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Picchi di tensione

I due mesi di costante innalzamento di tensione da parte del presidente uscente hanno dato i loro frutti. Non possiamo sapere se fossero esattamente quelli sperati dal loro coltivatore ma sono stati sicuramente dei frutti degni di essere analizzati. Possiamo fare alcune ipotesi su quello che è successo:

A) siamo stati di fronte a un vero tentativo di colpo di stato da parte del presidente uscente. Questo colpo di stato è fallito perché un pezzo rilevante della sua stessa amministrazione, tra cui il vice presidente, si è sfilata e i militari non hanno dato il loro appoggio;

B) il presidente uscente è caduto in una trappola che si è in buona parte costruito con le sue mani ed ora si trova sotto accusa, con buona parte del suo stesso partito che lo vedrebbe volentieri fuori dai giochi

C) siamo di fronte al logico proseguimento della traiettoria presa dalla politica interna statunitense nell’ultimo decennio.

Personalmente trovo difficile prendere sul serio la prima ipotesi. Intanto se si vuole un colpo di stato, a meno di essere completamente stupidi, non ci si affida su di una folla non controllata e disorganizzata. Guardando i video degli eventi si vede come manchi un’organizzazione collettiva della folla e siano presenti solo gruppetti, non sappiamo quanto informali, che sembrano avere un’idea di come ci si muove in un contesto di piazza. Gli stessi manifestanti, i golpisti nella narrazione di questa ipotesi, sono armati per lo più di oggetti contundenti: infatti il poliziotto morto dopo gli scontri è morto per trauma cranico, aste di plastica, spray OC. Nonostante parliamo di un paese con un altissimo tasso di possesso di armi da fuoco non si vedono armi lunghe tra i manifestanti ed un colpo di stato di certo non lo fai con qualche Glock subcompatta per il porto occulto; il distretto federale di Washington ha una normativa molto severa per il porto di armi in pubblico e viene difficile immaginare che dei golpisti decidano di rispettare una normativa che gli stronca la possibilità d’azione.

Se già la cronaca degli eventi ci permette di considerare come poco plausibile di essere stati di fronte a un vero tentativo di colpo di stato dobbiamo prendere in considerazione altre questioni. Queste rimandano al ruolo del gran capitale, al ruolo dell’esercito e dell’organizzazione stessa dei supporter di Trump.

I colpi di stato avvengono quando i mezzi che la democrazia mette a disposizione della classe dominante non riescono più a garantire la pace sociale o una direzione unitaria dello stato. La Marcia su Roma venne finanziata dai grandi industriali e dagli agrari: aveva lo scopo di reprimere i moti rivoluzionari ma anche quello di ammodernare il paese rinnovando un patto sociale che il sistema liberale-monarchico più non riusciva a garantire. Negli USA, invece, non siamo davanti ad una situazione simile. Le grandi industrie estrattiviste ed il settore fondiario, grandi sponsor dell’amministrazione Trump, non hanno di certo necessità di ricorrere a un colpo di stato per garantire i loro interessi. I movimenti sociali per quanto nel decennio appena trascorso si siano rafforzati non pongono – ancora? – un pericolo tale per la classe dominante che porti questa ad affidarsi a un qualche duce.

Certo nel corso dei violenti scontri durante le manifestazione di BLM di quest’anno Trump ha più volte evocato la legge marziale. Per quanto siamo abbastanza certi che egli era abbastanza certo di quello che proclamava – d’altra parte parliamo di un palazzinaro figlio e nipote di palazzinari, abituato a strillare ordini dal suo ufficio ai propri sottoposti – non abbiamo visto le stesse forze armate ed i governatori dei vari stati particolarmente entusiasti davanti a questa prospettiva. Anzi. Trump era già in campagna elettorale e doveva rafforzare il suo presentarsi come partito dell’ordine davanti al caos.

L’esercito statunitense non è un esercito europeo del novecento, composto da quadri schiettamente reazionari. Non ha mai visto, neanche durante i maggiori momenti di tensioni con la dirigenza politica, l’emergere di correnti golpiste come quelle che attraversarono le forze armate francesi durante la crisi d’Algeria. Non ha avuto generali De Lorenzo come le forze armate italiane degli anni sessanta.

L’esercito statunitense è una struttura sostanzialmente democratica e molto più legata alla struttura sociale statunitense rispetto agli eserciti europei contemporanei. Le forze armate federali assorbono una quota di quella sarebbe forza lavoro in eccesso, sono un potentissimo volano per l’economia, non solo per il settore armiero, per quello informatico e per la ricerca ma anche per tutto il settore logistico e per tutte quelle aziende che forniscono servizi, viveri ed energia alla miriade di basi situate sul suolo statunitense. Tramite le forze armate statunitense avvengono forme di integrazione di gruppi razzializzati – il che non significa che venga abolita la razzializzazione ma semplicemente che venga in qualche modo razionalizzata e messa a servizio di un ordine superiore – e fungono pertanto da ascensore sociale.

Quando parliamo delle forze armate statunitensi non parliamo di una banda di reazionari ma di uno dei principali strumenti della potenza che detiene l’egemonia mondiale da un secolo. Non è un caso che settori piuttosto importanti delle forze armate non abbiano digerito affatto il quadriennio trumpista e che Star e Stripes più e più volte abbia pubblicato articoli ed editoriali critici verso l’amministrazione.

