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Ancora sui Municipi / Piccoli o grandi

Questo mio contributo è non solo per rispondere all’articolo “Il rapporto con le amministrazioni Illuminate” di Enrico Voccia, apparso su Umanità Nova del 1° aprile 2019 (il quale faceva seguito al mio “Uscire dall’alveo e ripartire dai territori locali” del 24 marzo 2019), ma anche per cercare di approfondire la questione da me sollevata, in altre parole l’eventuale collaborazione con le amministrazioni cittadine.

Per quanto riguarda l’articolo di Voccia, mi sembra che l’intento fosse più quello di cercare di raddrizzare l’asta della bandiera rosso-nera (semmai qualcuno avesse voluto inclinarla) cercando conferma nei pensatori dell’anarchismo internazionale e italiano, nello specifico di Errico Malatesta, piuttosto che cercare un vero e proprio confronto. Questa però è solo un modo di leggere quelle parole e, forse, le ho male interpretate.

In ogni caso, tornando a ciò che è sicuramente più interessante cioè la questione della possibile collaborazione con le amministrazioni locali con cui, su alcuni temi, è possibile un proficuo confronto, credo che Voccia manchi nel prendere in considerazione le peculiarità territoriali. Con questo voglio dire che le forze politiche di base non sono sempre le stesse e, pertanto, tornando agli esempi dello stesso Voccia, non sempre le occupazioni sono possibili (e poi, chi stabilisce che sia sempre più bello occupare uno spazio piuttosto che averlo in comoda gestione se le attività che ci puoi fare fossero le stesse?) ma, anzi, i progetti sociali nascenti dalle occupazioni sono sempre, per natura, più difficili da realizzare a causa non solo della minaccia dello sgombero da un momento all’altro, ma anche delle eventuali denunce che non tutti, ovviamente, sono disponibili ad accettare ed affrontare per varie questioni personali assolutamente rispettabili.

Con questo non voglio dire che le occupazioni siano fallimentari in sé stesse, ci mancherebbe, piuttosto che laddove queste siano materialmente irrealizzabili le alternative sono due: restare immobili e gratificarsi della propria “purezza” addossando le responsabilità della propria disfatta ai grandi sistemi oppure cercare, laddove possibile, un confronto ed una collaborazione su determinate questioni con le amministrazioni comunali, così da provare ad instaurare progetti sociali che pure danno i loro bellissimi frutti.

Non parlo casualmente dei municipi, perché credo che sia proprio da questi che bisognerebbe ripartire, cioè da quei sistemi di gestione territoriale che anche in un apparato di stampo libertario andrebbero previsti. Un Comune, infatti, è uno strumento di gestione del territorio che dovrebbe prendere decisioni sulla base delle proprie caratteristiche in sé diverse le une dalle altre, in base al territorio di riferimento: non è uno Stato (se non in senso lato, molto lato), non gestisce poteri giurisdizionali, legislativi (se non per quel che riguarda i regolamenti che comunque fanno riferimento al territorio) ed esecutivi propri dello Stato centrale.

I municipi, nella sostanza, se gestiti in modo tale che le decisioni possano davvero essere prese dalla base, potrebbero rappresentare solo ed esclusivamente uno strumento attraverso cui i territori e le comunità locali si salvaguardano dal potere dello Stato centrale. Prendiamo l’esempio di un Comune di qualche centinaio o migliaio di abitanti: in questi contesti dove la possibilità di prendere decisioni in maniera assembleare è davvero possibile, l’approccio libertario può, a mio avviso, essere esercitato. Basti pensare che molti Paesi sono composti dagli stessi abitanti di una palazzina di una grande città, contesti urbani in cui l’approccio libertario diventa ancora più difficile e dove un amministratore di condominio si ritrova a confrontarsi con più abitanti di un intero municipio.

A questo punto mi chiedo se, semmai, il problema risieda più nell’identificazione che nell’agire politico senza costringimenti ideali? Voglio dire, se fosse che bisogna agire perché identificati come anarchici e non, invece, anarchici, o quel che si vuole, perché si agisce in un determinato modo? Se iniziassimo invece a fare a meno delle identificazioni una volta per tutte?

