Nella notte tra il 12 e il 13 settembre la polizia turca entra nelle case dellə attivistə, perquisisce le sedi delle associazioni LGBTQIAP+, sequestra telefoni e computer, fa irruzione nei locali. L’operazione si estende a quindici province, coinvolge 162 persone, nove associazioni e tredici attività. Contemporaneamente viene oscurata una parte consistente dello spazio digitale del movimento: siti delle associazioni, media, account di attivistə, avvocatə e gruppi universitari.
Nel rastrellamento vengono messe insieme realtà molto diverse: organizzazioni storiche e riconosciute internazionalmente come Kaos GL, associazioni impegnate sull’HIV, ma anche locali e luoghi della socialità e della sessualità queer. Le indagini insistono su sex work, sostanze, «oscenità» e altre ipotesi di reato. Attivistə turche con cui siamo in contatto leggono questa sovrapposizione come una precisa strategia di legittimazione della repressione davanti all’opinione pubblica: associare il movimento LGBTQIAP+ a droga, prostituzione e criminalità permette di presentare il rastrellamento non come un attacco politico alle sue strutture organizzate, ma come un’operazione a difesa della società, dei bambini e della famiglia. Una lettura che trova riscontro nello stesso linguaggio delle autorità: la Procura parla della necessità di impedire la «normalizzazione» di queste pratiche agli occhi della società, mentre il Ministero della Giustizia richiama insieme protezione dei minori, famiglia e «valori morali comuni». Il governo chiama l’operazione Ailem Güvende, “La mia famiglia è al sicuro”.
Il nome non è un dettaglio propagandistico. Dice molto di quello che sta succedendo in Turchia e, insieme, di un’offensiva reazionaria che conosciamo bene anche da questa parte d’Europa. La famiglia da difendere, i bambini da salvare, la denatalità, la “natura”, la “morale”, il gender e le persone queer e trans trasformate in una minaccia: sono parole che viaggiano da anni attraverso confini, destre, governi e movimenti anti-gender. In Turchia questa grammatica politica è diventata progressivamente politica di Stato.
La repressione del movimento viene da lontano. A Istanbul il Pride viene vietato ogni anno dal 2015, ma ogni anno il movimento prova comunque a riprendersi le strade. Divieti analoghi colpiscono Pride e iniziative LGBTQIAP+ anche in altre città e la risposta è diventata quasi rituale: cordoni di polizia, cortei dispersi, violenze e fermi. Ancora nel giugno scorso, il 24° Istanbul Pride si è tenuto a Kadıköy nonostante il divieto: 65 persone sono state fermate. Nello stesso Pride Month ci sono stati altri fermi a İzmir, Ankara e durante il Trans Pride di Istanbul. Non è quindi la presenza LGBTQIAP+ nello spazio pubblico a essere scomparsa: è diventato sempre più alto il prezzo da pagare per renderla visibile.
La svolta familista dell’attuale fase ha però un passaggio fondamentale nel 2021, quando Erdoğan ritira la Turchia dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne. Il governo lega apertamente quella scelta all’omosessualità, sostenendo che la Convenzione sia stata utilizzata per «normalizzarla» a danno dei valori sociali e familiari. Non è casuale che l’attacco ai diritti delle donne e quello alle persone LGBTQIAP+ si incontrino proprio qui. La famiglia viene costruita come un corpo sotto assedio, da proteggere contemporaneamente dal femminismo, dall’autodeterminazione delle donne, dalle soggettività queer e trans e da tutto ciò che incrina la naturalizzazione dei ruoli di genere.
È una costruzione che negli anni successivi diventa sempre più organica. Le campagne contro la cosiddetta “propaganda LGBT” si intrecciano con le proposte per costituzionalizzare il matrimonio eterosessuale, le politiche pronataliste e l’attacco ai percorsi di affermazione di genere. Nel 2024 arriva un passaggio decisivo: con il Family Protection and Strengthening Vision Document and Action Plan 2024–2028 la protezione e il rafforzamento della famiglia diventano un programma pluriennale dello Stato, articolato in cinque obiettivi strategici, quindici target e cento azioni e affidato a organismi nazionali e provinciali. Seguono l’“Anno della famiglia” nel 2025 e, quest’anno, il lancio del “Decennio della famiglia e della popolazione 2026–2035”.
Il collegamento con quello che sta accadendo oggi non dobbiamo costruirlo noi: è lo stesso ministro della Giustizia Akın Gürlek a collocare l’operazione “Ailem Güvende” dentro questa politica. La famiglia diventa così non soltanto l’oggetto da proteggere, ma il criterio attraverso cui stabilire quali corpi, relazioni e forme di vita siano legittime e quali possano essere sorvegliate, censurate e criminalizzate.
Non è nemmeno un’eccezione turca. Negli ultimi quindici anni reti transnazionali anti-gender come il World Congress of Families hanno fatto incontrare Christian Right statunitense, conservatorismo russo e destre europee. La Russia di Putin è stata uno dei laboratori della criminalizzazione della cosiddetta “propaganda omosessuale”; Orbán ha costruito attorno alla famiglia e alla natalità una parte centrale del proprio progetto politico; in Italia lo stesso World Congress of Families si è riunito a Verona con la partecipazione della Lega. Non abbiamo elementi per sostenere un rapporto organizzativo diretto fra questa rete e le organizzazioni familiste turche. Non serve inventarlo: la circolazione della stessa grammatica politica è già evidente.
