Tag Archives: USA

Istantanee della Rivolta

Continua il lavoro di analisi delle rivolte statunitensi, in risposta all’assassinio di George Floyd. Nelle scorse pubblicazioni ci siamo concentrati sulle ragioni storiche del razzismo latente[1] e sulle dinamiche interne che hanno contraddistinto le azioni di Minneapolis[2]. Nell’ analisi che segue, esamineremo esploreremo i fattori chiave che hanno contribuito a rendere alcuni momenti di piazza estremamente significativi, sia dal punto di vista delle dinamiche del riot, sia dal punto di vista degli equilibri interni alle varie soggettività. Verranno esplicitate le minacce che questo movimento si trova a dover affrontare concludendo con una serie di racconti di chi vi ha preso parte e ha contribuito alle giornate di Minneapolis, New York, Richmond, Grand Rapids, Austin, Seattle e altrove nel Paese.

Dobbiamo iniziare con un attimo di silenzio – perché nessuna rivolta, non importa quanto potente sia, nemmeno se potesse radere al suolo ogni Distretto di Polizia e aprire ogni prigione, potrebbe mai far tornare in vita Breonna Taylor, George Floyd, David McAtee, Rayshard Brooks o una qualsiasi delle innumerevoli vittime dello zelo poliziesco, colpevoli solo di appartenere ad un “minoranza” etnica. Insurrezioni come quella iniziata a Minneapolis sono un modo per scoraggiare la Polizia dal commettere omicidi futuri ma sono anche espressioni di dolore per le perdite irreparabili che hanno già avuto luogo.

Il retroscena

Nel corso della ricerca di punti di riferimento storici per comprendere questa rivolta, la maggior parte delle persone torna con la memoria ai moti del 1960 – anche se, come ha sostenuto il famoso conduttore Dan Rather:

Nel 1968, si ebbe la sensazione, dimostrata dalle successive elezioni, che coloro che scendevano in piazza per dolore e per protestare erano una minoranza del Paese e le leve del potere negli affari, nel Governo e nella cultura erano schierate contro di loro. Non è quello che percepisco nel 2020.”

Tracciando il delinearsi di questa rivolta, vorremmo iniziare prendendo in considerazione alcuni eventi più recenti, tralasciando quindi i moti di Los Angeles del 1992 o di Cincinnati del 2001, analizzando invece i tumulti di Oakland del 2009 in risposta all’assassinio di Oscar Grant. Ad Oakland i riot furono minimi rispetto a quanto accaduto in questi giorni, ma riunirono la stessa fascia di popolazione – giovani neri arrabbiati consci di poter essere la prossima vittima, manifestanti stanchi di sterili campagne riformiste, anarchici che si opponevano alla violenza di Stato per questioni di principio e altri ribelli dalle svariate origini etniche – creando un precedente che si è riproposto nei cinque anni successivi a Seattle, Atlanta , Anaheim , Brooklyn , Durham e altrove.

Ognuna di queste insurrezioni è durata al massimo un paio di giorni, un gesto di rifiuto dell’ordine imposto dalla violenza della Polizia incapace di contrapporre un’alternativa sostenibile. Ciò è cambiato con la rivolta di Ferguson dell’agosto 2014, che si protrasse per oltre una settimana e mezza per poi ripetersi a novembre, diffondendosi in tutti gli Stati Uniti per varie settimane. Dopo Ferguson, le vittime della violenza poliziesca hanno immaginato di poter diventare ingovernabili su larga scala.

Altri tumulti sono avvenuti poi negli Stati Uniti, raggiungendo lo zenit a Baltimora, alla fine dell’aprile 2015, in risposta all’assassinio di Freddie Gray. Quando poi, nel novembre di quell’anno, scoppiò la rivolta di Minneapolis in seguito all’assassinio di Jamar Clark, questo modello sembrava scontrarsi con i suoi limiti – limiti imposti dal crescente consolidamento di potere tanto nelle mani degli organizzatori istituzionali, quanto della forza repressiva della Polizia. Come scrivemmo nel 2015:

Non è chiaro quanto lo Stato possa andare oltre per mantenere l’ordine attuale mediante la forza bruta. Se le insurrezioni si verificassero contemporaneamente in più città della stessa regione o se venisse coinvolta una più ampia fascia della popolazione, potrebbe accadere di tutto.”

New York City, 30 maggio

Union Square. Gli agenti in assetto antisommossa sulla 14th Street, impediscono al corteo di spostarsi più a nord. Il clima è sia gioioso sia teso; la musica indugia nell’aria. A New York, è normale vedere un altoparlante su ruote – all’estremità di una bici o dentro un carrellino per la spesa. Stasera, all’incrocio tra la 14th e Broadway, ci godiamo una serenata. Anziché continuare a marciare, la folla si sparpaglia lungo diversi quartieri. Nessuno sa come andare avanti. Procediamo in preda all’ansia, prevedendo le mosse della polizia. All’improvviso, come per rompere la situazione di stallo, qualcuno vibra un colpo di martello sulla la vetrata della Chase Bank. Quindi, tutto in una volta, l’intera zona dalla 14th e da University alla 12th e alla 4th si anima di rumori.

