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Pandemia Covid-19 e contraddizioni economiche

Si è da più parti letto e riletto che la pandemia da COVID-19 è tutta farina del sacco neoliberista, si è anche letto che la crisi economica e l’emergenza sociale rappresentano il dato visibile della enorme contraddizione del sistema socio-economico dominante. Purtroppo, ahinoi, spesso ci si limita all’enunciazione del principio. Ma poi, per paura forse di tediare i lettori con articoli leggibili in più di 3 o 5 minuti, si glissa allegramente su tutto. Chi legge queste pagine dovrebbe avere gli utili anticorpi per resistere a digressioni analitiche di media portata, quindi in questo articolo si proporrà una disamina che tenta di sintetizzare due problematiche incipienti della nostra contemporaneità. Da un lato l’iper-specializzazione economica territoriale, schiacciata sui servizi alle imprese, al consumo e sulla riconversione urbana in spazi di fruizione e aggregazione; main streets, spazi informali di consumo culturale ed eventi e tutto ciò che ruota attorno alla somministrazione di cibi e bevande a fare da corollario. Dall’altro lato il collasso economico introdotto dalle norme anti covid che hanno fatto saltare tutto il meccanismo. Quindi abbiamo l’economia dell’intrattenimento e del turismo (turismo inteso in senso lato come spostamento di persone da un posto ad un altro per un interesse meramente esperienziale) che sta ridefinendo strutturalmente l’agglomerazione urbana e gli equilibri all’interno delle aree urbanizzate, nei termini di forza centripeta, e come contraltare gli effetti centrifughi del covid, ossia lo spostamento di un umero sempre crescente di persone verso i centri minori dovuti allo smart working.

Un problema con radici profonde

Le reali diseconomie della riconversione urbana, si basano principalmente sull’aver polarizzato le attività di interi quartieri in una sorta di economia monodimensionale, o iper-specializzata. Un tempo i quartieri dormitorio, quasi privi di attività commerciali minute, trovavano un loro bilanciamento nella prima cinta periferica attrezzata con negozi, botteghe, supermercati, mercati rionali ecc. Il centro città presentava una robusta rete fatta di maglie di varia grandezza, dalle attività capillari del servizio domestico e riparazioni varie (generici servizi alla residenza) fino alle ampie maglie del settore immobiliare. Il tutto inquadrato nell’economia trainante della zona, produzione industriale per il nord e il centro, produzione agricola per il Sud e la cornice del pubblico impiego come garanzia di domanda costante. Quindi una rete di interessi ed equilibri diversificati, che seppur non scevra da contraddizioni e sudditanze di vario genere, garantiva una certa duttilità e resilienza strutturale ai cambiamenti economici o agli shock di varia natura.

In tempi recenti i grossi centri urbani hanno visto sparire servizi di piccolo cabotaggio, quelle attività dedicate alla piccola produzione, alla riparazione tipiche tanto di un clima di agio generale, quanto di una stabilità economica e temporale di chi risiede in maniera duratura. Il mutamento del concetto di residente non è cosa secondaria in questo discorso, la precarietà, l’effimero, il temporaneo, l’agile, il flessibile; sono tutte aggettivazione che ben descrivono le dinamiche sociali che si giocano tanto nelle aree urbane quanto in quelle rurali. La precarietà del risiedere porta con sé conseguenze anche nel tessuto microeconomico dei vari quartieri, imponendo stili di vita che fanno dell’effimero e del qui ed ora, spesso l’unico orizzonte di tempo possibile. Va da sé che, banalizzando un po’, avendo un contratto per 6 mesi o un anno (o anche meno) prendo una stanza e non un appartamento, non dedico attenzione a quel che poi non potrò portare con me, ma neanche dedicherò particolari cautele o accortezze a mobilio e suppellettili, visto che costituiscono una spesa irrecuperabile. Figuriamoci poi chi vive una realtà urbana per pochi giorni o poche ore, il vero e proprio turista “byte and fly”.

