi hanno anche ottenuto importanti risultati, si pensi all’Italpizza di Modena o alla situazione di Prato. Anche l’attacco al movimento anarchico sferrato a febbraio con lo sgombero dell’Asilo e gli arresti a Torino e Trento non ha creato l’isolamento che probabilmente si aspettavano, ma una solidarietà ampia che ha spiazzato i professionisti del disordine, le accuse poi sono state ridimensionate, è caduta l’incriminazione per terrorismo e alcun* hanno del tutto o in parte riacquistato la libertà.

Di fronte a questi fatti per il nuovo governo una cosa è sicura: ci sono solide reti di resistenza e solidarietà nelle lotte sociali che non si fanno intimidire facilmente e con cui la repressione non funziona.

Dario Antonelli