Soprattutto a New York, le implicazioni razziste della narrativa del bravo/cattivo manifestante sono palesi. Le prime due notti, ho visto pochissimi casi di ciò che è stato chiamato riot shaming – la sorveglianza di giovani afroamericani e latini in seguito agli omicidi da parte della polizia. Al massimo, le controversie riguardavano gli obiettivi, non le tattiche. Mentre sempre più bianchi si univano al movimento da una notte all’altra, ho visto questo passaggio narrativo in tempo reale, dal “non qui” al “non farlo.” Ho iniziato a vedere i bianchi scontrarsi fisicamente con i manifestanti neri con la premessa che ciò che stavano facendo fosse negativo per il movimento. Di solito, cerco di evitare dichiarazioni totalizzanti. Tuttavia, alla luce delle implicazioni di questa dinamica, voglio dire una cosa: non spetta ai bianchi dire la loro su quale dovrebbe essere la risposta appropriata al costante omicidio di persone nere da parte della Polizia.

Lontano dalle strade, i politici di sinistra e di destra hanno iniziato a pronunciarsi contro i dimostranti. Insulti razzisti sono comparsi sui quotidiani: “Questi non erano manifestanti, erano criminali.” Sia Trump sia De Blasio si sono disperatamente aggrappati alla menzogna che gli agitatori esterni siano stati i responsabili della rivolta. Si sono nascosti dietro l’ambiguità razziale di quest’affermazione per reprimere con violenza la resistenza nera. In realtà, gli afroamericani sono sempre stati in prima linea, dalle manifestazioni pacifiche agli incendi. A New York, la distinzione politica tra saccheggiatori e manifestanti ha coinciso con uno sforzo consapevole di condannare una parte del movimento che non era guidato solo da neri ma aveva, in modo sproporzionato, più partecipanti neri. In diverse occasioni, Trump stesso ha accennato al mito secondo cui le proteste violente oscurano quelle pacifiche. Se questo non conferma a chi appartenga la programmazione di questa narrazione, non so cos’altro potrebbe farlo. Non c’è altro modo per dirlo: condannare il saccheggio e lodare i cortei pacifici vuol dire demonizzare l’autodeterminazione dei neri e favorire la maggioranza delle moltitudini bianche.

Tuttavia, alcune persone sostengono che i saccheggiatori siano solo criminali opportunisti che, in realtà, non sono lì per protestare. Per me protestare non è un atto a sé stante. È il motivo per l’azione. Si può marciare in segno di protesta, ci si può dimettere dall’ufficio in segno di protesta, si può fare lo sciopero della fame in segno di protesta e, sì, si può saccheggiare in segno di protesta. Non si può negare che il saccheggio sia avvenuto come risposta diretta all’omicidio di George Floyd.

[…] Per diverse notti, la frequenza della Polizia ha emanato l’avviso che gli agenti non dovevano inseguire i saccheggiatori, presumibilmente per il rischio di lesioni. Invece, quando la polizia ha voluto affermare la propria forza sulle proteste, l’ha fatto radunando e picchiando i manifestanti pacifici. Alcuni desiderano incolpare i saccheggiatori di questa brutalità. Non è mia intenzione. Credo che ci sia un vantaggio reciproco nell’avere dimostranti che praticano la nonviolenza insieme a quelli che non lo fanno. Ogni protesta che comporta la distruzione di proprietà, contiene al suo interno un nucleo di manifestanti nonviolenti. Inoltre, una chiara divisione tra cortei ordinati e turbolenti contrassegna i primi come facile bersaglio della violenza della polizia. Ho partecipato a una miriade di cortei nelle ultime due settimane.

Mai prima d’allora avevo assistito a disordini così massicci e diffusi. Di solito, si lasciava una protesta solo per finire inaspettatamente nel mezzo di un’altra. Alcuni sostengono che l’illegalità sia stata coordinata dagli anarchici. Come anarchico, posso dire che era quasi impossibile persino coordinarsi con i miei amici più intimi sul dove ci saremmo incontrati. Abbiamo partecipato alle dimostrazioni ma la portata di ciò che stava accadendo andava molto al di là delle mie capacità. Così tante autopattuglie sono state rese inutilizzabili quelle prime notti che le uniche in grado di circolare andavano in giro con le scritte PIG (porco) FTP (Fuck the Police – Fanculo gli sbirri) sulle portiere. È stata davvero un’esperienza umiliante per loro.

