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Vaccini, potere e profitti

Nel 2019 venivano prodotti al mondo 5 miliardi di dosi di vaccino, principalmente contro l’influenza e, in quantità minori, contro polmonite, papillomavirus e herpes. Il mercato era dominato da quattro compagnie: GlaxoSmithKline (GSK), Sanofi, Merck e Pfizer. Il mercato dei vaccini era considerato poco profittevole e non interessava alle altre multinazionali del farmaco. La ricerca dei vaccini contro Ebola, Sars e Mers aveva comportato gigantesche spese senza far ottenere alcun profitto. La Merck da allora, pur mantenendo la produzione degli esistenti, ha abbandonato lo sviluppo di nuovi vaccini e non l’ha ripreso neanche con il Covid.

La sindemia mondiale da Covid 19 ha riaperto i giochi sul mercato dei vaccini e ha sconvolto il mercato mondiale delle compagnie farmaceutiche, sia in termini di profitti, sia in termini di geopolitica. Nel 2021 è attesa una produzione, per i soli vaccini anticovid, di 9,5 miliardi di dosi: il doppio di tutti i vaccini prodotti nel 2019.

Delle quattro compagnie che si occupavano di vaccini solo la statunitense Pfizer ha sviluppato un vaccino per il Covid appoggiandosi alla tedesca BioNTech, una società piccola (fatturava, nel 2019, 121 milioni di dollari) e giovane (fondata nel 2008 e quotata in borsa a ottobre 2019) ma specializzata in manipolazione genetica farmacologica. I profitti derivanti saranno divisi al 50% tra le due società nonostante, all’atto dell’accordo, la Pfizer valesse circa 20 volte la BioNTech. Attualmente il loro vaccino è il più diffuso al mondo con 119 milioni di dosi prodotte a inizio marzo 2021.

La francese Sanofi si è alleata con la britannica GSK per la produzione di un vaccino che unisce la tecnica a RNA modificato (realizzata dalla Sanofi in collaborazione con la statunitense Translate Bio) con una proteina (realizzata dalla GSK) che dovrebbe aumentare l’efficacia del vaccino a mRNA. Nei trial clinici hanno fatto degli errori e hanno dovuto ripetere la sperimentazione. L’autorizzazione alla distribuzione arriverà, forse, a giugno.

L’unico altro vaccino a RNA modificato attualmente in commercio è stato sviluppato dalla statunitense Moderna, nata nel 2010 e quotata in borsa a dicembre 2018, nata proprio per la produzione di vaccini antitumorali “personalizzati” attraverso la produzione di farmaci manipolati geneticamente. Da quando è stata quotata in borsa ha avuto solo bilanci in perdita. Nel 2019 registrava un passivo di 514 milioni di dollari. È il quarto vaccino più diffuso al mondo, con 61 milioni di dosi prodotte a inizio marzo 2021.

È nella terza fase della sperimentazione il vaccino a mRNA prodotto dalla Curevac, compagnia tedesca (ma con domicilio fiscale in Olanda) nata nel 2000, ma quotata in borsa solo ad agosto 2020. Questo vaccino sarà autorizzato, forse, durante l’estate. La Curevac ha già un accordo con la Bayer e la GSK per la produzione di dosi di vaccino.

Gli altri vaccini autorizzati in UE utilizzano la tecnica dei vettori adenovirali. Il più noto è quello di AstraZeneca, multinazionale nata nel 1999 dalla fusione di due storici gruppi farmaceutici; la svedese Astra AB e l’inglese Zeneca PLC. Pur partito con qualche mese di ritardo sugli altri vaccini, attualmente è il terzo vaccino più diffuso al mondo con 83 milioni di dosi prodotte.

L’ultimo arrivato nell’UE è il vaccino a vettore adenovirale Janssen prodotto dalla Johnson&Johnson, storica multinazionale statunitense con interessi nell’industria farmaceutica e nella cura della persona. Ha cominciato da poco la produzione e finora ha realizzato solo 4 milioni di dosi di vaccino.

