Interrogarsi sul cinema, oggi, su un presunto o meno specifico cinematografico, su linguaggio, contenuti, fruizione ecc. in tempi di intelligenza artificiale, significa anche ripensare al fare cinema, e a vivere l’esperienza cinema, come spazio di libertà. Il cinema, fin dalle origini, non è pensabile al di fuori della tecnologia che lo rende possibile e dell’industria economica che lo rende fruibile, visibile. Il cinema, come la fotografia da cui deriva, è la prima arte che non può fare a meno della macchina che serve a crearlo. È sostanzialmente antistorico etichettare come “vero cinema” quello legato a uno specifico
mezzo tecnico, e “non cinema” un contenuto audiovisivo legato a un altro mezzo. Questo lo aveva capito già Rossellini, quando giudicava privo di senso il dibattito sul fatto che i suoi film televisivi fossero o meno considerabili “vero” cinema. La stessa qualità tecnica del mezzo è ininfluente ai fini della qualità del prodotto film: capolavori del cinema sono stati girati con macchine a manovella e obbiettivi che per gli standard attuali sarebbero assolutamente ridicoli, oppure in superotto, o con telecamerine MiniDV. La scelta del formato, sostanzialmente, può essere ricondotta a motivazioni economiche, di libertà creativa e produttiva, o anche estetiche, come fa chi ancora oggi gira in pellicola. Non siamo più limitati al solo formato 35 mm.
Oggi, nell’eterno contemporaneo digitale, dove qualunque smartphone può fare film a costo zero, si può, allo stesso tempo, rispolverare la vecchia telecamera VHS o il superotto o usare il cellulare di vent’anni fa. Si può anche fare del cinema totalmente sintetico utilizzando l’intelligenza artificiale, bypassando direttamente la camera, che sia camera obscura, fotocamera, telecamera o videocamera di qualsivoglia natura. Quanto poi il mezzo tecnico influenzi il contenuto è un dibattito che va avanti dai tempi dei fratelli Lumière. Sicuramente, più un film richiede apparati economico-produttivi imponenti, più lo spazio di libertà rispetto ai contenuti si riduce. È molto più influente la dipendenza dai finanziamenti che il mezzo tecnico. Pensare a un cinema come strumento di libertà, quindi di lotta per la libertà, è ancora oggi possibile solo pensandolo criticamente rispetto all’apparato produttivo che lo condiziona; già Grifi quando utilizzava le prime rudimentali videocamere a nastro magnetico per girare Anna, rinunciando alla pellicola, dichiarava che la sua era una scelta sostanzialmente politica. Continuare a soffermarsi sul mezzo fa perdere di vista il discorso fondamentale che è quello sui contenuti, sul senso, sugli scopi di fare cinema o in generale arte che non sia meramente narcisistica o smaccatamente finalizzata al fare soldi; quindi sostanzialmente reazionaria, col risultato finale di restringere gli spazi di libertà anziché espanderli. Si può utilizzare qualsiasi mezzo tecnico per fare cinema, ma qualunque mezzo si usi è necessario non subirlo acriticamente ma riappropriarsene in maniera attiva e consapevole, anche ai fini di ribaltare la prospettiva ideologica del sistema che ha prodotto un determinato mezzo. Questo valeva per la pellicola e vale ancora di più oggi per l’intelligenza artificiale.
Concepire il cinema come agire di libertà significa anche vivere l’esperienza cinema come condivisione collettiva. Fruizione in uno spazio che diventa di libertà, dove non si può prescindere dal confronto personale, dall’esserci fisicamente, con corpi e menti; questo richiede un coinvolgimento attivo, non essere spettatori passivamente consumatori. Già l’atto di uscire di casa per incontrare (e confrontarsi) con altre persone è una sana ginnastica per corpo e spirito, che ci sottrae alla logica confortante/sconfortante degli schermini o schermoni solipsistici, stitici, che anestetizzano ogni senso critico. Al circolo anarchico Bakunin alla Garbatella, da più di due anni, nel Cineforum del mercoledì si cerca di creare uno spazio di condivisione e di confronto dove, oltre alla visione collettiva di film non scontati che tentano di stimolare una discussione sul cinema in rapporto alla società, semplicemente si spende del tempo per stare con gli altri, partecipare, anche e soprattutto, in allegria.
Qui si mangia e si beve, prima, durante e dopo ogni visione; ma, soprattutto, alimentiamo, diamo cibo alla nostra immaginazione.
Qui c’è la porta sempre aperta per chi è curioso, visionario, non autoritario e vuole confrontarsi col nostro pensiero, pensiero attivo di un altro mondo possibile.
Ci riprendiamo quel poco che ogni giorno ci viene sottratto dalle logiche del mercato, dalla repressione contro chi infrange le regole imposte, e dal forzato tentativo dell’esclusione sociale, che tenta di renderci omologat* alle logiche inquietanti del potere e di quei meccanismi che ci vogliono automi, inerti, abbonat* alle piattaforme, conformi al sistema, con la finalità di isolare le nostre menti, i nostri corpi, le nostre idee, i nostri sogni e soprattutto con la volontà di tenerci divisi e lontani.
Lontani fra noi.
Ma noi ci incontriamo e siamo pronti allo scontro.
E il tempo qui non è e non deve essere denaro. Mai.
Marco & Lorenzo