A ciò si aggiunge un altro cambiamento strutturale che dagli anni ’70 circa ha cambiato le nostre abitudini, la produzione della tecnologia usa e getta e l’obsolescenza programmata di prodotti e sub componenti, il tutto per innalzare i consumi e far impennare produzione e fatturati. La ricaduta economica di queste “innovazioni” oltre ad aver riempito il mondo di rottami e oggetti difficilmente riciclabili, ha spazzato via il concetto di durabilità dei manufatti, quindi con grosse ripercussioni su tutto l’indotto commerciale e produttivo che girava attorno alla riparazione e alla conservazione di oggetti d’uso, apparecchiature macchinari e altro. Quello che fino a poco tempo prima era la prassi è divenuta eccezione, la produzione di piccoli lotti o su misura, compreso il suo mantenimento, è rimasto appannaggio dei beni di pregio restringendo tanto gli addetti quanto i clienti. Quindi piccoli opifici e botteghe sono state man mano rimpiazzate da negozi di elettronica, bar, friggitorie, pub, boutique e tutto quello che di solito vediamo transitando in una qualsiasi via dei centri città. Il centro storico è diventato territorio di caccia degli immobiliaristi per ricreare bomboniere in finto stile antico, per infilarci dentro locande dal nome che richiama la genuinità dei bei tempi andati e rifilare sapori antichi riaggiornati a cifre stellari.

Quindi da un versante abbiamo l’industria che spinge per un ricambio continuo dei prodotti, proponendone di “nuovi” a ritmo incalzante, alimentando la corsa all’ultimo modello o, per i meno inclini alla corsa all’acquisto, “programmando” i prodotti per resistere il minimo indispensabile per superare la garanzia legale e poi salmodiare il rituale “conviene comprarlo nuovo, ripararlo ti costerebbe di più”. Oggi l’innovazione delle innovazioni è una sorta di finta marcia indietro al suono del mantra dell’economia circolare, ossia l’economia di mia nonna, riparare, riutilizzare e comprare solo quanto serve e quando serve. Si spaccia il mea culpa del fallimento epocale per innovazione. Peccato che il mea culpa sia stato preceduto dalla pandemia che ha rotto le uova nel paniere del green deal e di tutti i bei progetti di ripristino di un’economia resiliente. La “nuova” visione dovrebbe essere in grado di cogliere in maniera capillare anche la più piccola scintilla di plusvalore creato in un territorio. In sostanza l’economia circolare non è altro che questo, l’economia del risparmio dei temi di guerra in chiave turbo-capitalista. La capacità di capitalizzare le micro operazioni di risparmio sugli asset produttivi, che attraverso l’ottimizzazione e la massimizzazione fornite dall’informatizzazione, dalle economie di scala e dai moltiplicatori finanziari, divengono meccanismi di riproduzione di capitale con grosse garanzie di durata e stabilità, anzi peggiori sono le congiunture economiche maggiore sarà l’investimento pubblico su questi meccanismi. Un meccanismo quasi perfetto per continuare a capitalizzare utili con l’ausilio consapevole della popolazione. Ma ciò richiederebbe una ristrutturazione dell’economia di produzione, dei metodi e dei circuiti di creazione del valore, ma a finanziare il tutto ci pensano le decine di programmi europei ben disposti ad elargire fondi a scuole e università per progetti pilota, start-up, incubatori e altro. È un “peccato” che la realtà vada tutta da un’altra parte, scegliendo trend redditizi e puntando tutto sullo stesso cavallo dopato.

