Pandemia e Capitale. Arriva la Grande depressione?

Cominciamo con alcune notizie sulla pandemia riportate sulla stampa. Il 20 maggio Adnkronos riporta la proposta, avanzata dal presidente e amministratore delegato Pfizer Albert Bourla, di rinnovare anno dopo anno il vaccino contro il Covid-19, come per l’influenza stagionale. Gli fa eco Ugur Sahin, co-fondatore e amministratore delegato di BioNTech: “Ci sono prove crescenti che il Covid-19 continuerà a rappresentare una sfida per la salute pubblica per anni”.[1] Al netto degli evidenti interessi economici della multinazionale del farmaco, che comunque continua a fare il bello e il cattivo tempo sulla fornitura dei vaccini, non è improbabile che la previsione suddetta possa rivelarsi realistica, vista la proliferazione delle varianti del virus, di cui quella Delta si diffonde al momento attuale con grande rapidità.

Del resto anche il vaccino per l’influenza stagionale deve essere ripetuto ogni anno per il manifestarsi di varianti del virus influenzale. Poi, anche di là delle varianti del virus, non risulta che, nell’anno trascorso, si sia fatto qualcosa per rimuovere le cause della pandemia e non è possibile che ciò avvenga in futuro rimanendo entro i limiti del modo di produzione capitalistico teso, come si sa, alla ricerca spasmodica di profitti in ogni angolo della terra, cosa che ha portato alla attuale devastazione ambientale. Per il momento comunque si parla già di una terza dose di vaccino da praticare in autunno quando, guarda caso, si ridurrà l’azione dei raggi solari Uva e Uvb che “nel giro di poche decine di secondi uccidono completamente il Sars-Cov-2”, come ha dimostrato uno studio italiano pubblicato recentemente.[2]

Esiste cioè la possibilità che la situazione attuale evolva nella trasformazione, detto in termini medici, da una malattia epidemica a una endemica, di cui ci sono vari esempi nella storia della medicina, ovvero in quella che qualcuno ha definito una pandemia permanente.[3] Tanto per continuare nella simulazione di una situazione di guerra, che ha caratterizzato la retorica mediatica fin dall’inizio della pandemia, si potrebbe realizzare il passaggio a una pandemia permanente, come surrogato della guerra permanente che coinvolge ora i paesi a più avanzato sviluppo capitalistico. Quali potranno allora essere le conseguenze a livello economico e politico di questa “pandemia permanente”? Naturalmente non possediamo una sfera di cristallo per poter predire il futuro, perciò dobbiamo limitarci ad alcune previsioni, il più possibile realistiche, anche per poter orientare le nostre azioni in un prossimo futuro.

L’ipotesi più probabile dunque è che la pandemia permanente possa costituire l’innesco di una grande e duratura recessione con tutte le relative conseguenze di disoccupazione di massa e impoverimento delle classi lavoratrici. Qualcosa di simile alla “stagnazione secolare”, il concetto rispolverato nel 2015 dall’economista Larry Summers, ex segretario al Tesoro USA all’epoca di Bill Clinton.[4] Per completare il quadro manca solo un ulteriore crollo finanziario dopo quello del 2008 ma le premesse ci sono tutte, visto il mastodontico indebitamento sia pubblico sia, soprattutto, privato.

Il riferimento naturalmente è agli anni ’30 del secolo scorso ma, questa volta, il ricorso a una terza guerra mondiale per risolvere la crisi è reso molto problematico dall’entità delle distruzioni che un tale evento comporterebbe. Da molte parti quindi si invoca il ritorno a politiche neokeynesiane di “sostegno della domanda” attraverso ingenti opere pubbliche finanziate in deficit, cioè all’emissione di moneta da parte delle banche centrali per sostenere gli investimenti. Questo è in fondo il significato del Recovery Fund e del PNRR del governo Draghi. Ormai è però evidente che l’emissione di moneta in deficit da parte dello stato non si traduce immediatamente in investimenti produttivi e in nuova occupazione. “La questione più importante, tuttavia, è ciò che governa un’economia capitalista, ossia è la profittabilità degli investimenti dei capitalisti che guida la crescita e l’occupazione, non le dimensioni del deficit pubblico”.[5]

