La giornata del 30 ottobre è stata formidabile. Da molti anni uno sciopero convocato dal solo sindacalismo di base non registrava un simile successo a livello nazionale, con decine e decine di manifestazioni locali che hanno riempito le strade e le piazze. Dai diversi resoconti emergono alcuni caratteri comuni, partecipazione intergenerazionale, ruolo importante della componente studentesca, ma anche larga partecipazione di lavoratrici e lavoratori, che mostra un’evidente riuscita dello sciopero, anche se andranno poi analizzati i dati di adesione. Ma soprattutto moltissimi giovani e giovanissimi. Proprio quelli, spesso minori, che il governo cerca di incatenare ai banchi di scuola se non ai banchi da lavoro o di gettare direttamente nelle carceri minorili. Il primo evidente risultato della giornata del 30 ottobre è stato il rovesciamento della paura. Le grandi manifestazioni si sono riprese l’agibilità delle piazze, delle scuole, delle università e dei luoghi di lavoro. Certo non è mancata la repressione, con cariche a Roma, Torino, Vicenza e Venezia, e in molte città non sono mancate identificazioni di massa e fermi preventivi. È stata anche diffusa la notizia di perquisizioni il 31 ottobre, in tutto il paese, nei confronti di oltre 60 persone ritenute avere a che fare – pare sempre soltanto sul piano della cosiddetta “istigazione” – con le tensioni di piazza delle settimane precedenti. Ma di fatto il 30, nella giornata dello sciopero, il governo ha deciso di non intervenire nei confronti delle manifestazioni, ed anche le azioni più o meno simboliche di blocco – specie presso i porti – o di occupazione di sedi universitarie, si sono svolte nella maggior parte dei casi senza l’interferenza della polizia. Altro chiaro risultato dello sciopero è quello di aver messo nell’angolo le prospettive interclassiste come pure le derive a destra che – ad esempio nella protesta degli autotrasportatori – avrebbero potuto assumere un ruolo nelle tensioni che stanno maturando nel paese.
Certo il 30 ottobre rappresenta una boccata d’ossigeno: piazze così numerose contro guerra e carovita, aprono nuove possibilità in un momento in cui l’orizzonte appare sempre più fosco. Ma attenzione, questa giornata non è del tutto una sorpresa. Pur se costruita in corsa, senza la consueta preparazione che accompagna uno sciopero generale, è una giornata di lotta che è stata preparata e organizzata proprio per rispondere a una situazione sociale che si stava facendo sempre più esplosiva.
Il mese di ottobre infatti ha portato, come si dice, i nodi al pettine. Nel corso delle ultime settimane l’insofferenza verso gli effetti della politica di guerra condotta dal governo ha trovato espressione nelle strade e nelle piazze, pure se in modo frammentato e con molti limiti e contraddizioni. Diversi settori della società, per reagire al carovita, hanno messo in atto forme di lotta che si sono scontrate con la repressione del governo. Di fronte a questi segnali inequivocabili, gran parte delle organizzazioni sindacali di base hanno deciso di convocare sciopero per la giornata del 30 ottobre, che ha assunto un ruolo di catalizzatore delle spinte maturate nella società e delle proteste che in parte erano già state rintuzzate dal governo con la repressione. La giornata di sciopero era nata su binari diversi da campagne politiche distinte, ma entrambe concentrate sull’opposizione alla guerra. Da una parte lo sciopero plurisettoriale convocato dall’USI nel quadro dello sciopero internazionale contro la guerra lanciato dall’internazionale anarcosindacalista CIT, dall’altra lo sciopero internazionale dei porti contro la guerra, che in Italia è promosso da USB e OR.S.A., ma che vede partecipare decine di organizzazioni in tutto il mondo, tra cui anche la CGT Mar y Puertos in Spagna. Di fronte ai primi segnali di tensione attorno alla questione del caro carburanti, l’USB ha deciso di proclamare lo sciopero generale per il 30. Dopo metà ottobre era chiaro a tutti che questa data avrebbe potuto assumere un ruolo molto più esteso, unendo, e non solo come mero slogan, al tema della guerra la questione sociale che stava esplodendo nelle strade. Così sul 30 ottobre hanno deciso di convergere, sia con adesioni che con proprie indizioni, tutte le altre sigle di base, Questo non è avvenuto senza difficoltà, sia tecniche, dovute alle legge antisciopero 146/90 che politico-sindacali, dovute alle profonde fratture esistenti tra le organizzazioni sindacali di base.
