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Potere e genere

Osservate Maria. Da anni in molti caselli autostradali, mentre allungate il biglietto per pagare, trovate la sua icona, il suo manto candido a mezzo busto. Per quanto vi sforziate non riuscirete a vederla. Questi adesivi sono ovunque ma lei resta invisibile. Maria ha gli occhi chini, non vi guarda, non può guardarvi: urna asessuata, vaso inessenziale, la sua esistenza è la negazione dei vostri corpi desideranti, del vostro sguardo che buca lo spazio, dei vostri occhi che esplorano il mondo.
Dicono che a Ipazia, spogliata e lapidata a morte, ancor viva vennero cavati gli occhi. Di lei non ci sono state tramandate le opere, ma la narrazione della sua morte da parte di una squadraccia cristiana, ci è giunta con dovizia di particolari, a perenne monito per tutte quelle che non abbassano lo sguardo, che non si sottomettono al destino che si pretende sia iscritto nelle loro carni.

Il destino disegnato con i nostri corpi, adattati alle esigenze del dominio patriarcale, si giustifica con la pretesa che sia stabilito da dio, dalla natura, dall’universalismo maschile della ragione.
Chi si ribella è contro natura, contro dio, contro la ragione.
Gli universali mutano ma restano maschili. Resistono a lungo anche all’offensiva illuminista, all’umanizzarsi delle regole sociali, scisse dal beneplacito divino e, quindi, inevitabilmente meno solide, rigide, infallibili. Il relativismo incrina l’ordine, ma non lo spezza, finché i tant* esclusi dall’universalità dei diritti non hanno prodotto una rottura dell’ordine. Simbolico e, non secondariamente, materiale.
L’ordine del padre si incrina di fronte alle donne ribelli, alle soggettività non conformi, alle identità ibride, transeunti, fluide, in viaggio, mutanti. L’io diviene approdo e non punto di partenza inscatolato in ruoli imposti dal dominio del padre.
Un percorso non facile: ciascun* deve fare i conti con un percorso di soggettivazione autoritaria, tanto profondo da parere “naturale”. La servitù volontaria è indispensabile all’affermazione ed al mantenimento di qualsiasi forma di gerarchia.
Il dualismo di genere è quanto di più simile al concetto essenzialista di natura, che sia stato prodotto dalla cultura.
I nostri stessi corpi vengono, a seconda dei tempi, modellati su quanto ci si aspetta da noi in base all’identità di genere che ci viene attribuita.
Ci viene insegnato che essere a nostro agio nel mondo passa dall’essere come ci si aspetta che siamo.
Rifiutare il disvalore che viene attribuito alla propria identità sessuata è il primo passo di un percorso che non è mera aspirazione paritaria ma si attua nella distruzione di una dicotomia gerarchica a favore di una pluralità libertaria.
Il femminismo all’alba del secondo decennio del secolo è l’esperire della possibilità di passare dal genere all’individuo, dalla gerarchia sessualizzata alla molteplicità.
É un un processo che scaturisce dal vivo delle lotte, dall’imporsi nell’ambito politico e sociale degli esclusi dalla scena, costitutivamente o-sceni, fuori dal reticolo normativo escludente che ne costituisce le identità negate e insieme congelate in maschere fisse, rigide, lontane dalle vite concrete di ciascun* e di tutt*.
É un agire la cui radicalità non è sin ora del tutto esplorata, nelle pratiche come nell’immaginario. É un femminismo che si nutre della capacità di intersecare ambiti e piani diversi, che si intreccia con lo sguardo di classe, con l’approccio post-coloniale, con la sottrazione conflittuale alle pastoie dell’istituito.
È un femminismo che si deve confrontare con l’estrema violenza della reazione patriarcale alla libertà femminile, che, in certi ambiti, diventa guerra aperta senza esclusione di colpi, mentre ad altre latitudini viene misconosciuta, celata, nascosta sotto il velo della patologia.
L’attacco frontale alle identità rigide ed escludenti attuato da chi vive al di là e contro i generi, i ruoli, le maschere ha una forza dirompente.
All’interno delle nostre società questi percorsi fanno paura. Per le destre la riconquista dell’identità, o la difesa dell’identità minata, diviene il centro nevralgico dell’azione politica e di governo. Ogni locuzione, ogni motto si regge su un piedistallo “identitario”.
Il lutto per le identità forti, smarrite e da ritrovare, attraversa anche certa sinistra, orfana di una narrazione che dia senso al proprio mondo.
Chi lamenta la perdita dell’identità, combatte duramente le identità plurali, non ascrivibili ad un universo di senso e ad una ruolo sociale stabilito, rigido, che si vorrebbe immutabile, nonostante si viva sotto il dominio del mutevole, del plastico, dell’effimero. In una parola sotto il dominio della merce, che è in se anomica, dipendente dalla sola variabile del profitto.