Tutte queste società sono società private, quotate in borsa, eppure tutte hanno beneficiato di lauti finanziamenti pubblici. Il governo tedesco ha dato 400 milioni di euro alla BioNTech, che ha ricevuto anche 100 milioni dalla UE. Curevac ha avuto circa 900 milioni dal governo tedesco. Astrazeneca ha ricevuto 1,5 miliardi di sterline dal governo britannico e 336 milioni di euro dalla UE. Moderna ha avuto circa 2,7 miliardi di dollari dal governo statunitense. La Commissione Europea ha speso 2,3 miliardi di euro per “aiutare le case farmaceutiche a sviluppare i vaccini” e, con la totale mancanza di trasparenza con cui sta gestendo tutta la vicenda del Covid, la UE non ha reso conto né a chi siano andati i soldi né con quali contropartite.

Prima ancora che i vaccini fossero sviluppati, la Commissione Europea ha fatto accordi con le case farmaceutiche per l’acquisto delle dosi di vaccino a un prezzo predeterminato garantendogli così un mercato e un profitto a prescindere dai risultati. A fronte dell’obbligo di acquisto per la UE e a sostanziosi finanziamenti a fondo perduto, non c’è nessun obbligo di fornitura né di rispetto dei tempi della stessa. I contratti sono stati secretati e, dopo il mancato rispetto delle forniture, si è scoperto che l’unico obbligo per le case farmaceutiche era fare “il massimo sforzo” per rispettare quantità e tempi delle forniture, senza nessuna penale in caso contrario.

Il prezzo alla fine si è però saputo perché nel dicembre del 2020 la sottosegretaria al bilancio del governo belga, Eva de Bleeker, ha reso pubblici i prezzi dei vaccini acquistati dall’Unione Europea. Il tweet della sottosegretaria è stato cancellato poche ore dopo ma ormai si era diffuso in rete. I prezzi di acquisto dei vaccini e le quantità acquistate da parte dell’Unione Europea sono questi:

Vaccino

Prezzo

Dosi acquistate

Totale

Astrazeneca

1,78

300.000.000

534.000.000,00

Sanofi GSK

7,56

300.000.000

2.268.000.000,00

Johnson&Johnson

7,08

200.000.000

1.416.000.000,00

Curevac

10,00

405.000.000

4.050.000.000,00

BionTech/Pfitzer

12,00

300.000.000

3.600.000.000,00

Moderna

15,00

160.000.000

2.400.000.000,00

La spesa complessivamente prevista nell’anno in corso, nella sola Unione Europea, è di 14,3 miliardi di euro.

È evidente il favore fatto alle case farmaceutiche. Con simili cifre, garantite in anticipo e senza alcuna certezza sull’effettiva scoperta dei vaccini, si sarebbe potuto pretendere di avere una quota dei diritti di utilizzo dei vaccini stessi (considerata anche la partecipazione di università e di istituti pubblici alla ricerca). Non si è neanche preteso che, se le case farmaceutiche non fossero state in grado di fornire i vaccini, gli stati sarebbero potuti intervenire autonomamente nella produzione.

La sudditanza nei confronti delle case farmaceutiche si è vista anche nel ruolo svolto dall’EMA, l’autorità europea per la valutazione dei medicinali. È “comprensibile” che si siano autorizzati farmaci a fronte di sperimentazioni fatte in tempi molto più rapidi del solito. Si tratta di realpolitik: viene considerato meno grave che muoiano complessivamente poche decine di persone per un vaccino piuttosto che ne muoiano migliaia ogni giorno per il Covid. Meno comprensibile è la contraddittorietà dei dati su effetti collaterali, percentuali d’efficacia dei vaccini, contagiosità dei vaccinati che variano, anche sensibilmente, secondo l’autorità sanitaria che li diffonde. L’unico motivo che spiega la cosa è la voglia di alimentare “l’infodemia”: la diffusione di notizie contrastanti, a volte false, a volte verosimili, a volte vere, in cui “spin doctor” pagati dai governi e dalle case farmaceutiche si muovono a proprio agio per orientare l’opinione pubblica.

È il caso della vicenda “Astrazeneca”. L’Agenzia Italiana per il Farmaco ha segnalato che l’81% delle reazioni avverse al vaccino (per la quasi totalità si tratta di reazioni leggere e temporanee) si verifica con il vaccino della Pfizer, il 17% con Astrazeneca e il 2% con Moderna. Il vaccino della Pfizer costa 7 volte più di Astrazeneca e, a differenza di Astrazeneca, che può essere conservato nel frigorifero di casa, è estremamente problematico e costoso da conservare.

