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Il razzismo di ieri e di oggi

Alle origini dei movimenti razzisti possiamo individuare sia motivazioni economiche sia motivazioni extraeconomiche: cominciamo con un breve excursus storico.

Nel corso del regime nazista il principale e più noto momento di razzismo, vale a dire l’antisemitismo, non può essere spiegato con motivazioni solo economiche. Si può pensare che la confisca dei patrimoni degli ebrei poteva far comodo alle finanze del nazionalsocialismo o dare un certo credito alle credenze popolari che identificavano gli ebrei con il capitale finanziario e/o con quello usuraio; queste motivazioni non sono però sufficienti per spiegare quella che è passata alla storia come la “soluzione finale” della questione ebraica. È necessario, per forza di cose, prendere in considerazione motivazioni politiche, come la creazione di un nemico interno o, ancora di più, motivazioni legate all’affermazione di una presunta “razza superiore”, quella ariana, sulla base di una mitologia germanica precapitalistica.

Esisteva poi un altro tipo di razzismo, meno conosciuto, basato su motivazioni più chiaramente economiche. Durante la guerra, solo nel 1944 furono deportati in Germania circa sette milioni e mezzo di “lavoratori civili” stranieri o prigionieri di guerra utilizzati come lavoratori nell’agricoltura e nell’industria tedesca. Non parliamo qui degli internati nei campi di concentramento, ebrei, rom, sinti, comunisti ecc., che vennero utilizzati come lavoratori solo nelle fasi finali della guerra sotto il diretto comando delle SS. Erano lavoratori provenienti, in minor parte da occidente (francesi, danesi, norvegesi) e in massima parte da oriente (polacchi, russi, cecoslovacchi ecc.) – nelle ultime fasi della guerra anche ungheresi e italiani.

Le condizioni di vita dei singoli gruppi di stranieri erano diverse e venivano regolamentate minuziosamente da una rigida gerarchia basata sulla loro nazionalità; mentre i lavoratori dei territori occidentali occupati dovevano vivere nella maggior parte dei casi nei campi, ricevendo però quasi lo stesso salario e razioni alimentari dei tedeschi, venendo anche soggetti alle stesse condizioni di lavoro, i lavoratori dell’Est, soprattutto i polacchi e i russi, vivevano jn condizioni estremamente peggiori (la razza slava era considerata una razza inferiore). Il programma sui lavoratori forzati stranieri servì a prefigurare ciò che era destinata a diventare la realtà quotidiana in tutta l’Europa sulla scia di una vittoria tedesca alla fine della guerra: l’instaurazione in tutto il continente conquistato di una società gerarchica nazionalsocialista fondata su criteri razziali.

Nel secondo dopoguerra negli Stati Uniti l’enorme aumento della produttività del lavoro, conseguente all’introduzione nell’organizzazione del lavoro della catena di montaggio, consentì un aumento dei salari e portò all’integrazione della classe operaia bianca entro il sistema capitalistico mediante l’aumento dei consumi di massa. Naturalmente da questa integrazione era esclusa la stragrande maggioranza degli afroamericani, sottoposti ad un regime razzista che arrivava fino a forme di apartheid. Tutto questo generò naturalmente il movimento per i diritti civili dei neri, fino alle forme più estreme di lotta del movimento delle Pantere Nere.

In Italia la divisione dei lavoratori in “gabbie salariali” era l’espressione istituzionale della divisione fra nord e sud e del razzismo nei confronti dei “terroni”, di cui son piene le cronache torinesi e milanesi degli anni ’50/’60. Da notare che le “gabbie” furono spezzate non da una generica ideologia ugualitaria, come si dice di solito, ma dalle lotte radicali di quei “terroni” diventati “operaio massa”, da piazza Statuto all’autunno caldo, all’occupazione delle fabbriche nel ’73 per imporre il contratto nazionale con la parola d’ordine “aumenti salariali uguali per tutti”.

Con il sopraggiungere della crisi capitalistica alla metà degli anni ’70 quell’unità raggiunta faticosamente si spezzò immediatamente, dando origine a una nuova divisione fra i lavoratori. Di fronte ai processi di ristrutturazione nelle grandi fabbriche, decentramento produttivo, delocalizzazione degli impianti, outsourcing, che portano rapidamente a licenziamenti di massa ed alla riduzione drastica del proletariato di fabbrica, l’operaio massa si ritira all’interno della fabbrica in una strenua difesa della sua centralità, che poi diventa via via difesa sempre più senza speranza del posto di lavoro. Nel mentre si forma un vasto esercito industriale di riserva, flessibile e precario, che venne allora identificato come “proletariato giovanile” o come un “nuovo soggetto sociale”, individuabile attraverso la pratica di comportamenti antagonistici e di forme di lotta sul territorio, inedite rispetto a quelle del proletariato di fabbrica, che andavano sotto il nome di “illegalità diffusa” o “di massa”. A metà degli anni ’70 quindi la questione della “ricomposizione di classe proletaria” si poneva nei termini della risoluzione pratica della contraddizione fra proletariato di fabbrica e proletariato diffuso sul territorio, ben di là quindi della parodia pcista sulla divisione “garantiti-non garantiti” o sulla “seconda società”.

La questione si complica all’inizio degli anni ’90 con la caduta del muro di Berlino e con l’inizio delle migrazioni dall’Asia e dall’Africa verso l’Europa. In Germania la necessità della stratificazione della forza lavoro viene gestita direttamente dallo stato socialdemocratico con la legge Hartz del 2002, che riforma il mercato del lavoro ed il collocamento, imponendo una divisione della forza lavoro in diverse fasce (Hartz 1/2/3/4), fino all’introduzione dei mini-job, una serie di contratti di lavoro atipici introdotti nei settori non orientati all’export che prevedono retribuzioni di 400/450 euro mensili o addirittura di 1 euro all’ora.

In Italia invece tutto viene lasciato al “libero mercato” con il proliferare di cooperative più o meno mafiose, appalti, subappalti, caporalato nelle campagne, dove naturalmente si concentra la forza lavoro migrante in condizioni penose di sfruttamento. È chiaro comunque che la rottura di questa stratificazione può essere opera solo delle lotte dei lavoratori più sfruttati, come insegnano, anche se in modo parziale, le lotte degli operai migranti della logistica.

Da tutto questo è chiaro tuttavia che il moderno razzismo è più basato su motivazioni di carattere economico, che porta ad affermazioni del tipo “america first” o “prima gli italiani”. Con l’eccezione rilevante però del sionismo dello stato di Israele, che si fonda su motivazioni politiche (la difesa armata di interessi imperialistici nel Medio Oriente panarabo), oltreché su una presunta superiorità della “razza eletta” derivante da miti precapitalistici del Vecchio Testamento.

Esistono però anche motivazioni più ideologiche del razzismo moderno, fondate su valori più nettamente capitalistici, come “l’integrazione attraverso il lavoro” o, più in generale, sulla superiorità della “civiltà occidentale” rispetto ad altre civiltà o culture, o sulla superiorità dell’“uomo bianco”, il quale, dopo aver sterminato interi popoli come i “nativi americani”, aver imposto per secoli un colonialismo e un neocolonialismo rapinatore di ricchezze, si ostina in una difesa rabbiosa, ma debole, di un “modello di vita” ormai avviato tristemente verso il tramonto.

Visconte Grisi