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Un mondo di rifiuti

Fino a circa dieci anni fa, teneva ricorrentemente banco sulle prime pagine dei media la cosiddetta “emergenza rifiuti” della Campania. La cosa era iniziata, di fatto, (almeno) alla fine degli anni ottanta del secolo scorso: da un lato, il sottosuolo tra le zone tra Napoli e Caserta veniva riempito all’inverosimile di rifiuti tossici di origine industriale, dall’altro, le città campane erano più volte all’anno sommerse dai rifiuti solidi urbani. Quest’ultima cosa era la più appariscente ma la prima, indubbiamente, era invece la più pericolosa per la salute de* cittadin* ed a tutt’oggi il problema persiste, di fronte al fatto che non si sono fatte, se non in minima parte, bonifiche dei siti contaminati. Sicuramente si ricorderà della questione della “terra dei fuochi” – i rifiuti tossici infiammabili che continuano ad essere bruciati nelle stesse zone – ma pochi sanno il perché: semplicemente, i rifiuti tossici non infiammabili non possono più essere interrati – non è rimasto un buco libero utilizzabile[1] nella regione.

Ricorderemo qui alcuni aspetti della questione perché sono indicativi di una situazione generale, che avvolge l’intero pianeta. Infatti, un’industrializzazione asservita senza remore al profitto capitalistico comporta un’enorme produzione di rifiuti tossici che, in teoria, andrebbero trattati per inertizzarli – per non dire che l’intera produzione andrebbe radicalmente ripensata allo scopo di eliminare alla radice il problema. Questo andrebbe a vantaggio dell’intera umanità ma abbatterebbe radicalmente i profitti e renderebbe le aziende corrette (almeno da questo punto di vista): molto meglio riversare gli scarti di produzione così come sono, affidandosi a gruppi specializzati in questo traffico “illegale”.

Le virgolette di sopra ci sono perché questo traffico è di tali dimensioni che, se pure la manovalanza può essere legata alla criminalità organizzata, necessita però di un discreto livello di direzione e complicità, di là della più o meno correttezza di tanti, nelle varie confindustrie nazionali, nonché nei vari livelli delle istituzioni politiche, delle forze dell’ordine, della magistratura e dei grandi media. Questi, in modo particolare, hanno un ruolo chiave nel nascondere il fenomeno nella sua complessità facendo credere che si tratti di un problema grave ma, sostanzialmente, circoscritto a determinate e limitate zone del pianeta.

Il caso campano, da questo punto di vista, è esemplare e vale la pena di ricordarlo. Quando il problema venne posto all’attenzione dei media, chi non era coinvolto direttamente nella lotta riceveva e condivideva in gran parte una visione del tutto distorta delle cose. Gli veniva descritto un popolo ignorante ed irrazionale, abbrutito nella logica del “non nel mio giardino”, manovrato dalla camorra, che impediva con la sua irrazionalità ogni logica soluzione del problema, ostacolando l’azione di una classe politica locale e nazionale che, nonostante alcuni errori, era presentata come maggiormente illuminata e che, alla fine, era costretta controvoglia ad usare le maniere forti. Un popolo che aveva bisogno di “campagne d’informazione” per fare la raccolta differenziata, come se le amministrazioni le avessero organizzate da tempo e la cosa non funzionasse perché le popolazioni la rifiutassero e via di questo passo, in uno spettacolare processo di completa distorsione della realtà che si avvantaggiava di un sottofondo, spesso molto malcelato, razzista nei confronti delle popolazioni meridionali. Un processo di disinformazione avvantaggiato dal fatto che chi non conosceva a fondo la situazione difficilmente era in grado di rendersi conto di ciò che il sistema di potere statale, imprenditoriale e camorrista stava davvero facendo.

In realtà, però, la situazione non è per niente localizzata e coinvolge l’intero pianeta: la logica capitalistica e statale non salva nessuno, tanto meno le popolazioni che credono che sia una cosa grave ma relativa agli “altri”. Nulla di più errato. Per restare in Italia, infatti, sono stati individuati quarantadue siti di interesse nazionale per la loro bonifica, in altre parole quelli dove la situazione è estremamente grave ed andrebbe effettuato un intervento più che immediato: 1 in Val d’Aosta, 5 in Piemonte, 5 in Lombardia, 1 in Trentino, 1 in Veneto, 2 in Friuli, 1 in Liguria, 2 in Emilia Romagna, 4 in Toscana, 1 nelle Marche, 1 nell’Umbria, 1 in Lazio, 1 negli Abruzzi, 3 in Campania, 2 in Basilicata. 4 in Puglia, 1 in Calabria, 4 in Sicilia, 2 in Sardegna.[2] Insomma l’intero belpaese e si tratta solo della punta di un iceberg molto più vasto, sia per ciò che riguarda la Repubblica Italiana, sia per il mondo intero.[3]

