Antimilitariste sempre

Quest’anno il 4 novembre arriva in un clima molto duro. Di fronte alla crisi sociale e politica il governo risponde col bastone e con la galera. In poche settimane le forti proteste dei settori più diversi della società di fronte all’autoritarismo, alla guerra e ad un costo della vita ormai insostenibile, stanno praticamente facendo saltare il governo.

Il 4 novembre, da sempre giornata di lotta del movimento antimilitarista, negli ultimi anni ha assunto sempre più importanza vedendo scendere in piazza settori più ampi che si oppongono alla guerra, alla pervasività della propaganda militarista e alla militarizzazione della società. Oggi questa data simbolica può essere riferimento per riunire le questioni che segnano lo scenario in cui ci muoviamo. Contro la guerra che dall’Europa dell’Est, all’Asia, fino al Mar Rosso, vede sempre più coinvolte anche le truppe italiane. Contro le spese militari: il carovita non può essere compensato con tagli alla sanità e al sociale. Contro la nuova riserva e la reintroduzione della leva militare, contro il disciplinamento autoritario delle giovani generazioni, che serve a prepararle al macello della guerra. Contro la militarizzazione della società, la repressione, la guerra interna ad ogni forma di dissenso.

L’antimilitarismo, come critica radicale dell’esercito e dei corpi armati dello stato, offre gli strumenti per rifiutare la militarizzazione delle piazze, i militari schierati contro le manifestazioni, la guerra al dissenso condotta a colpi di idranti e bombe lacrimogene.

Perché il militarismo non è solo un’ideologia che esalta la guerra e giustifica gerarchia e violenza, ma è una vera e propria struttura di potere. È sull’esercizio del monopolio della forza e sul controllo delle tecnologie della violenza, ovvero sull’esistenza di un esercito, in generale delle forze armate e dei corpi di polizia, che questo ordinamento sociale, statale e capitalista, basa la propria sicurezza. Che è la sicurezza dei profitti e dei privilegi delle classi dominanti.

Nel clima di queste settimane, tra scioperi e cortei, è possibile che la giornata del 4 novembre passi in secondo piano. Ma dove ci saranno iniziative, e soprattutto dove queste si riusciranno a connettere con quanto si sta muovendo, potranno sicuramente diventare un riferimento più ampio inserite nel generale contesto di lotta.

Per il secondo fine settimana, anche lo scorso 24 ottobre la polizia ha caricato le manifestazioni a Torino, Firenze, Roma e a Bologna. Le notizie parlano di 19 persone ferite, centinaia sottoposte a fermo preventivo e migliaia identificate. Dopo il 17 ottobre il governo ha schierato in centro a Milano 500 paracadutisti della Folgore con blindati Lince per arginare l’ondata della rivolta giovanile. Non è solo propaganda, non sono sagome di cartone per spaventare chi dalle periferie viene a rompere le vetrine del lusso. La truppa non è solo schierata per rassicurare con il ritmo cadenzato degli stivali i borghesi di ogni partito, che non sopportano di vedere infranti i simboli del privilegio. La forza militare è sempre impiegata dai governi in momenti di crisi per tenere sotto controllo attraverso la repressione i movimenti che rischiano di mettere in discussione profitti e privilegi delle classi dominanti. Come se non bastasse da Milano a Bari, da Roma a Forlì, tornano in piazza, anche scendendo dai banchi del governo, le bande di picchiatori fascisti per “ronde e “contromanifestazioni”. Per stringere ancora di più le maglie della repressione è stato varato nelle ultime settimane un nuovo provvedimento repressivo che estende l’arresto preventivo sui minori e istituisce ulteriori nuovi reati per colpire chiunque scenda in piazza e non sia disposto a subire le violenze della polizia. Intanto dai giornali si annuncia l’arresto di Yussef Shier, accusato di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo perché sarebbe ritenuto gestore di alcune chat e profili social che avrebbero lanciato appelli alle proteste. In ogni caso un capro espiatorio su cui far ricadere ogni responsabilità, già messo alla gogna dai media, che corrisponderebbe al perfetto “nemico” per il governo: straniero, giovane, e “pro-Palestina”.

Nonostante la politica di terrore del governo le manifestazioni non si fermano. Anzi, il fine settimana successivo è segnato dallo sciopero generale del sindacalismo di base. Lo sciopero si svolge in un clima di forte tensione creato dal governo, in cui pesano oltre alla violenza poliziesca nelle piazze e alle misure repressive, anche la durezza con cui sono stati sciolti i blocchi degli autotrasportatori nel Meridione. Dopotutto la data del 30 ottobre, nata su più binari, sta diventando un appuntamento sempre più largo. Era stato inizialmente convocato sciopero internazionale contro la guerra dall’internazionale dei sindacati libertari e rivoluzionari CIT e di cui è esponente l’USI in Italia. Ma anche come sciopero internazionale dei porti contro la guerra, promosso a livello nazionale da USB. Quest’ultima sigla ha poi esteso la convocazione a tutti i settori, proclamando lo sciopero generale. Nelle ultime settimane, con il crescere delle proteste, anche i sindacati di base, che avevano convocato uno sciopero generale unitario per dicembre, hanno deciso di convergere sul 30 ottobre. Una giornata di sciopero quindi che sta raccogliendo adesioni e che diventerà probabilmente un’importante giornata di mobilitazione.

Il 4 novembre sarà pochi giorni dopo, in alcuni contesti sarà probabilmente la prima manifestazione dopo lo sciopero del 30, la prima occasione per riportare in piazza l’opposizione a tutte le guerre.

Sappiamo bene che anche con la caduta del governo, qualsiasi altro esecutivo continuerà le politiche di riarmo, di aumento di spese militari, di guerra. In questo modo anche un altro governo, non farà che rendere più profonde le condizioni di miseria, e inasprire l’autoritarismo nella società, il violento disciplinamento delle giovani generazioni. Solo unendo alla lotta contro il governo la lotta radicale contro la guerra e il militarismo si possono offrire ai movimenti gli strumenti per andare fino in fondo. La crisi attuale inizia a sgretolare i blocchi sociali su cui si regge l’ordinamento della società, per questo assume sempre più centralità lo strumento militare per l’azione di governo. Questa pressione autoritaria non fa però che creare malcontento e aumentare la crisi, portando a non distinguere quasi più la guerra esterna, condotta per difendere interessi oltre i confini della nazione, da quella interna, condotta all’interno del paese contro i nemici interni, che siano sovversivi o stranieri, e in generale contro il dissenso.

Contro la guerra, contro le spese militari, contro la militarizzazione della società, contro il disciplinamento dei giovani, contro il militarismo su cui si incardina la società attuale fondata sullo sfruttamento e sull’oppressione. Facciamo del 4 novembre e dell’antimilitarismo un riferimento per tutte.

Dario Antonelli

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