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David Graeber, Bullshit jobs

Ci sono testi che hanno “preso le misure” della vita umana associata, hanno in altri termini operato una analisi della realtà sociale che ha permesso a tant* di noi, in tutte le parti del mondo, di comprenderla e di agire in essa in maniera cosciente e ragionata. Questa rubrica aperiodica vuole essere una serie di schede per invitare alla lettura – od alla rilettura – di questi evergreen.

Avremmo preferito dover rimandare più avanti nel tempo l’invito alla lettura di un altro testo di David Graeber, oltre Debito. I Primi 5.000 Anni[1] con il quale avevamo iniziato questa rubrica.[2] La sua morte improvvisa, però, ci induce a mo’ di omaggio ad anticipare i tempi e presentare da subito una delle sue ultime opere: Bullshit Jobs – alla lettera “lavori stronzata” (ma il senso più preciso in italiano sarebbe forse “lavori inutili e senza senso”) comparsa in originale nel 2018 ed immediatamente tradotta in italiano.[3]

Come abbiamo detto io e Flavio Figliuolo nel ricordo di David presente nel numero scorso,[4] la sua attività scientifica era rivolta in larga misura all’antropologia economica e Bullshit Jobs ne è un esempio lampante. La ricerca in questione – abbozzata inizialmente nel 2013 in un breve saggio apparso sulla rivista libertaria inglese Strike![5] – partiva da una constatazione banale: tutti noi abbiamo presente il fenomeno di lavori perfettamente inutili, se non controproducenti quando non addirittura dannosi, e la sua diffusione anche all’interno di lavori che, di per sé, non sarebbero affatto inutili od insensati, ma il cui aspetto utile viene sempre più relegato in secondo piano ed ostacolato da una quantità di lavori inutili di contorno.

Consulenti per le Risorse Umane”, “Ricercatori per le Relazioni Pubbliche”, “Strateghi Finanziari”, “Legali d’Azienda”, “Segretarie di Rappresentanza” oppure “quel tipo di gente (ben rappresentato in ambito accademico) che trascorre il tempo a costituire apposite commissioni per discutere il problema delle commissioni inutili. La lista è apparentemente interminabile”[6] (Bullshit Jobs ne mette comunque in evidenza tantissimi): si tratta di mestieri di fatto perfettamente inutili se non appunto controproducenti in base ad un semplice esperimento mentale.

Dite quel che volete delle infermiere, dei netturbini o dei metalmeccanici ma è evidente che se dovessero svanire in una nuvola di fumo le conseguenze si vedrebbero subito e sarebbero catastrofiche. Un mondo senza insegnanti o portuali si troverebbe presto nei guai, così come senza scrittori di fantascienza o musicisti ska sarebbe un posto meno vivibile. Non è invece affatto scontato che l’umanità soffrirebbe se tutti gli amministratori delegati di fondi di provate equity, i lobbisti, i professionisti delle public relations, gli attuari, gli addetti al telemarketing, i consulenti legali o certi pubblici ufficiali dovessero svanire a loro volta: anzi, sono in molti a sospettare che si starebbe decisamente meglio”.[7]

Inoltre, nonostante le previsioni, sia degli anarchici di fine secolo XIX ed inizio XX sia persino di liberali come John Maynard Keynes, sul fatto che lo sviluppo della tecnologia avrebbe permesso una enorme riduzione oraria della giornata di lavoro si siano dimostrate giuste sotto il profilo, appunto, tecnologico, la conseguenza di un maggiore tempo libero per gli individui non si è affatto verificata. Un fenomeno che, ci dice David Graeber, non può essere spiegato con il consueto appello al “consumismo” ed alla sua crescita per cui la società avrebbe scelto tra più tempo libero o più beni di consumo, decidendo per quest’ultimi. Infatti, dal secondo dopoguerra ad oggi abbiamo assistito alla creazione di un enorme numero di nuovi tipi di attività, ma quelle che hanno a che fare con la produzione di beni e servizi sono rimasti essenzialmente gli stessi. Nel corso del XX secolo ed il fenomeno prosegue nel nostro XXI, poi, non solo il numero di persone impiegata nella produzione primaria di beni materiali è crollato verticalmente sostituito dalla sempre crescente automazione ma, analizzando l’espansione del settore terziario dei “servizi”, ci accorgiamo che ad essersi enormemente espanso è stato il settore amministrativo ed i lavori inutili e senza senso elencati parzialmente in precedenza – senza contare il numero di persone impegnate in lavori utili ma che devono essere svolti in favore delle persone impegnate in quelli inutili che, proprio per questo, non hanno il tempo per svolgerli da se stessi.