Al capitalismo occorrono corpi docili, plasmabili, che si possano mettere al lavoro, con il minimo di spesa ed il massimo di rendita.
I corpi fuori norma, i corpi fuori luogo, che scientemente si sottraggono alla logica identitaria, per fare i conti con le cesure che il genere, la classe, la razza hanno imposto ai singoli, sono pericolosamente sovversivi.
Specie nell’universo della merce, che già mette a dura prova le appartenenze, le identità, i sovranismi.
La merce programmaticamente deperibile, e, non di rado, inutile, è l’emblema di un mondo che mangia se stesso e non è in grado di fermare la macchina distruttiva che ha messo in moto. Al tempo stesso la merce nutre l’immaginario sociale, offrendo una pluralità di sensi di veloce fruizione e altrettanto veloce obsolescenza. La merce è l’oblio del presente che si eternizza, perché si è ingoiato il futuro.
Le destre identitarie e sovraniste coltivano l’illusione, figlia della paura di tanta parte di chi vive sul margine dell’esclusione, di chi rischia, giorno dopo giorno, di finire tra i sommersi, che sia possibile governare l’anomia della merce, della globalizzazione finanziaria, della perdita del futuro.
Queste destre non mettono in discussione il capitalismo, la divisione in classi, ma la vorrebbero mitigata da uno stato forte etico, saldamente fondato sulla famiglia, sulla nazione, sulla religione. Dio, patria, famiglia. La formula di Donald Trump e dell’Isis, che non disturba gli affari ma rimette in ordine il mondo.
Questa formula funziona solo in un modello polemologico, dove la guerra è orizzonte perenne. Il nemico è lo straniero, l’estraneo, l’immigrato, ma soprattutto quello che si sottrae alla norma, alla legge del padre, alla gerarchia tra i sessi.
Le donne sono il nemico interno, il loro asservimento è indispensabile alla riaffermazione della famiglia, nucleo politico ed etico del patriarcato alle nostre latitudini.
Torniamo quindi a Maria. Il capo chino e gli rivolti in basso: un’assenza rassicurante per chi prega in nome del padre, del figlio e dello spirito santo, alleati nella negazione, nell’annullamento, nell’esclusione.
Smontare i meccanismi identitari è un esercizio necessario, perché l’identità ci costruisce in quello che siamo e nel modo in cui gli gli altri ci vedono.
Sapere che l’identità è una costruzione sociale serve ad evitare la trappola che ci può ingabbiare.
In questa prospettiva, che riguarda tutte, tutti e tuttu, il discorso di genere non è una costruzione di identità tra le altre, ma ha innescato il processo che oggi ci consente di pensare l’identità come un nome, un’etichetta, un segno grafico, privo della “sostanza” necessaria alla pesantezza delle catene patriarcali.
La critica all’essenzialismo si nutre della decostruzione dell’identità di genere. Concepire l’ identità, ogni identità, come costruzione sociale, confine mobile tra inclusione ed esclusione, è un approdo teorico che si nutre della rottura operata dal femminismo.
Lo sguardo femminista è in grado di sovvertire ogni distribuzione fissa delle identità, dando vita a dislocazioni, transiti e ricombinazioni che rompono con qualsiasi «sindrome di Medusa», secondo la felice definizione di Appiah, che pretenda di pietrificare le identità. La critica femminista spezza l’essenzialismo e ci restituisce ad una sfida su più fronti. Sfida allo Stato (etico), al patriarcato reattivo e al capitalismo. Una sfida che, non è mera astrazione suggestione filosofica, ma si attua in pratiche di intersezione delle lotte, delle prospettive e degli immaginari capaci di dar vita ad una prospettiva inedita.
L’intersezionalità tra diverse cesure identitarie, che spesso coincidono con varie forme di esclusione, permette una contestazione permanente del privilegio, sia nei confronti delle gerarchie di potere sia nei confronti degli altri dominati. Nessuna posizione può pretendere di riassumere in se l’oppressione e i relativi percorsi di liberazione, se non divenendo, a sua volta escludente. Occorre evitare il rischio della generalizzazione, che in passato ha riprodotto una sorta di essenzialismo fondato sul capovolgimento speculare della negazione. L’intersezionalità colloca e trasforma le identità, e, contemporaneamente, le destabilizza e le contesta.
Lo sguardo che spezza le identità si nutre di una tensione libertaria, che si sperimenta, giorno dopo giorno, nelle lotte e nella nostra capacità di cogliere la l’importanza della posta in gioco.


Maria Matteo