Se nel vivere il territorio (nel senso dato nel precedente mio articolo) si instaurassero dialoghi aperti senza dunque impedimenti ideologici e senza alcuna remora nei confronti di quei possibili interlocutori con cui, a mio modesto parere, è possibile costruire collaborazioni, ossia coloro che quanto meno si rifanno all’antirazzismo, all’antisessismo ed all’antifascismo, i territori locali potrebbero davvero rappresentare un fulcro dell’agire partecipato e dal basso.

Senza volere tornare troppo indietro nel tempo, ad esempio alla Comune di Parigi, cui tantissimi proudhoniani presero arte (quel Proudhon secondo cui “il comune ha diritto all’autogoverno, all’amministrazione, alla riscossione dei tributi, alla disponibilità della sua proprietà e delle sue imposte”), alla Barcellona del 1936 – anche perché sono contesti e condizioni completamente distanti da quelle attuali – e senza nemmeno volere prendere in considerazione i Municipi Autonomi del Chiapas, basti qui parlare del Rojava e del suo Contratto Sociale, lotta cui molti anarchici e anarchiche, molti libertari e molte libertarie hanno preso e prendono tuttora parte. Ebbene, quel Contratto Sociale, nonostante abbia in sé alcuni limiti di cui si potrebbe discutere in altre occasioni (limiti ovvi dato il contesto), basandosi proprio sui municipi e sulla possibilità di essere, questi, portatori di un profondo cambiamento sociale, politico e organizzativo, secondo me pone le basi per un agire collettivo, che al contempo pone al centro le libertà individuali, che dà davvero la possibilità di intervenire in maniera radicale sui territori.

I Comuni, lo voglio ribadire, non sono lo Stato e, per rendersene conto, basti ancora una volta prendere in considerazione Riace che per essere smantellata lo Stato ha dovuto fare affidamento sul lavoro repressivo di ben due ministri dell’Interno (Minniti e Salvini).

Ripartire pertanto dai municipi significa partecipare attivamente, e dal basso, alla politica quotidiana e profondamente diretta di gestione dei territori e le possibilità di intervenire in favore di un indirizzo ecologico, paritario, solidale, aperto e libertario ci sono: attraverso le assemblee di quartiere, gli incontri settimanali con le comunità, la gestione condivisa dei beni comuni e dei servizi, tanto per esemplificare.

Concludendo, io credo che moltissime esperienze passate e presenti, anche qui in Italia, dimostrano come la lotta allo Stato centralizzato non solo può, ma deve passare dai municipi, il che significa intervenire nei territori comunali e locali, andando magari a gestire tutto ciò che, ribadisco, anche in una società totalmente libertaria andrebbero gestiti ma che, adesso, nella vita quotidiana vengono invece amministrati, per la maggior parte dei casi, da più o meno piccoli e grandi partiti e coalizioni liberiste e capitaliste, mentre da questa parte del mondo politico e sociale, oltre alla critica, se non capiamo che i Comuni non sono lo Stato, ci non ci rimane altro che restare a guardare.

Nicholas Tomeo

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L’articolo di Nicholas Tomeo rimette in gioco, con nuove argomentazioni, il rapporto tra il movimento anarchico e le istituzioni locali. Per potervi dare una risposta precisa occorre precisare il concetto di “Stato”: le parole di qualunque lingua, infatti, sono quasi sempre polisemiche, in altre parole gli stessi suoni, gesti, scritture possono indicare più cose magari molto diverse tra di loro ed il termine “Stato” non sfugge a questa regola quasi universale.

Nel caso di “Stato” (con la iniziale maiuscola) i diversi significati nella lingua italiana sono sostanzialmente due: organizzazione sociale dei servizi di un determinato territorio rivolti alla collettività dei suoi abitanti (educazione, sanità, trasporti, ecc.) oppure apparato di dominio politico sulla stessa collettività (il potere politico, esecutivo, giudiziario).

La cosa spesso crea confusione nel dibattito politico, pur dovendo essere chiaro che l’anarchismo è contrario al dominio dell’uomo sull’uomo e non certo all’organizzazione sociale dei servizi pubblici: anzi, proprio perché rifiuta lo Stato inteso come apparato di dominio, l’anarchismo accentra tutto ciò che è rivolto alla collettività all’interno delle forme dell’organizzazione sociale. Infatti, rifiutando l’anarchismo il dominio dell’uomo sull’uomo anche in campo economico, inserisce in esse anche le forme della produzione e della distribuzione di beni e servizi, in un processo complessivo di comunismo autogestionario.