Quando le aziende effettuano spietati tagli di personale, i licenziamenti e le accelerazioni dei ritmi ricadono invariabilmente su quella categoria di persone che si occupa di produzione, spostamento, aggiustamento e manutenzione. (…) [invece] il numero di stipendiati passacarte pare in crescita e sempre più impiegati si ritrovano (…) a lavorare quaranta se non cinquanta ore alla settimana, in teoria, poiché di fatto ne lavorano una quindicina”[8]

trascorrendo il resto del tempo in varie occupazioni inutili che gli vengono assegnate e che son tenuti a svolgere scrupolosamente. La cosa, se ci si riflette, è l’esatto contrario di quanto promette il racconto ideologico del capitalismo: il “libero mercato” dovrebbe appunto eliminare, in una sorta di processo darwiniano, le aziende “cicale” che sprecano soldi pagando persone dei cui lavori potrebbero tranquillamente fare a meno e lasciare in piedi solo le aziende “formiche” – ma, appunto, è successo il contrario, in pratica tutte le aziende si comportano, almeno in un certo campo, da “cicale”. La tesi graeberiana, che verrà sostanziata lungo tutto il testo, è che non ci troviamo di fronte ad un fenomeno economico ma di una scelta politica: per le classi dominanti e la società gerarchica in generale un 99% felice e produttivo con, di più, un bel po’ di tempo libero a disposizione è un vero e proprio “pericolo mortale”, per cui è divenuto un imperativo morale costringere le persone a lavorare anche quando non ce ne sarebbe alcun bisogno. Non solo:

nella nostra società pare valere la regola secondo la quale quanto è più evidente che il lavoro di qualcuno fa bene agli altri, tanto meno è probabile che l’interessato verrà pagato per farlo”.[9]

Gli stessi lavori utili vengono quanto più possibile caricati di un’infinità di orpelli inutili, il cui scopo sembra essere quello di rendere sempre più difficile compiere effettivamente il lavoro utile. In questo campo ho apprezzato moltissimo – dato che facevamo lo stesso mestiere – gli esempi tratti dal mondo dell’insegnamento e della ricerca, dove non solo i compiti inutili sono divenuti enormi rispetto a quelli utili e li rendono sempre più difficili da svolgere efficacemente ma, per di più, si fa carriera, salvo eccezioni sempre più rare, in base allo svolgimento della varie stronzate assegnate e non alla qualità del lavoro utile.

Se qualcuno avesse ideato apposta un mercato del lavoro perfettamente funzionale a conservare il potere del capitale finanziario non si vede come avrebbe potuto fare di meglio, I veri lavoratori produttivi vengono incessantemente spremuti e sfruttati. Gli altri si suddividono in uno strato di disoccupati terrorizzati e vituperati da tutti ed in un più vasto strato di quanti sono pagati in sostanza per non far nulla, ricoprendo ruoli che li spingono ad identificarsi con le idee e la sensibilità della classe dirigente (…) covando allo stesso tempo un rancore sommerso nei confronti di chiunque abbia un lavoro con un evidente ed innegabile valore sociale.”[10]

Insomma, il cosiddetto “neoliberismo” non è un’ideologia economica ma una strategia politica di controllo delle masse – ancora una volta si vede come il capitalismo, prima che pensare a massimizzare i profitti, punta a massimizzare il controllo sociale sulla forza lavoro. Il fenomeno dei lavori senza senso è, allora, il filo conduttore di una lunga ricerca che giunge a sviscerare e mostrare questo progetto politico mascherato da scienza economica, offrendoci ancora una volta notevolissimi strumenti per capire e, si spera, superare il presente stato delle cose.

Enrico Voccia

NOTE

[1] GRAEBER, David, Debito. I Primi 5.000 Anni, Milano, Il Saggiatore, 2012.

[2] VOCCIA, Enrico, “David Graeber, Debito”, in Umanità Nova, anno 100, n° 23, pp. 6-7.

[3] GRAEBER, David, Bullshit Jobs, Milano, Garzanti, 2018,

[4] FIGLIUOLO, Flavio e VOCCIA, Enrico, “Siamo Sempre il 99% Ma Uno ci Manca”, in Umanità Nova, anno 100, n° 26, p. 6.

[5] https://www.strike.coop/bullshit-jobs/

[6] GRAEBER, David, Bullshit Jobs, Milano, Garzanti, 2018, p. 7.

[7] GRAEBER, David, Bullshit Jobs, Milano, Garzanti, 2018, p. 13 (citazione dall’articolo originario).

[8] GRAEBER, David, Bullshit Jobs, Milano, Garzanti, 2018, p. 10 (citazione dall’articolo originario).

[9] GRAEBER, David, Bullshit Jobs, Milano, Garzanti, 2018, p. 13 (citazione dall’articolo originario)

[10] GRAEBER, David, Bullshit Jobs, Milano, Garzanti, 2018, p. 14 (citazione dall’articolo originario)