Insomma non ci sarebbe partita e tutti si dovrebbero vaccinare con Astrazeneca. Pfizer ha però in Unione Europea un pregio fondamentale: il 50% dei profitti finiscono in Germania e proprio la Germania ha sospeso Astrazeneca dopo aver rilevato 7 casi di trombosi (di cui 3 mortali) su 1,7 milioni di vaccinati. Si tratta di eventi leggermente superiori alla media dei non vaccinati (avrebbero dovuto esserci tra 1 e 2 casi mortali invece di 3) e senza una relazione certa con la vaccinazione. Oltretutto, quando si tratta di numeri così piccoli, si considera la variazione dalla media come “errore statistico”. Nonostante queste evidenze, dopo la Germania, anche Italia, Francia, Spagna e altri paesi europei hanno sospeso per alcuni giorni le vaccinazioni con Astrazeneca, salvo poi riprenderle poco dopo, gettando nello sconcerto tutte le persone che avrebbero dovuto vaccinarsi con quel farmaco. Oltretutto in Gran Bretagna, su 25 milioni di vaccinati, ci sono stati 18 casi di trombosi mortale (al di sotto della media attesa) e negli USA, che hanno utilizzato quasi esclusivamente Pfitzer e Moderna, ci sono stati 1.913 casi mortali su 109 milioni di dosi somministrate (in linea con i valori medi).

Che Pfizer goda dei favori dell’UE lo si è visto anche con l’autorizzazione all’uso della “sesta dose” del vaccino Pfizer. Il vaccino Pfizer viene distribuito in flaconcini che contengono 2,25 millilitri di soluzione, la dose da somministrare per la vaccinazione è di 0,3 millilitri. A causa dell’imprecisione delle siringhe, che presentano uno “spazio morto” tra la fine del pistone e la punta dell’ago in cui il liquido rimane intrappolato, la stessa Pfizer indicava di usare 5 dosi per flacone. Per problemi di tracciabilità delle dosi iniettate, non è possibile utilizzare le parti residue di vaccino contenute in più fiale quindi non si sarebbero potuti recuperare i residui. L’EMA lo scorso 8 gennaio ha dato l’indicazione di usare delle siringhe di precisione per estrarre 6 dosi da ogni singola fiala. Visto che i contratti parlavano di “dosi” e non di “fiale” Pfizer si è così trovata autorizzata a fornire un sesto in meno delle fiale originariamente previste realizzando così un profitto extra di 600 milioni di euro. Il tutto con il problema del costo aggiuntivo delle siringhe di precisione, scaricato sui singoli stati e della minore quantità complessiva di vaccino fornita rispetto a quella originariamente prevista.

La conferma della corsia preferenziale della Pfizer si è avuta poi con la conclusione di un nuovo accordo tra la Commissione Europea e la BionTech/Pfitzer per l’acquisto, nel 2022 e 2023, di altre 900 milioni di dosi del loro vaccino al prezzo di 19,50 Euro con un aumento del prezzo di oltre il 60% ed un costo di 17,55 miliardi di euro. C’è anche un’opzione per l’acquisto di altrettante dosi allo stesso prezzo. Dal punto di vista economico questo accordo ha molto poco senso: come tutte le merci “innovative”, con il passare del tempo il prezzo dei vaccini si dovrebbe ridurre per il duplice effetto dell’aumentata concorrenza (con nuovi vaccini) e per il ridursi dei costi di produzione. Questo accordo significa solo che si è scelto di regalare, in anticipo, altri 35 miliardi di profitti a BionTech/Pfitzer.

Il fatto che la commercializzazione dei vaccini sia un elemento della geopolitica e non della politica sanitaria, è comune a tutto il mondo. Oltre a quelli commercializzati nell’Unione Europea e negli USA, sono utilizzati al mondo altri 5 vaccini.

