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Pandemia e disoccupazione

L’ISTAT, in un documento pubblicato il 3 giugno,[1] ha ricostruito l’andamento provvisorio dell’occupazione in Italia, registrando i primi effetti della crisi socioeconomica innescata dall’emergenza COVID-19. In due mesi di confinamento, e di blocco parziale della produzione, i disoccupati sono diventati complessivamente 400.000 in più. Cessato il blocco della produzione, il trend non accenna a cambiare ed in tre mesi si è giunti a perdere 497.000 posti di lavoro nel complesso. A questo si aggiunge un altro dato: quello sul tasso di inattività che è aumentato in misura preoccupante.

Venendo ai numeri, ad aprile 2020 la disoccupazione è aumentata di 274.000 unità; aumento di per sé anomalo come andamento mensile, ma del tutto comprensibile vista la situazione di lockdown. A patire maggiormente la congiuntura sono i precari con 129.000 unità in meno. La categoria dei precari ha al suo interno una sottocategoria di soggetti in una situazione ancora più sfavorevole: le donne, categoria tra le più colpite con 143.000 unità in meno. Gli uomini, dal canto loro, hanno perso 131.000 unità lavorative. Anche le partite IVA sono in sofferenza: meno 69.000! Questo è un dato complesso da analizzare in quanto non si tratta di soli artigiani o liberi professionisti (avvocati, ingegneri, commercialisti, ecc.). Specialmente negli ultimi tre lustri, le partite IVA sono diventate un modo per contrattualizzare forme di precariato “innovativo”, scaricando gli oneri della prevenzione sul “prestatore d’opera” che ricopre praticamente il ruolo di un impiegato, ma senza il vantaggio di rientrare in un contratto collettivo nazionale.

Nel commento dell’ISTAT a questo andamento si legge: «Il tasso di disoccupazione in soli due mesi diminuisce di quasi tre punti percentuali e quello di inattività aumenta in misura analoga. Le tendenze rilevate ad aprile nel mercato del lavoro coinvolgono entrambe le componenti di genere e tutte le classi d’età». Il calo del tasso di disoccupazione (fig. 1) appare un po’ anomalo se non si mettono in ordine i dati e, soprattutto, se non si spiega come vengono conteggiati gli occupati, i disoccupati e gli inattivi.

Figura 1. TASSO DI DISOCCUPAZIONE

Gennaio 2015 – aprile 2020, valori assoluti in milioni, dati destagionalizzati

Fonte ISTAT

Gli occupati vengono definiti attraverso una parametrizzazione standard dell’International Labour Office (ILO) che li classifica come:

individui di 15 anni e più che, nella settimana di riferimento,

  • hanno svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura;

  • hanno svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare nella quale collaborano abitualmente;

I disoccupati (o in cerca di occupazione) comprendono invece le persone non occupate tra i 15 e i 74 anni che:

  • hanno effettuato almeno un’azione attiva di ricerca di lavoro nelle quattro settimane che precedono la settimana di riferimento e sono disponibili a lavorare (o ad avviare un’attività autonoma) entro le due settimane successive;

  • inizieranno un lavoro entro tre mesi dalla settimana di riferimento e sarebbero disponibili a lavorare (o ad avviare un’attività autonoma) entro le due settimane successive, qualora fosse possibile anticipare l’inizio del lavoro.

Gli inattivi (o non forze di lavoro) comprendono le persone che non fanno parte delle forze di lavoro, ossia quelle non classificate come occupate o disoccupate.

Sono definizioni che tracciano un quadro abbastanza disarmante: in pratica, un soggetto che lavora un giorno alla settimana risulta a tutti gli effetti occupato. Questa modalità di distinzione non dice ovviamente che una persona lavorante per qualche ora al mese non riesce a guadagnare abbastanza per sostenersi. C’è quindi discrepanza fra il livello di occupazione così inteso ed il livello di reddito sufficiente al mantenimento di un tenore di vita decoroso. È uno scarto non di poco conto se non si tengono nella debita considerazione entrambi i dati. Questo è un nodo centrale nel dibattito politico nazionale, soprattutto quando viene affrontato a comparti stagni, tenendo in luce il dato occupazionale e adombrando quello reddituale. Alla fine, però, è il reddito che conta davvero nella bilancia dei consumi. Il dato in termini di “posti di lavoro” è quindi qualcosa di assai incerto e fumoso, facilmente manipolabile con piccoli interventi mirati: basta un programma di finanziamento ai comuni per garantire alcune giornate di lavoro ben diluite nel tempo agli LSU e, con una manciata di euro, spostare il numero degli occupati di centinaia di unità per Regione e sbandierare una crescita occupazionale “dati alla mano!”. Eppure, il ridimensionamento della disoccupazione è dato soprattutto dal restringimento del numero totale di persone che hanno cercato lavoro, con il relativo incremento delle persone inattive (fig. 2). Si configura un classico gioco a somma zero secondo cui non può crescere un parametro senza che gli altri ne risentano.