E infatti la repressione di settembre non si ferma alle persone. Colpisce la possibilità stessa di organizzarsi. Secondo l’Ordine degli avvocati di Istanbul sono stati bloccati 11 siti di associazioni LGBTİ+ e 419 account o indirizzi social, mentre per altri 107 è stato chiesto il blocco. Vengono messi sotto accusa finanziamenti internazionali perfettamente legali, attività di advocacy, pubblicazioni e raccolte fondi. Associazioni che lavorano da decenni per i diritti LGBTQIAP+ e contro l’HIV vengono trattate come possibili strutture criminali.
E quando il movimento risponde, la repressione continua. Nei giorni successivi ai rastrellamenti si scende in strada a İzmir, Ankara e Istanbul. La polizia interviene anche contro queste manifestazioni: 125 persone vengono fermate e poi rilasciate. Davanti al tribunale di Çağlayan, a Istanbul, vengono portate via più di cento persone e viene impedita persino la lettura del comunicato. È importante distinguere questi fermi dagli arresti dell’operazione iniziale: chi è scesə in strada per chiedere la liberazione dellə compagnə è tornatə fuori; moltə di coloro per cui manifestavano no.
Al 23 settembre almeno 83 persone risultano ancora in custodia cautelare. E dentro non ci sono soltanto persone casualmente travolte da un rastrellamento. La repressione sta colpendo direttamente la memoria, le competenze e le strutture organizzative del movimento. Sette componenti degli organi direttivi e di controllo di Kaos GL, nata nel 1994 e parte fondamentale della storia LGBTQIAP+ turca, sono in carcere. È detenuta anche la giornalista Tuğba Tekerek; tra gli elementi utilizzati contro di lei compare un articolo del 2024 sul movimento LGBTQIAP+ in Georgia pubblicato da Kaos GL.
In carcere ci sono Umut Derin Eroğlan, Janset Kalan e Nedime Erdoğan. Nedime è una madre che da anni lavora perché le famiglie comprendano e sostengano lə proprə figliə LGBTQIAP+: essere incarcerata nell’operazione “La mia famiglia è al sicuro” restituisce quasi brutalmente il paradosso di questa politica. Janset Kalan, storica attivista trans, dal carcere di Sincan ha invece chiesto che l’attenzione non rimanga concentrata soltanto sulle persone più conosciute e sostenute dal movimento. Lei riceve visite, ha avvocatə, amicə, giornalistə e reti internazionali che sanno dove si trova. Molte altre persone trans detenute no. Il suo appello è semplice: «Ricordate le persone trans detenute a Sincan e in tutte le altre carceri; fate in modo che non rimangano sole».
Non è un appello astratto. Kaos GL denuncia dalle carceri perquisizioni corporali nude forzate, insulti e minacce omotransfobiche, isolamento, difficoltà nell’accesso ai farmaci e altri maltrattamenti. Circa metà dellə proprə compagnə detenutə sarebbe tenuta in isolamento. Le denunce sono state successivamente riprese anche da Amnesty International.
La risposta alla repressione ha ben presto superato i confini turchi. Il 21 settembre più di 450 organizzazioni di oltre 65 paesi hanno sottoscritto un appello comune per la liberazione dellə detenutə e contro la criminalizzazione del movimento LGBTQIAP+. Tra le firmatarie ci sono insieme reti queer, femministe, antiviolenza e per i diritti umani. L’appello denuncia esplicitamente una più ampia politica anti-gender fondata sul controllo patriarcale di corpi, identità e relazioni e il tentativo di trasformare attività legali – associazionismo, advocacy, pubblicazioni, raccolta fondi e finanziamenti internazionali – in elementi di un’inchiesta criminale. (Appello internazionale “Stop the Criminalisation of the LGBTI+ Movement in Turkey”)
Il 21 settembre ad Ankara il movimento ha rovesciato il nome scelto dal governo per i rastrellamenti: “La mia famiglia non è al sicuro. La mia famiglia è in carcere, la mia famiglia è in stato di fermo”.
È forse il modo più preciso per raccontare quello che sta succedendo. Perché la famiglia evocata dal governo non comprende le famiglie che sostengono figliə queer e trans, le famiglie scelte, le reti di cura e solidarietà costruite dal movimento. La repressione prova a spezzare proprio quelle relazioni: oscurando i luoghi in cui ci si incontra, arrestando chi organizza, isolando chi finisce in carcere.
Da qui, però, resta anche una domanda che riguarda noi. Sulla stampa italiana questo rastrellamento ha ricevuto finora pochissimo spazio, nonostante segni un cambio di passo nella criminalizzazione e nella repressione delle persone LGBTQIAP+ in Turchia. Perché una repressione di queste dimensioni fatica tanto a diventare notizia? Le nostre vite valgono, ma una parte dell’informazione italiana non sembra attribuire loro lo stesso peso. E anche il silenzio produce un racconto: stabilisce quali vite meritano attenzione, quali violenze diventano notizia e quali possono restare invisibili. Anche questo silenzio assordante è propaganda.
Babs Mazzotti
NdA: In questo articolo ho scelto di utilizzare la sigla LGBTQIAP+ perché si parla di soggettività e mobilitazioni diverse. Nei comunicati e negli appelli diffusi in questi giorni dal movimento turco ricorrono invece soprattutto le sigle più ridotte LGBTI+ e LGBT, che ho mantenuto quando riprendo direttamente le loro formulazioni.