C’è il vaccino Sputnik-V che utilizza due adenovirus diversi nelle due dosi somministrate. È stato sviluppato dall’Istituto Gamaleya, un laboratorio pubblico russo, e viene commercializzato all’estero dal RDIF, un fondo di investimento di proprietà dello stato russo. Al momento il limite principale alla diffusione dello Sputinik V è nella produzione: siccome né il laboratorio che l’ha scoperto, né il fondo sovrano che lo commercializza hanno fabbriche, la produzione avviene su licenza.

Ci sono tre vaccini cinesi. Il più diffuso è il Coronavac un vaccino a virus inattivato prodotto da una compagnia privata cinese, la Sinovac Biotech Ltd. La compagnia, pur essendo quotata alla borsa valori di New York, ha la quotazione sospesa da febbraio 2019 per vicende legate all’assetto proprietario. È il secondo vaccino più diffuso al mondo con 91 milioni di dosi prodotte.

Il Sinopharm (BBIBP-CorV) è un altro vaccino cinese a virus inattivato prodotto dalla Sinopharm Group Co., Ltd., posseduta al 51% dallo stato cinese, il resto quotato a Hong Kong. A inizio marzo ne erano state prodotte 38 milioni di dosi.

Il terzo vaccino cinese è il Convidecia a vettori adenovirali prodotto dalla Cansino Biologics, una compagnia privata quotata ad Hong Kong. Finora è la compagnia che ha prodotto meno vaccini, 2 milioni di dosi.

Poi c’è un vaccino indiano, il Covaxin, a virus inattivi prodotto dalla Bharat Biotech una compagnia privata indiana specializzata in biotecnologie: ha prodotto a inizio marzo 5,5 milioni di dosi.

Oltre alle aziende, contano anche i luoghi di produzione. I vaccini cinesi sono tutti prodotti in Cina, che è il maggior produttore mondiale di vaccini per il Covid. Astrazeneca è prodotto prevalentemente in India (37 milioni di dosi), Gran Bretagna (12,2 milioni di dosi), Cina (10 milioni di dosi), Olanda e Belgio (10,5 milioni di dosi complessivamente) e in Sud Corea (1,6 milioni di dosi). Gli USA, il secondo produttore mondiale, producono quasi tutti i vaccini Moderna (una piccola parte, 5,4 milioni di dosi, sono prodotte in Svizzera) e una parte minore (47,4 milioni) di Pfitzer/BioNTech (prodotto per la maggior parte in Belgio e Germania con 70,5 milioni di dosi).

I vaccini utilizzati nei vari paesi danno l’idea di come i paesi produttori stiano utilizzando i vaccini per ampliare la propria influenza geopolitica. La scelta di puntare sul profitto ha infatti limitato l’utilizzo dei vaccini Pfizer e Moderna ai soli paesi ad alto reddito, aprendo le porte alla penetrazione, vaccinale e parallelamente politica, in aree dove la presenza russa, cinese e indiana era poco significativa.

La Cina è quella che, fino ad ora, ha adottato la strategia migliore. Sta distribuendo vaccini a basso costo anche in paesi tradizionalmente ostili (come le Filippine e l’Indonesia, alleate con gli USA), in molti altri paesi del sud est asiatico ed in Medio Oriente. Oltre a una zona di penetrazione tradizionale come l’Africa, la Cina sta tentando il colpo grosso in Centro Sud America: oltre alla fornitura di vaccini sta trattando l’impianto di nuove fabbriche di farmaci che finiranno comunque per dipendere da Pechino per la fornitura delle materie prime – oggi la Cina produce circa la metà delle molecole e dei principi attivi usati, in tutto il mondo, per la produzione di farmaci.

Un ruolo analogo lo sta giocando la Russia. Oltre a molti paesi dell’ex URSS ha un’importante diffusione in America Latina (Argentina, Bolivia, Venezuela e Messico), nel medio Oriente (Irak, Siria, Libano, Palestina), in Pakistan, in Algeria, in Egitto. Ha anche rifornito con lo Sputnik-V Serbia, Ungheria, San Marino ed il Vaticano, aggirando la conventio ad escludendum messa in atto per bloccarne la diffusione in Europa. Sta trattando per realizzare siti di produzione dello Sputnik in Iran, Egitto, Serbia, Brasile e persino dentro l’UE in Italia, Spagna e Germania.