A quanto già detto è necessario aggiungere un altro elemento e cioè il vistoso aumento di prezzo delle materie prime. Quando parliamo oggi di materie prime non intendiamo tanto il petrolio, il gas naturale o il carbone, di cui peraltro esiste oggi nel mondo una grande sovrapproduzione, quanto di alcune materie prime necessarie alla cosiddetta transizione green e a quella digitale. Parliamo di rame, litio (batterie), silicio (microchip), cobalto (tecnologie digitali), terre rare (magneti permanenti), nichel, stagno (microsaldature), zinco.

Alcuni esempi: in appena un anno lo stagno ha registrato un incremento del 133%, il prezzo del rame è aumentato del 115%, il rodio, una “terra rara” utilizzata per collegamenti elettrici e marmitte catalitiche, del 447%, il neodimio (super magneti per i sistemi di illuminazione e l’industria plastica) del 74%.[6] A questi vistosi aumenti concorrono diverse cause: dalle difficoltà di estrazione che comportano enormi devastazioni ambientali con l’utilizzo anche di lavoro minorile in Congo e altrove, all’aumento a dismisura dei costi di trasporto, per finire con le immancabili speculazioni finanziarie sulle materie prime e sui titoli derivati a esse legati. Questa combinazione fra stagnazione e inflazione potrebbe ricordare la grande crisi degli anni ’70, dopo la famosa “crisi petrolifera” del ’73 quando, per descrivere la nuova situazione economica, venne coniato il termine, poi diventato corrente, di “stagflazione”.

I politici e gli industriali ostentano una incrollabile fiducia nella “crescita” ma in realtà nessuno sa esattamente cosa fare per favorire una improbabile “ripresa”; i politici ne traggono naturalmente motivi per giustificare il loro arricchimento personale. La spettacolarizzazione della politica, già annunciata dai situazionisti, cresce continuamente in maniera direttamente proporzionale alla sua impotenza.[7] L’indefinito periodo di stagnazione, in cui ci troviamo da 40 anni, può subire inaspettate e improvvise accelerazioni con un aggravarsi della disgregazione sociale. La rivolta di per sé non è sufficiente per opporsi ma dovrà coinvolgere i settori produttivi della società. Il modello di disgregazione, in fondo, potrebbe portare a conseguenze molto gravi: disfunzionalità totale del sistema, usura della struttura materiale della produzione e logoramento delle risorse produttive della società che del resto già si manifestano nelle forme più svariate (black out energetici, disastri ferroviari, incapacità di risposta a catastrofi naturali ecc.), fino ad arrivare ad un punto in cui lo stesso valore d’uso delle merci viene posto in discussione.

È meglio precisare subito che parlare di declino del capitalismo non ha niente a che vedere con la teoria del crollo, corrente nella III internazionale. Quella era una cattiva teoria che non teneva conto del fatto che, nelle crisi cicliche di sovraccumulazione, il meccanismo stesso di risoluzione della crisi poneva le basi per la ripresa dell’accumulazione, mediante una distruzione accelerata di capitale. Il fatto è che questo meccanismo sembra non funzionare più da trenta anni a questa parte, questo però non produce un crollo ma l’avvio di una fase di declino più o meno lenta, con le sue possibili accelerazioni, come quella oggi all’opera a causa della pandemia. Abbiamo a che fare di fatto con la decadenza storica di un modo di produzione e quindi con processi di involuzione di lungo periodo. Gli scenari futuri includono queste emergenze:

– crescita esponenziale dell’indebitamento sia pubblico sia privato che naturalmente sarà ripagato dai lavoratori, mediante riduzione dei salari, nuove tasse e tagli alla spesa pubblica;

– i grandi gruppi finanziari troveranno il modo di incrementare la loro ricchezza e aumenterà il divario fra l’1% e il 99%;

– le grandi multinazionali si concentreranno ancora di più per aumentare i loro profitti e ciò provocherà il fallimento di tante piccole e  medie imprese con il conseguente aumento esponenziale della disoccupazione;