L’anello debole delle catene di valore

Queste le premesse trasformative che hanno in un certo qual modo indotto il presente ad assumere le attuali caratteristiche. Fenomeni apparentemente diversi che hanno generatrici comuni possono depistare chi non si sofferma ad indagare attentamente i processi. Si finisce spesso per ragionare a comparti stagni e non riuscendo a vedere oltre ceti schemi, i quali descrivevano in maniera eccellente un sistema un decennio fa, ma che oramai non riescono più a fornire una corretta interpretazione del presente se non per ambiti tanto parcellizzati da risultare impossibili da riannodare alla complessità del processo in atto. Ci si abbarbica a qualche idea che sembra essere vincente e che appare più probabile di altre, in realtà si ha a che fare sempre con letture molto parziali della complessità. Un esempio su tutti è l’esplosione delle residenze temporanee (i famigerati B&B) che sembrano essere la causa di tutti i mali in città come Roma, Venezia o Firenze, ma che spesso sembrano specchietti per le allodole, abbagliando l’occhio, dirottando le analisi e facendo passare in secondo piano alcuni dati di non poco conto. Se le residenze temporanee vanno per la maggiore vuol dire che il tempo di permanenza in un luogo si è drasticamente ridotto.

Non è solo per turismo, ma sono molte le motivazioni che portano fiumane di persone a riversarsi in centri di varia grandezza per brevi periodi, colloqui di lavoro, impieghi precari, stage, tirocini e altro. Quando si crea o si modifica una domanda c’è sempre il soggetto che la sa più lunga degli altri che getta l’amo un attimo prima e stabilisce poi i nuovi equilibri. Se il fenomeno si autosostiene e comincia ad essere un’opzione redditizia per chi si ritrova ad avere un piccolo patrimonio immobiliare, figuriamoci per chi ha una potenza di fuoco mille volte maggiore e può permettersi di far man bassa di interi quartieri o isolati in posizione strategica, magari lasciati vuoti per l’impennata del costo della vita o per l’innalzamento fulmineo dei canoni d’affitto (vedi Venezia e centro storico di Firenze). Qui potremmo agguantare un bandolo di una matassa assai intricata. Se la temporalità dell’abitare si fa sempre più breve, se le esigenze del residente a scadenza diventano consumo di tecnologia o di cibo, bevande e svago (sto semplificando ovviamente), è chiaro che alla domanda posta in questi termini, farà seguito un’offerta costituita da una riconfigurazione della struttura microeconomica locale. fatta di centri commerciali, per le esigenze un po’ più specifiche, e da servizi al consumo ed esercizi commerciali più che vere e proprio attività produttive. Si innesca per cui un sistema di consumi improduttivi [1] all’interno di un sistema nel quale la produzione stenta a decollare o è stata addirittura portata altrove, quindi si sostengono tali consumi con il transito di persone esterne. Capiamo quindi che così concepito il concetto di turista e quello di residente temporaneo, polarizzano gran parte dell’economia urbana e di riflesso quella locale, con un grosso indotto fatto di mezzi, merci e personale. Non affronterò qui l’economia legata all’arte e allo spettacolo, la quale è l’effimero per eccellenza, mi limiterò a tratteggiarne il dato più significativo, ossia quello dell’appartenere alla filiera degli eventi bisognosi di punti di accumulazione (grandi assembramenti).

Se ora per una serie di motivi, tanto endogeni quanto esogeni, il flusso di persone che alimentano la ruota dell’economi locale si interrompe, se i grandi assembramenti sono vietati e nel contempo si ridimensiona la capacità locale di spesa pro capite, allora tutto l’impianto implode. Ma gli esiti non sono solo la cessazione di attività, c’è l’indotto, ma anche tutto il castello di prodotti finanziari legati a prestiti e mutui contratti per gestire, aprire o rinnovare le attività. A contrastare la caduta libera però non resta molto, dopo che le città sono state “ripulite” dalle attività legate a consumi produttivi.[2] Quindi la tendenza dei mercati ad investire sempre più sui cluster turistici e sull’indotto, le forzature territoriali per infrastrutture propedeutiche al business del nuovo millennio (si arriva all’assurdità di due aeroporti a distanza di 30-40 km l’uno dall’altro), portano ad una follia assolutamente lucida e razionale che trova la sua ispirazione nella fede in una crescita indefinita dei profitti. La stessa del resto che si è sempre verificata ogni volta che un certo tipo di industria ha rotto il guscio e ha cominciato a spiccare salti sempre più lunghi fino ad involarsi leggiadra e poi ovviamente stramazzare agonizzante, avendo nel contempo assunto le dimensioni di un aereo di linea schiantatosi in pieno centro abitato.