L’India che, prima del Covid, produceva il 60% dei vaccini mondiali per conto di varie multinazionali del farmaco sta giocando una duplice partita. Da un lato vuole rimanere il paese leader nella produzione e sta stringendo accordi, oltre a quello con Astrazeneca, con la statunitense Novavax, con Spybiotech e con Codagenix (si tratta di vari vaccini in corso di autorizzazione). L’india sta anche cercando attraverso i vaccini di riaffermare il proprio ruolo di potenza regionale fornendo vaccini a vari paesi dell’oceano e del subcontinente indiano. Particolarmente significative sono le forniture fatte a Iran, Afghanistan, Birmania, Taiwan, Brasile e Marocco.

Anche le compagnie private dei paesi del nord del mondo vengono utilizzate per ragioni di geopolitica: è il caso dell’accordo di Pfizer con lo stato israeliano. Con il benestare del Dipartimento di Stato USA, la Pfizer ha ceduto a Israele 10 milioni di dosi di vaccino a un prezzo doppio di quello pagato dalla UE e in cambio anche di dettagliatissimi dati sanitari di tutti i vaccinati.

In questa fase le compagnie e gli stati ricchi puntano soprattutto al profitto e al riequilibrio dei rapporti di forza interni. La Gran Bretagna ha deciso di mettere un basso prezzo ad Astrazeneca non per generosità ma per un calcolo meramente economico: con l’avverarsi della Brexit, era atteso un calo del 20% del PIL inglese, una catastrofe per un paese avanzato. Con la vaccinazione di massa fatta a basso prezzo e l’uscita dall’emergenza mesi prima del resto d’Europa ha acquisito un vantaggio competitivo che le consentirà di vedere il proprio PIL aumentare invece di vederlo ridurre.

La ridefinizione dei rapporti di forza non c’è solo tra gli stati ma anche all’interno delle multinazionali del farmaco. Oggi, tutte insieme, le case farmaceutiche che si occupano dei vaccini anticovid valgono oltre 160 miliardi di dollari in più di quanto valessero prima della pandemia, ma gli aumenti non sono stati uguali per tutti.

Tutte le più grandi aziende farmaceutiche sono aumentate di poco o sono rimaste stabili: in borsa hanno valori quasi identici a quelli che avevano a inizio 2020, benché il mercato azionario statunitense (dove sono quotate) sia aumentato, complessivamente, del 60%. L’unica tra le grandi compagnie farmaceutiche che ha visto aumentare il proprio valore è la cinese Cansino che vale 5 volte di più: il risultato è ancora più rilevante considerando il fatto che è quotata nel mercato azionario di Hong Kong rimasto sostanzialmente stabile nell’ultimo anno e mezzo.

Il boom vero e proprio c’è stato per le nuove compagnie. La statunitense Novavax, che non ha ancora commercializzato il proprio vaccino ha visto aumentare il proprio valore in borsa di oltre 45 volte. La Moderna, che stava fallendo, vale 8 volte di più. La tedesca BionTech quasi 4 volte. Nel 2021 sono attesi, per i soli vaccini, oltre 71 miliardi di utili netti per le case farmaceutiche e un giro d’affari di circa 260 miliardi di dollari (erano 185 miliardi a fine 2020).

La partita sui vaccini però è solo all’inizio: probabilmente le vaccinazioni andranno ripetute ogni anno per diversi anni a venire. Il fatto che qualche compagnia, o qualche stato, abbia acquisito posizioni dominanti in questa prima fase non vuol dire che le manterrà in futuro. La partita non riguarda solo il nord del mondo: per favorire lo sviluppo di varianti al virus, quindi la necessità di nuovi vaccini, queste compagnie hanno tutto l’interesse che, in alcune aree del pianeta, il Covid rimanga in forma endemica. In quelle aree si giocherà, verosimilmente, la partita della sperimentazione sulla pelle delle popolazioni.

Dal punto di vista politico andrà lanciata una campagna mondiale contro gli accordi TRIPs, relativi a copyright e diritti di brevetto, che oggi danno l’esclusiva alla case farmaceutiche per la produzione dei vaccini e le scelte di prezzo condannando, in nome del profitto, alla morte milioni di persone. Profitti e salute non vanno d’accordo.

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