Appena trascorse le tante iniziative del 1° maggio, vogliamo pubblicare uno scritto in cui Pietro Gori immagina, in una società futura ormai liberata, di raccontare a chi non la conobbe l’epoca dello sfruttamento e dell’oppressione, e come ci si liberò da essa con la pratica continua della solidarietà simboleggiata dal primo maggio. È la narrazione della leggenda del primo maggio, poeticamente visto come una sorta di mito fondativo del mondo nuovo.
Il brano venne scritto nel 1900 a Buenos Aires.
Quando l’epoca di vergogna e di sangue, che agonizza col penultimo secolo del secondo millennio, sarà ben morta – e dalla ultima putredine sbocceranno, eterno poema della vita, i fiori di eterne primavere, maturanti la messe per tutta, ormai davvero affratellata, la famiglia umana; quando i giganti di ferro, trascinati lungo i continenti e gli oceani, per la forma e la velocità del fulmine, porteranno da un capo all’altro del mondo i prodotti dell’uomo al fratello lontano – e le canzoni di guerra e le epopee del passato saranno spente, come meteore notturne, nell’aurora di cantici nuovi, fiammeggianti sulla nuovissima trasfigurazione della specie umana; quando le lingue soavi di Dante, di Victor Hugo, di Cervantes, si saranno fuse in superba armonia ideale con le lingue austere di Shakespeare, di Goethe, di Dostojevski – e la libertà baciata dall’arte avrà ingentilito i cuori al culto dell’amore, della bellezza, della giustizia, ultima religione superstite tra i figli dell’uomo, allora lo storico, perché in quel tempo di verità vi sarà veramente la storia, dirà ai suoi contemporanei il simbolo del 1° Maggio, divenuto leggenda, e giorno sacro ai redenti:
“In un’epoca ormai lontana, eranvi sulla terra cose mostruose, a cui l’uomo civile della nazione umana stenterebbe a prestar fede, se non vi fossero le mute testimonianze di tanta infamia, che durò una notte, lunga di secoli.
“Ciò che ora sembra naturale, il godimento comune dei beni dati dalla natura agli uomini, o dal lavorio delle generazioni, accumulati e tramandati alle generazioni future, come retaggio famigliare di ciascuno e di tutti, veniva dichiarato utopia, quando non era dannato come delitto.
“Nasceva e moriva, allora, l’umanità con destino iniquo.
“Una parte d’essa, che si chiamava la classe dei ricchi, dei potenti, si era accaparrata, usurpandolo con la frode o con la violenza, tutto il patrimonio sociale, tutto il tesoro del genio, dello studio, del lavoro – l’immenso serbatoio di ricchezza, che non un uomo, ma tutti gli uomini, non una generazione, ma tutte le generazioni avevano accresciuto del loro sudore, delle loro lacrime, del loro sangue.
“La guerra dell’uomo contro la natura, ribelle a concedergli i suoi tesori, i suoi segreti, era stata combattuta in comune, lungo i millenni di preparazione faticosa; eppure alcuni prepotenti o truffatori si erano impossessati del prodotto sociale dei secoli, in nome di un privilegio che chiamarono diritto di proprietà.
“E per mezzo di questo, i prepotenti e i fraudolenti, divenuti manipolatori delle leggi, eransi costituiti in casta d’ozio, che l’ozio trasmetteva con la ricchezza di padre in figlio; pretendendo (malgrado la inattività dei padri, dei figli e dei nepoti) sostenere che codesta ricchezza era frutto del proprio lavoro.
“Dall’altro lato, in basso le moltitudini operaie di tutti i paesi (allora divisi per l’ambizione dei potenti) vivevano in una condizione strana, incomprensibile per il cittadino della nazione umana.
“Gli uomini del lavoro, che per conseguenza producevano tutta la ricchezza, si trasmettevano di padre in figlio tutta la fatica, una fatica da somieri – e con la fatica la miseria.
“Le cronache del tempo narrano, che vi erano dei muratori di case, i quali dopo averne costruite tante per quelli che non sapevano fabbricarle, restavano senza un tetto sotto cui passare la vecchiaia, stanca da tanto logorio; che vi erano dei tessitori e delle tessitrici che, dopo aver confezionato chilometri e chilometri di stoffe, di tele e di merletti per chi non sapea tener la spola in mano, passavano dei lunghi inverni senza abiti da coprire se stessi, i bimbi ed i vecchi loro; che vi erano dei contadini, i quali dopo essersi fiaccati per anni ed anni a coltivare i campi ed a far crescere, per chi non sapea guidar l’aratro, torrenti di frumento, e di altri prodotti agricoli, rimanevano talvolta privi della parte anche minima di quel pane, che gli improduttivi gettavano sprezzantemente ai cani.
“Ed il più assurdo risultava nel fatto che quella classe di lavoratori che si era affannata a produrre di più – una volta che aveva riempiti i magazzini altrui del suo prodotto, che il capriccio del mercato d’allora non voleva più – veniva gettata bruscamente sul lastrico: quasi punita colla fame, per avere lavorato troppo. E si chiamavano, codesti fenomeni dell’imprevidenza e della stoltezza di quei sistemi, crisi di produzione – mentre il mercato, era una forma di ladrocinio legale di mutua spogliazione, in cui la sorte della nazione e dei bisogni pubblici si riduceva ad un losco giuoco d’azzardo.