La congiuntura, il collasso e le proteste.

Ma dopo questa analisi, che per forza di cose ho dovuto ridurre all’osso e che potrebbe quindi apparire un po’ tagliata con l’accetta, qual è l’esito del processo? Questa è la parte più semplice e immediata della trattazione, l’esito è sotto i nostri occhi o si lancia dagli schermi delle TV. Un singolo cluster produttivo che entrando in crisi trascina con sé interi indotti industriali e commerciali. Ristoratori, baristi, albergatori e gestori di esercizi di vario genere (comprese sale scommessa e sale giochi..) dopo il lockdown, dovuto alla prima ondata di covid-19, non hanno retto l’ipotesi del secondo. Da qui proteste di vario genere più o meno orchestrate da terzi, più o meno genuine o più o meno proteste. Ma non è semplicemente rabbia di gente contro il Governo, fin lì nulla di male, anzi. Il secondo piano di lettura, obbligatorio se non si vuol essere spettatori da stadio o commentatori da osteria, è quello di indagare il fenomeno della chiusura e le sue implicazioni. Se prendiamo degli esercenti a caso di locali pubblici, probabilmente le loro angherie non sono le medesime. Uno potrebbe essere solo il gestore di un’attività non di sua proprietà, uno potrebbe possedere la licenza ma essere in affitto e un altro, quello messo peggio potrebbe essersi infilato nel ginepraio del franchising. Poi magari c’è quello che ha tutto di proprietà e che deve solo vedersela con fisco e fornitori. Queste soggettività pur scendendo nella stessa piazza e urlando lo stesso slogan non avranno lo stesso beneficio a poter aprire due ore in più o avere una dilazione delle imposte ecc. ognuno di questi ha bisogno di un volume di clienti proporzionale all’entità delle sue uscite. Nemmeno possono sfilarsi dal business come e quando gli pare, chi è nella rete di un franchising ad esempio ha a che fare con delle penali o contratti a lungo termine da onorare o rimborsare. Un business nel quale si può lavorare guadagnando, solo a patto di avere consistenti e costanti volumi di consumatori.

Ma la congiuntura economico-pandemica se così possiamo descriverla, ha non soltanto interrotto la linfa, ma ha mostrato quanto fragile siano diventati i tessuti urbani. Se rammentiamo che nell’immediato dopoguerra (grazie anche alla ricostruzione) le aree urbane erano considerate mete di opportunità lavorative, ora stanno diventando trappole per topi, ambienti molto aggressivi nei quali dilapidare un patrimonio di risparmi al primo capriccio del vento dei mercati. Quindi viene da chiedersi se molta della rabbia sfogata in piazza dai vari esercenti, non sia anche frutto di una frustrazione per un investimento sbagliato, fatto nella speranza o nella fede che il trend dell’effimero e del consumo improduttivo fosse destinato a crescere in maniera non solo esponenziale ma anche indefinita. Fatto sta che in questi giorni sembra riproporsi il dilemma (per altro falso e ignobile) tra salute sociale e salute economica, ma che dovrebbe essere tradotto in linguaggio più comprensibile, cioè quanta parte di società può essere sacrificata affinché l’immagine dell’economia capitalista si possa sottrarre dall’accusa di essere un virus più invasivo, contagioso e depauperante del covid-19?

JR

Note

  1. James Mill, selected economic writings, a cura di D. Winch, University of Chicago Press, Chicago, 1966.

  2. Giacomo Becattini, Dal distretto industrial all o sviluppo locale, Bollati Boringhieri, Torino, 2000.