– verranno messe in cantiere opere pubbliche distruttive per l’ambiente, come la TAV o il TAP;

– si imporranno forme di governo autoritarie e decisioniste e aumenterà la militarizzazione del territorio e della società;

– aumenterà la produzione di armi e la produzione per i consumi di lusso, dalle Ferrari ai Rolex agli yacht. Il complesso militare-industriale non rinuncerà facilmente a una sua particolare “riproduzione allargata”, anche perché al suo interno si svolge il grosso della ricerca scientifica e tecnologica, con le sue crescenti propaggini nelle università private e pubbliche. Poi qualche capitalista deve realizzare i suoi profitti, anche se la produzione di armi e quella di lusso in generale costituiscono un consumo improduttivo di plusvalore per il capitale sociale.

– riprenderanno fiato le tendenze “sovraniste”, anche se è ormai difficile rimettere in discussione la divisione internazionale del lavoro che si è affermata negli ultimi decenni.

Un’ultima annotazione per quanto riguarda le piccole e medie imprese. L’Unione Europea ha emesso una direttiva che, a partire dal 3 luglio 2021, vieta la produzione in plastica, anche biodegradabile, di posate, piatti, cannucce, contenitori per alimenti e quant’altro, per cercare di evitare il formarsi negli oceani di isole di materiale plastico, come già avviene nell’Oceano Pacifico e altrove. Ora si da il caso che l’Italia produce il 66% di tutta la plastica biodegradabile d’Europa. “Le aziende coinvolte sono 280 aziende, con 2780 addetti, e un fatturato annuo di 815 milioni di euro”.[8] Una media quindi di 10 addetti per ogni azienda! Si teme naturalmente una massiccia perdita di posti di lavoro nel settore. O ci sarà forse una delocalizzazione fuori della UE?

L’estate appena passata è stata caratterizzata da alcuni eventi importanti: la chiusura della Gianetti Ruote a Ceriano Laghetto (MB). L’azienda, che chiude dopo 108 anni di storia, produceva cerchioni per i camion Volvo e Iveco e per le moto Harley-Davidson. I 152 operai dipendenti sono stati avvisati della chiusura con una email il lunedì mattina, quando però il sabato prima avevano effettuato il lavoro straordinario! Il fatto è che i principali concorrenti di Gianetti, come Maxion e Accuride/Mefro hanno investito in paesi come Turchia, Russia e Cina, dove il costo del lavoro è molto più basso.[9] Naturalmente da subito gli operai hanno fatto dei picchetti davanti alla fabbrica per impedire che vengano portati via i macchinari. L’avvio della procedura di licenziamento è la prima nell’Italia dell’era Draghi, dopo la fine del blocco per le grandi imprese, nonostante l’accordo firmato in precedenza fra governo, sindacati concertativi e associazioni delle imprese, che prevedeva l’utilizzo della CIG prima di licenziare. A Ceriano Laghetto, invece, si è passati subito ai licenziamenti.

Pochi giorni dopo la stessa sorte è toccata, con le stesse modalità, ai 422 operai della GKN di Campi Bisenzio (FI), una storica fabbrica di componentistica auto. “La GKN è una delle fabbriche più sindacalizzate d’Italia, con gli operai in maggioranza schierati con la opposizione di classe in FIOM, che negli anni hanno ottenuto trattamenti di miglior favore rispetto ai contratti collettivi peggiorativi firmati da Fim Fiom e Uilm”.[10] È difficile quindi non pensare che i licenziamenti siano un tentativo da parte padronale di eliminare operai combattivi e non disponibili ad accettare supinamente la flessibilità del lavoro richiesta da una eventuale ristrutturazione sul modello dell’industria 4.0. Le due chiusure di azienda presentano almeno tre aspetti in comune molto significativi:

1) ambedue le aziende sono di proprietà di gruppi finanziari speculativi, il fondo tedesco Quantum per la Gianetti e il fondo inglese Melrose per la GKN. I manager di questi fondi non esitano a chiudere aziende, che pure sono produttive, per passare all’incasso di milioni di euro o di sterline, vendendo titoli e azioni con un semplice clic sul computer;