“Così andavano le cose, con pochi cambiamenti di forma, da tempi immemorabili – quando dalle viscere stesse di codesta società putrefatta, spuntarono i germi della resurrezione.
“Ed è qui, dove la storia, dopo il poema dei poeti precursori prende i contorni fantastici della leggenda.
“Un giorno dal sepolcro di cinque martiri fatti impiccare da una società di mercanti, in una metropoli delle Americhe perché avevano predicato i diritti dei lavoratori, ed una giornata di fatica meno lunga e meno bestiale per sé e per i loro compagni – partirono in pellegrinaggio per un convegno di operai che si teneva in una metropoli Europea, molti uomini di buona volontà i quali si chiamavano i cavalieri del lavoro come manipolo di combattenti contro i cavalieri dell’ozio.
“E là, nel congresso mondiale, essi portarono questa idea, semplice e grande – come tutte le cose che zampillano dal cuore del popolo, che il giorno 1° di Maggio (il mese degli ozii dolci per il vagabondaggio elegante e felice) dovesse venir rivendicato, per volontà delle plebi, al riposo delle plebi stesse. Che in codesto giorno, i lavoratori del mondo gettassero in un angolo gli arnesi del loro mestiere; incrociando le braccia – in faccia agli ignavi d’ogni ora, per vedere se il mondo camminava per opera di chi produceva, morendo di stenti, o per merito di chi restava inoperoso, pur diguazzando nel superfluo.
“Che nel pomeriggio del calendimaggio, i figli delle varie nazioni, guardando il sole, comprendessero che esso cominciava a risplendere sopra uno spettacolo nuovo; la unificazione della patria universale dell’uomo, in nome del lavoro.
“E la data memoranda cominciò a decorrere dal primo anno dell’ultima decade del XIX secolo.
“Alla mattina del giorno fatidico (storia o leggenda che sia – realtà ad ogni modo) le genti umane, cui solo blasone eran le mani incallite e i ventri semivuoti, si svegliarono, come alle fanfare di un inno misterioso, non ancora udito da orecchie viventi.
“Quell’inno veniva di lontano, da tutti gli angoli più appartati del mondo; e passava tra le macchine immote, sui cantieri taciturni, sulle città attonite, come un fremito di voci infinite, di voci varie, in svariati idiomi – uno squillar di speranze, di dolori, d’ideali; qualche cosa che sapeva della ricchezza di un’alba, e dell’approssimarsi di una tempesta.
“Gli altri, i parassiti, a furia di frode e di violenza, facevano atto di sorridere schernendo; ma il sorriso mutossi in brutta smorfia, e finì in contrazione di paura, e in un tremito di terrore.
“E ad ogni nuovo pretesto, ad ogni levarsi di voce operaia, urlante i diritti dello stomaco malnutrito – le classi viventi in ozio ordinavano a degli uomini addestrati all’arte di uccidere altri uomini, e chiamavansi soldati, di pigliare a fucilate i fratelli, i padri, le spose.
“E ciò che appare addirittura impossibile ai tempi attuali, è che codesti uomini d’arme obbedivano ciecamente, crudelmente ai capi, e compievano il fratricidio.
“Così perpetuavasi questo inconcepibile fatto; che il popolo lavoratore, che si logorava per codesti oziosi, allora detti padroni, era esso stesso medesimo che fabbricava le sue catene, e i fucili ed i cannoni, che dovean servire ad esterminarlo, per mano dei suoi figli, per mano dei popolani, schiavi essi pure e calpestati.
“Ma i soffi vivificatori delle prime albe di Maggio, le albe del grande inno misterioso di resurrezione, passavano d’anno in anno, fortificando le coscienze nei petti operai.
“E le voci, che si mandavano la parola d’ordine da frontiera a frontiera, divenivano di volta in volta più innumerevoli, sì che sul finir del secolo, s’eran fatte fragore d’uragano.
“Fu, sulla prima mattina di Maggio, d’uno dei primi anni del XX secolo, che avvenne il miracolo – la trasfigurazione meravigliosa degli uomini e delle cose, ed è qui pure, dove la storia s’irradia nei fulgori della leggenda.
“Le iniquità, le truffe, le violenze trionfanti ed onorate, se commesse in alto, avevano ricolmo il calice delle amarezze e delle vergogne, offerto da secoli alle turbe laboriose, in compenso dei sacrifici inenarrabili donde era scaturita la civiltà.
“L’anima popolare era piena di dolore e d’idealità.
“Quando il primo sole di Maggio si levò, milioni di voci tuonarono all’unisono l’inno di liberazione; perché gli schiavi si eran contati, e si accorgevano solo allora di essere il numero, la forza, il diritto, l’umanità; gli altri, i dominatori, non eran che un pugno di pigracci, tremanti di paura.
“Da quel giorno di luce, comincia la epopea pura del genere umano, la data storica dell’era nuova, il miracolo di tutte le nazioni operaie, che intendevano, che parlavano la stessa favella, in accenti diversi – l’idioma del lavoro creatore, rivendicatore; codesto miracolo di gloria di la redenzione degli uomini, nella vita, per la vita”.
In tal guisa lo storico dell’avvenire, quando vi sarà veramente la storia, dirà la leggenda del 1° Maggio.
Pietro Gori