Sulla lunga distanza, il cambiamento radicale implica sapere quando accelerare e quando ridurre i rischi al minimo. Al giorno d’oggi, sostenere chi è stato arrestato ha un valore inestimabile. Chi dona tempo, alimenti e denaro – che aspetta fuori dal carcere con carica batterie e cibo – rende possibili ondate di resistenza. Immagino che continueremo a sentire ogni tipo di accusa provenire da ogni parte del Paese. La nostra capacità di sostenere gli imputati modellerà in modo sostanziale il futuro della rivolta a venire.

[…] Entro la metà della settimana successiva, la repressione della polizia ha iniziato a farsi sentire. Avevano iniziato a circolare notizie di arresti di massa, percosse, interrogatori e sulla sospensione dell’habeas corpus. Qualcosa si stava muovendo. La gente aveva vinto nelle piazze. Il coprifuoco dichiarato lunedì notte ha fatto diminuire il numero di persone nelle strade. Alle 20.00, i principali ponti che collegavano New York erano sorvegliati dalla polizia. I compagni avrebbero aperto le loro case a quei manifestanti intrappolati in altri quartieri.

[…]La crescita esponenziale e la forza delle proteste hanno colto di sorpresa le autorità. Come ho detto, De Blasio, Cuomo e Trump hanno asserito che l’insurrezione è stata coordinata da agitatori esterni. In realtà, le rivolte hanno coinvolto una vasta gamma di partecipanti. Gli obiettivi erano i negozi di lusso e la polizia – era talmente ovvio che non è stato necessario pianificare in anticipo. Si trattava solo di essere nel posto giusto al momento giusto. Fortunatamente, stava succedendo sempre, ovunque. I disordini sono andati avanti fino a quando non sono stati colpiti tutti i bersagli. Lasciata senza obiettivi chiari, la rivolta è entrata in una fase di stallo.

Per quel che posso dire, opinione generale tra gli anarchici negli Stati Uniti è che “nessuno avrebbe pensato che questo sarebbe accaduto qui.” In realtà, nessuno sa mai se qualcosa accadrà da qualche parte. Tutto ciò che si può fare è arrivare preparati, sognare in grande e sperare per il meglio. La storia è fatta da coloro che decidono di agire. Quando una finestra di opportunità si apre, si può ottenere tutto ciò che si vuole ma bisogna agire in fretta. È straordinario quanto sia facile oltrepassare la soglia.

Filadelfia, 30-31 maggio

Sabato, un corteo iniziato al Philadelphia Museum of Art si è trovato bloccato dagli agenti all’ingresso dell’autostrada. Alcuni ragazzini hanno iniziato a saltare sulle macchine della polizia, ballandoci sopra e sferrando calci ai parabrezza. Non riuscivo a vedere cosa stesse succedendo tra la folla ma, quando una nuvola di gas lattiginoso schizzò in avanti, la gente indietreggiò rapidamente, temendo si trattasse di lacrimogeni. In realtà, alcuni ragazzi avevano preso gli estintori dalle autopattuglie e li avevano rivolti verso i poliziotti per bloccare il loro spray antisommossa.

[…] Il corteo è proseguito. Diverse vetrate della banca sono state distrutte. Gli Starbucks accanto al Municipio hanno preso fuoco insieme ad alcune auto civetta. La statua di uno dei sindaci più razzisti di Filadelfia, Frank Rizzo, è stata vandalizzata davanti al Comune; in seguito, è stata rimossa. Dopo alcuni momenti di tensione con gli agenti che si trovavano intorno al Municipio, buona parte della marcia si è diretta invece verso la via principale dello shopping nel centro città. Decine di negozi sono stati saccheggiati e le loro merci distribuite a chiunque potesse farne uso.

[…] Tra Chestnut e 52nd, la prima cosa che ho visto è stata un veicolo blindato della polizia che strombazzava alla folla, composta perlopiù da giovani. Gli uomini continuano a camminare verso gli agenti, urlando e, di quando in quando, lanciando bottiglie d’acqua verso quello che era fondamentalmente un carro armato. […] Gli sbirri si sono diretti a nord accompagnati da applausi – c’era del fumo lassù. Forse un’auto della polizia era in fiamme? Ma anziché disperdersi o dirigersi verso il calore, sempre più gente si è radunata, mentre gruppi di persone andavano di porta in porta per strappare i cancelli di metallo preposti a tenere al sicuro ogni negozio. Per caso, abbiamo udito una giovane donna gridare: “È un negozio di Neri!” Un gruppo di cinque donne afroamericane di mezza età l’ha rimproverata: “Ascolta, gli abbiamo dato tutto per anni. Dove ci ha portato? Che si fottano.”

Innanzitutto, è stato forzato un discount. Tutte le donne, giovani e meno giovani, si sono avvicinate per poi correr via portando con sé cuscini, coperte, camicie e vari cosmetici e articoli per la casa. Un altro gruppo di ragazzini ha iniziato a svaligiare le macchinette piene di bottiglie di acqua, caramelle e profumi. In seguito hanno colpito la farmacia. Le caramelle sono state distribuite gratuitamente a chiunque passasse.

Crimethinc (estratto)