Figura 2. INATTIVI 15-64 ANNI

Gennaio 2015 – aprile 2020, valori assoluti in milioni, dati destagionalizzati

Fonte ISTAT

Per far fronte all’emergenza da COVID-19, il decreto legge 18/2020 (detto ‘Cura Italia’), convertito in L. 24 aprile 2020 n. 27, prevede misure a sostegno del lavoro, attraverso la corresponsione di trattamenti di integrazione a decorrere dal 23 febbraio 2020. In virtù della definizione precedentemente fornita, chi si trova a beneficiare di tali misure di sostegno permane nella condizione di occupato. Quindi, come precedentemente osservato, c’è la tendenza a garantire il concetto di occupazione invece di tentare di ragionare sul significato sociale del lavoro. Con ciò non ci si riferisce al portato positivo di una piena occupazione per curare il malessere sociale ma semplicemente al fatto che la società, così come la percepiamo, è fondata sul consumo. Piaccia o meno, per essere un soggetto socialmente attivo si deve poter consumare ma, da tutto quanto finora osservato, il dato occupazionale non attiene alla sussistenza di alcuni occupati.

Questo cortocircuito dovrebbe far ragionare sulle contraddizioni nelle quali siamo immersi. Il tema delle ore lavorate dagli occupati rappresenta un aspetto dell’evoluzione del mercato del lavoro che, fra trasformazioni contrattuali (leggi precarizzazione), mutamenti produttivi (industria 4.0, automazione e intelligenza artificiale) e crisi sempre più violente e ravvicinate, è diventato un’arena per scontri senza quartiere.

Figura 3. OCCUPATI

Gennaio 2015 – aprile 2020, valori assoluti in milioni, dati destagionalizzati

Fonte ISTAT

In un recente articolo pubblicato sulle nostre pagine,[2] si analizza la complessa relazione fra crescita occupazionale, ore di lavoro e reddito: gli esiti non sono dei più felici, in quanto non solo le ore complessive di lavoro produttivo diminuiscono negli anni ma, aumentando il numero di posti di lavoro a parità di ore lavorative annue, si ha un aumento del part-time, con relativo calo della retribuzione e incertezza del posto di lavoro. Questo dato, unito ai parametri utilizzati per conteggiare gli occupati, fornisce una visione che non riesce a dare un quadro corrispondente alla realtà e non descrive correttamente né il fenomeno occupazionale né la reale situazione di povertà del paese. Se, per ipotesi, si considerassero occupati solo quelli in grado di estrarre dal proprio lavoro il reddito sufficiente per mantenere se stessi, al di là della soglia di povertà, ci troveremmo davanti a una situazione ben diversa rispetto a quella che viene delineata dai grafici qui mostrati.

Si badi bene che i parametri usati dall’ISTAT, derivanti dagli standard ILO, tengono dentro in maniera implicita il lavoro sommerso, quando si parla di qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura”. Si va anche oltre quando si distinguono le categorie occupazionali in:

  • Occupati dipendenti permanenti o a tempo indeterminato: occupati con un rapporto di lavoro dipendente, regolato o meno da contratto, per il quale non è definito alcun termine.
  • Occupati dipendenti a termine: occupati con un rapporto di lavoro dipendente, regolato o meno da contratto, per il quale è espressamente indicato un termine di scadenza.
  • Occupati indipendenti: coloro che svolgono la propria attività lavorativa senza vincoli formali di subordinazione. Sono compresi imprenditori, liberi professionisti, lavoratori autonomi, coadiuvanti nell’azienda di un familiare (se prestano lavoro nell’impresa senza il corrispettivo di una retribuzione contrattuale come dipendenti), soci di cooperativa, collaboratori (con e senza progetto) e prestatori d’opera occasionali.

Siamo davanti a una situazione abbastanza grave: da un lato, è evidente un progressivo impoverimento della società; dall’altro, disponiamo di dati che sembrano più una foglia di fico che nasconde le vergogne di un sistema impostato sull’impoverimento e la disuguaglianza e che sono ben lontano dall’analizzare la situazione di un paese in seria difficoltà.

Gianmarco Cantafio

NOTE

  1. Il documento ISTAT è reperibile qui: https://www.istat.it/it/files//2020/06/CS_Occupati_disoccupati_APRILE_2020.pdf.

  2. Gennaro Montuoro, Automazione, robotica e intelligenza artificiale cambieranno per sempre il lavoro (che non c’è), in «Malanova», a. 0, giugno 2020, disponibile al seguente URL: http://www.malanova.info/wpcontent/uploads/2020/06/MALANOVA_ZERO.pdf.