Dopo una simile giornata c’è bisogno di continuità, per evitare che il 30 ottobre sia stata solo una valvola di sfogo, dopo la quale il movimento si disperde con il rischio che possa essere recuperato dalle burocrazie partitiche e sindacali. Bisognerebbe scendere in piazza ogni settimana, ogni giorno, contro guerra e carovita, per far cadere le nuove norme repressive, per far cadere questo governo fascista. Ma bisogna anche interrogare la realtà intorno a noi e comprendere quali sono i tempi e gli strumenti con cui possiamo proseguire. Ad esempio la legge antisciopero, a partire dal vincolo della rarefazione oggettiva, non permette di usare solo lo strumento dello sciopero per sviluppare un movimento. Possono tornare a svolgere un ruolo importante in questo momento le componenti studentesche delle scuole e delle università, in alcune città già in piena mobilitazione, ma in altre ancora ferme.
Rimanendo sul piano dello sciopero del 30, vorrei condividere alcune riflessioni.
Lo sciopero è riuscito perché non ha seguito i tempi del dibattito parlamentare, ma l’urgenza della questione sociale. Su questo i sindacati di base hanno assunto un ruolo centrale. La CGIL invece, oltre a schierarsi a difesa dell’ordine, vuole che possa strutturarsi la lista elettorale di opposizione del “campo largo”, prima di adoperarsi per fare eventualmente cadere il governo. Bisogna essere consapevoli che la partecipazione di massa, che si è registrata dappertutto, va molto al di là del numero degli aderenti a qualsiasi organizzazione promotrice dello sciopero. Anche se ci può essere chi, più o meno a buon diritto, vuole intestarsi le piazze e assegnarsi meriti o primogeniture, bisogna aver chiaro che la realtà è ben diversa, e che ancora in questo momento nessuno rappresenta davvero gli studenti, i giovani, le lavoratrici e i lavoratori in piazza, che vogliono unità, al di fuori degli intrighi elettorali.
Un rischio concreto è costituito dal fatto che in questa situazione sociale esplosiva, il governo, ma più in generale gli apparati dello stato, hanno bisogno di una forza politica o sindacale che faccia da controparte, se necessario da interlocutore per trovare accordi. Se vogliamo una classe lavoratrice più forte e organizzata, la strada non può essere quella di sostituirsi alla CGIL o alle altre grandi centrali del controllo sociale, né di costruire l’ennesimo cartello elettorale, o di lavorare solo alla riproduzione delle organizzazioni.
È urgente portare la forza della piazza nei posti di lavoro, per costruire comitati di lotta unitari e contrastare l’autoritarismo di padroni e capetti con la conflittualità permanente. Questo permette di far passare le pratiche libertarie nelle situazioni di lotta, di porre solide basi per un movimento, di far fronte alla repressione, di costruire forme organizzative fondamentali nella prospettiva della trasformazione sociale.
La fase che stiamo attraversando potrebbe avere degli esiti dirompenti, creando anche profonde fratture nella società. Consideriamo che oltre ad un uso esagerato della violenza istituzionale sia nelle piazze che nella legislazione d’urgenza, per la prima volta il governo fascista sta mettendo alla prova su scala nazionale l’uso di gruppi e bande violente al di fuori degli apparati dello stato. Gruppi fascisti hanno in queste settimane inscenato piccole provocazioni in molte piazze, anche CasaPound e Forza Nuova, come pure Futuro Nazionale, indipendentemente dalla loro posizione di facciata nei confronti del governo, sono entrati in azione, per ora su un basso livello. Anche l’annunciata mobilitazione di alcune curve del calcio storicamente schierate a destra, contro “maranza”, “casseurs” e manifestanti in genere non deve essere vista come curiosità folkloristica, ma come tentativo di organizzare la violenza extralegale. Non è un caso che in questo clima, come per risposta, in alcune piazze degli scioperi abbiano sfilato gruppi ultras che si sono schierati a sostegno dei manifestanti. L’armamentario legislativo messo in campo dal governo in questi anni, assieme ad altre riforme non ancora avviate, come quella sulla legittima difesa, va nella direzione di alimentare la violenza politica tutelando i difensori del privilegio.
In una situazione così complessa non possiamo scegliere l’attesa, delegare ad altri la soluzione. Bisogna organizzarsi e costruire il presente e il futuro che vogliamo.
AZ