Perché questa confusione allora? Perché le classi dominanti hanno tutto l’interesse a mistificare l’idea anarchica, far credere che gli anarchici vorrebbero distruggere l’organizzazione sociale in generale e non, invece, restituire completamente ad essa tutta la dignità che merita[1] – di conseguenza utilizzano a questo scopo il controllo che essi hanno dell’educazione e dei grandi mezzi di comunicazione. Succede allora – purtroppo – che c’è chi è convinto di essere “anarchico” nel senso però della mistificazione che di quest’idea ne ha fatto il potere e scambia maestri elementari, infermieri, capistazione, ecc. per “statisti”…

Giungiamo allora ai Municipi: essi sono, lo si voglia o meno, degli apparati di dominio politico. Per fare un esempio banale, la decisione di un determinato tracciato stradale o di un altro non lo fanno le assemblee popolari con il metodo del consenso – è, invece, nella migliore delle ipotesi, effettuata a maggioranza da poche decine di abitanti. Lo stesso per la destinazione d’uso di un edificio, il tipo di mensa scolastica, ecc. ed il tutto senza contare che molte parti dell’organizzazione sociale sono fuori dal controllo anche dei pochi abitanti facenti parte del consiglio comunale.

L’esempio di Riace, per quanto nobile, è stato uno scontro interno a strutture di dominio territoriale. Detto questo, se un apparato di dominio prende decisioni moralmente valide queste possono tranquillamente essere appoggiate dagli anarchici, senza che si debba per questo riconoscere l’autorità politica in quanto tale. Se un sindaco apre i porti della sua città ai profughi ed il governo manda le forze dell’ordine perché resti chiuso, gli anarchici devono andare (anzi, è quello che fanno di solito) ad appoggiare l’entrata dei profughi senza con questo plaudire l’essenza dell’istituzione comunale. Il fatto che i Comuni siano una parte integrante dello Stato nel senso di apparato di dominio, per quanto in posizione subordinata rispetto ai poteri centrali, non va mai dimenticato.

Ammettiamo e non concediamo però per un attimo che “i comuni non sono lo Stato”. Potrebbe succedere anche il contrario di quanto ipotizzato prima: un sindaco prendere una decisione orribile – ad esempio espellere dalle scuole del proprio territorio i bambini poveri – ed il governo centrale opporsi a questa decisione. Cosa dovremmo fare, appoggiare la decisione del sindaco o restare indifferenti? Sappiamo tutti cosa faremmo, senza per questo riconoscere l’autorità governativa in quanto tale.

Ci si dovrebbe impegnare, dice Tomeo, per far sì che, nei piccoli paesi, le decisioni od almeno alcune di esse vengano prese direttamente dalla comunità dei cittadini. Qual è il problema? Anzi, perché solo nei piccoli paesi? Perché non in quelli grandi e nelle città? Perché non nelle fabbriche e nelle aziende?[2] Così facendo, però, non avremmo più a che fare con un “municipio” o con aziende ma, per usare una terminologia retrò, con una “Comune”, un “Soviet”… insomma, ci staremmo impegnando per una rivoluzione sociale, piccola o grande, faremmo il nostro mestiere. Da questo punto di vista il discorso di Tomeo è condivisibilissimo e non c’è bisogno per attuarlo di disconoscere il ruolo effettivo, fattuale, dei municipi: perché il rischio di venire fagocitati da dinamiche di potere, in assenza di una simile coscienza, non è secondario.

Enrico Voccia

NOTE

[1] In Logica Formale, questo tipo di Fallacia Argomentativa è definita “Uomo di Paglia”: non potendo argomentare efficacemente contro una determinata idea si cerca di presentarla deformata, in maniera tale che è più facile attaccarla (al pugile allenato si sostituisce lo spaventapasseri).

[2] Sono sempre stato contrario alla logica del “piccolo è bello” che, dal momento che la società va sempre più le dimensioni extralarge, rischia di diventare una giustificazione ideologica a favore del mantenimento del dominio (“si potrebbe fare, forse, in piccole comunità, ma già con diecimila persone…”). Il progetto anarchico deve funzionare per due persone come per otto miliardi in un mondo interconnesso.