Il ruolo dell’esercito varia a seconda dei contesti in cui ci si trova. Non è possibile definire sempre l’esercito come roccaforte reazionaria: se questo è stato vero per gli eserciti europei del novecento non è stato sempre così per l’esercito della potenza egemonica mondiale e non è stato così neanche in molti stati post-coloniali dove l’esercito assumeva il ruolo di guida del processo di costruzione nazionale, spesso in senso progressista e modernista. Come antimilitaristi dovremmo sempre tenere conto dei multipli ruoli che le forze armate possono assumere e di come esse sappiano adattarsi alle diverse circostanze in cui possono esistere.

Veniamo alla questione della composizione della piazza. Molti manifestanti sono arrivati da fuori Washington DC. In piazza c’era sopratutto quella piccola e media borghesia rappresentate del settore fondiario, del commercio e della piccola industria che ha costituito la base elettorale di Trump – un po’ come la Lega Nord in Italia – ma anche poliziotti fuori servizio e personaggi folkloristici di vario tipo.

Dall’analisi dei video appare evidente che non esistesse un’organizzazione unitaria da un punto di vista militare della piazza. La polizia locale ha palesemente lasciato fare fino a trovarsi travolta. In altre occasioni la polizia aveva blindato Capitol Hill per manifestazioni di BLM. Non ce ne stupiamo ma è un dato che va rilevato. La piazza era composta più da una folla che da gruppi organizzati e questo lo dice lunghe sulle capacità golpiste di quella piazza.

Quando la situazione è degenerata e i manifestanti sono entrati, senza neanche dover forzare troppo, nel Campidoglio qua hanno trovato direttamente gli uomini del Secret Service, ben differenti rispetto alla polizia di Washington. Uno di questi ha intimato ai manifestanti di allontanarsi dalla porta che sorvegliava e non si è fatto problemi a freddare una manifestante che non ha obbedito al suo ordine. Probabilmente questa aveva sopravvalutato il potere del colore della propria pelle. Quando le forze dell’ordine hanno deciso che lo spettacolino era finito hanno semplicemente gasato il gasabile ed hanno sgomberato le aule.

Cosa è successo, in definitiva, a Washington il sei gennaio? Come già detto viene difficile vedere in tutto questo un piano golpista. Certo, sicuramente una parte dei manifestanti aveva intenzione di ribaltare l’esito del processo elettorale considerando questo come falsato. Si presentavano, per lo meno a se stessi, come i salvatori della democrazia. Sicuramente non avevano l’organizzazione per farlo e nessuno l’ha fornita loro.

Trump in quattro anni si è sicuramente costituito uno zoccolo duro di elettori tra i poliziotti ed altri guardiani in prima linea della White Supremacy ma non ha in nessun modo costituito un’organizzazione paramilitare che risponda a lui. Il variegato mondo delle milizie si muove in modo disgregato e, nel corso degli anni, alcune si sono anche distanziate dal suprematismo bianco militante, come si è visto con la spaccatura in quel mondo avvenuta prima della manifestazione di Charlotte.

Per due mesi, però, il presidente uscente ha strepitato ai quattro venti di democrazia tradita e di elezioni rubate: qualcosa doveva succedere ed è successo. La folla ha agito come agisce una folla in quella situazione: muovendosi in modo disorganizzato verso una direzione. La direzione era occupare Capitol Hill per restaurare la vera democrazia. Una classe media bianca e reazionaria che si sente sempre più in declino che risponde in modo militante a questo declino ma che non è organizzata per farlo.

Trump ha probabilmente giocato molto del suo gioco entro il Partito Repubblicano. È probabile che quanto è avvenuto sia stata anche una prova di forza interna al GOP in cui Trump ha mostrato le sue carte alle altre componenti di partito con cui è in rotta. Un modo per rilanciare la sua azione. Ci riuscirà o le conseguenze di ciò che ha evocato lo travolgeranno? Non è dato a sapersi.

Chi nel partito dell’elefante voleva scaricarlo ora ha avuto l’occasione ottima per farlo e ribadire la propria fedeltà allo Stato di Diritto. Al Democratic Party in questo momento pare di sognare in quanto vede confermate le fantasie in cui si autorappresenta come “resistenza” al trumpismo.

Le questioni rimangono però tutte sul tavolo. Il Democratic Party rimane pur sempre il partito dell’imperialismo e della guerra. Il rilancio dalla crisi pandemica passerà per ulteriori bastonate sul capo degli sfruttati se questi non sapranno reagire. Il suprematismo bianco, con il suo corollario di poliziotti che assassinano impunemente, è lì da qualche secolo e sparirà solo con la scomparsa di ciò che lo ha generato.

Non ci stupiremmo di una stretta contro tutte le eversioni che colpirà i movimenti sociali e nello specifico il movimento anarchico. Una riproposizione in salsa barbecue della teoria degli opposti estremismi, insomma. La lunga crisi statunitense è ancora tutta aperta. Se sarà una crisi passeggera o se è uno dei segni del passaggio dello scettro dell’egemonia globale verso l’altro lato del pacifico ancora non si sa. Che in tutto questo vi sia molto da fare per chi non vuole ne servi ne padroni ne siamo certi.

Lorcon