2) le due aziende sono coinvolte nella ristrutturazione internazionale della produzione e del mercato del settore dell’automotive (industria automobilistica) che prevede delocalizzazioni e riduzione del “costo del lavoro”. Una ristrutturazione che vede in prima fila il gruppo Stellantis, nato dalla fusione di FCA e PSA. Recentemente Stellantis, che ha sede legale in Olanda, ha rimborsato il prestito di 6,3 miliardi, sottoscritto solo un anno fa con una garanzia dello Stato italiano, pur di avere mano libera su futuri piani di ristrutturazione. Naturalmente Stellantis, in cambio, ha ottenuto una “nuova linea di credito da ben 12 miliardi di euro sottoscritta da 29 banche internazionali lo scorso 23 luglio”;[11]

3) in ambedue i casi l’attacco è rivolto nei confronti di un settore di classe operaia, già ritenuta come “garantita”, notevolmente sindacalizzata e con forti legami economici e sociali con il territorio circostante. Questo attacco si svolge ora in contemporanea con la pesante repressione delle lotte nella logistica, alla TNT Fedex o alla Unes di Trucazzano, e coinvolge altre aziende come la Whirlpool di Napoli o la Texprint di Prato.

La Grande depressione è già cominciata?

Visconte Grisi

NOTE

[1] https://notizie.virgilio.it/covid-vaccino-richiamo-annuale-proposta-pfizer-1482313

[2] https://www.dottnet.it/articolo/32527673/studio-italiano-così-il-sole-distrugge-il-covid

[3] https://pungolorosso.wordpress.com/2021/02/22/andiamo-verso-una-pandemia-permanente-neil-faulkner-the-ecologist/

[4] MARRO, Enrico, “Ecco Cos’è la Stagnazione Secolare e Perché ci Farà del Male, – Enrico Marro, Il Sole 24 Ore 11/03/2016.

[5] vedi ROBERTS, Michael, La Teoria della Moneta Moderna, in folio.asterios 2020.

[6] GABANELLI, Milena Gabanelli e QUERZÈ, Rita, “Allarme Materie Prime: le Ragioni non Dette”, Corriere della Sera, 7 giugno 2021.

7) A questo proposito vedi anche Alessandro Dal Lago in Aut Aut 389 Riflessioni sulla pandemia: “Quello che la diffusione del Covid-19 ha sicuramente insegnato, a partire dai primi mesi del 2020, è l’impotenza dei decisori e dei loro consiglieri. Indipendentemente dal fatto che alcuni governi abbiano minimizzato l’impatto dell’epidemia (Stati Uniti, Brasile, Inghilterra, ecc) e altri abbiano assunto un atteggiamento in qualche misura autoritario e pedagogico (come il governo francese e quello italiano, che ha persino valutato la possibilità di vietare riunioni familiari…), la verità è che nessun governo è in grado di controllare la vita sociale (…) Al di là dell’apparenza di un autoritarismo paternalistico e pastorale che starebbe limitando le nostre libertà fondamentali il potere in occidente si sta dimostrando fragile e per lo più inetto. I divieti di assembramento e di circolazione adottati un po’ dappertutto tra proteste e focolai di ribellione sembrano più mosse disperate che non prove di un futuro stato autoritario.”

[8] AFFINITO, Domenico e GABANELLI, Milena, “Plastica Monouso Addio. Anche se Biodegradabile, Corriere della Sera, 21 giugno 2021.

[9] https://www.huffingtonpost.it/entry/152-licenziamenti-alla-gianetti-laccordo-governo-parti-sociali-e-gia-superato_it_60e1cbfde4b068186f506103?ncid=other_whatsapp_catgqis0hqm&utm_campaign=share_whatsapp

[10] Tratto da un volantino del Coordinamento Lavoratori/Lavoratrici Autoconvocati (C.L.A.) per l’unità della classe.

11) PAVESI, Fabio, “Stellantis e Sole24Ore sostituiscono i prestiti statali con finanziamenti meno vantaggiosi. E si liberano dei vincoli su ristrutturazioni e delocalizzazioni”, Il Fatto Quotidiano.it 7 agosto 2021.

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