Occorre partire da questi presupposti per comprendere le ultime notizie che ci arrivano dalla Tunisia. All’inizio dell’anno, la magistratura tunisina ha aperto un’inchiesta dopo l’avvenuto sequestro di 282 container carichi di rifiuti nocivi importati illegalmente dalla Campania, inchiesta che ha portato all’arresto addirittura del ministro dell’Ambiente Mustafa Aroui oltre che di molti alti funzionari addetti ai controlli doganali. La cosa ha colpito fortemente la popolazione tunisina anche per la specifica tipologia di molti di questi rifiuti: mascherine, camici e dispositivi vari legati all’emergenza Covid che, se non sono rifiuti tossici di natura industriale in senso stretto, la loro esportazione è stata giustamente vissuta come un tentativo di portare fuori, verso un paese del terzo mondo e verso popolazioni ritenute “sacrificabili”, elementi potenzialmente infettanti. La rabbia popolare si è espressa platealmente domenica 28 marzo proprio contro l’arrivo di un carico di rifiuti ospedalieri: c’è stata una forte protesta al porto di Sousse, con striscioni e cartelli che invitavano l’Italia a riprendersi “la sua merda” – tra l’altro con la visibilissima presenza di “A” cerchiate e bandiere rossonere, riportata anche dai media nostrani.

La cosa andava avanti però da molto: i dubbi erano iniziati la scorsa estate con un primo carico di 212 container sospetti, aumentando poi con l’arrivo di altri 70 container a novembre: in ogni caso, solo tra maggio e luglio 2020 sarebbero partite dal porto di Salerno quasi 8.000 tonnellate di rifiuti. Il tutto, in teoria, doveva essere gestito dall’azienda tunisina Soreplast, che avrebbe dovuto inertizzarli prima e poi riciclarli, mentre una società campana, la Sviluppo Risorse Ambientali, avrebbe redatto le bolle di carico dei container definendone il contenuto “scarti urbani e misti, impossibili da valorizzare” – per lo più, come dicevamo, rifiuti ospedalieri legati all’emergenza covid-19. L’accordo con l’azienda salernitana, che avrebbe avuto l’ok della Regione Campania, prevedeva che la Soreplast avrebbe dovuto riciclare la parte in plastica dei rifiuti e mandare in discarica la frazione non differenziabile e non recuperabile. L’indagine della magistratura tunisina, però, sospetta che abbia smaltito tutto direttamente in discarica.

Secondo una dichiarazione del direttore dell’Agenzia Nazionale per il Riciclo dei Rifiuti (Anged), Beshir Yahya, “L’importazione di questi rifiuti è stata effettuata senza passare attraverso i canali ufficiali, che richiedono una pre-approvazione, e senza ottenere l’autorizzazione dei servizi ufficiali responsabili dell’importazione di questo tipo di residui”. L’ultimo invio, però, come affermato dagli inquirenti tunisini, aveva ricevuto l’autorizzazione di Anged nonostante la mancanza di una autorizzazione ufficiale del governo, governo che in ogni caso, come si è visto, si è trovato pesantemente coinvolto, sia con l’arresto del Ministro dell’Ambiente, sia per le polemiche intorno al ritardo nell’autorizzazione dello stesso.

Se, comunque, la questione è partita grazie alla specificità del genere di rifiuti, molto probabilmente – anzi è pressoché sicuro – che il paese tunisino, come d’altronde il resto del mondo, è vittima di ogni genere di smaltimento “illegale”. Nella fattispecie, poi, il fatto che il tutto sia partito dal Porto di Salerno potrebbe indicare la presenza nel traffico di una struttura preesistente che, formatasi al tempo della “emergenza rifiuti”, continua ad operare in altre direzioni più o meno legali.[4]

Per concludere, lo smaltimento “illegale” dei rifiuti tossici è un problema ecologico di portata non inferiore alla di per sé già gravissima emergenza climatica, di cui il caso tunisino è solo uno dei tanti casi che, di tanto in tanto, giungono all’attenzione mediatica. È proprio vero che il sonno della ragione genera mostri: aver smesso, a livello di massa, di credere nella possibilità di realizzazione dell’Utopia, ha permesso la realizzazione di un incubo: il sogno del potere su tutto e su tutt*, che si realizza a discapito della vita di tutt*.

Enrico Voccia

NOTE

[1] I luoghi utilizzabili di fatto per una simile pratica sono, di fatto, luoghi pianeggianti, poco antropizzati ma, allo stesso tempo, nelle vicinanze di grosse arterie per il traffico pesante dei grandi camion, il cui carico viene poi travasato in veicoli più piccoli che possono raggiungere i luoghi dell’interramento.

[2] Vedi, anche per un inquadramento genereale della questione, LIVA, Gianluca, “L’Eredità del Danno”, in Le Scienze, Maggio 2021, pp. 26-35.

[3] Vedi ad esempio https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/08/02/rifiuti-speciali-industriali-e-tossici-ecco-perche-terra-dei-fuochi-e-tutta-italia/3767306/. Il testo però si allarga all’intero pianeta.

[4] Per ulteriori aspetti vedi https://www.corriere.it/pianeta2020/21_marzo_28/scandalo-rifiuti-ospedalieri-italiani-spediti-tunisia-proteste-porto-sousse-51215516-8fe6-11eb-bb16-68ed0eb2a8f6.shtml .