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“Il fascismo non è un fenomeno a sé”

Pubblichiamo questo passo di Luigi Fabbri tratto dal suo testo La Controrivoluzione Preventiva, pubblicato per la prima volta nel 1922 poco prima che il fascismo divenisse regime monopartitico e dittatoriale, in occasione del 25 Aprile. Ci preme sottolineare, con le parole di quello che resta un grande teorico dell’anarchismo perseguitato dal regime fascista, che “il fascismo non è un fenomeno a sé, avulso dall’insieme delle altre ingiustizie sociali, ma una diretta conseguenza ed emanazione di queste: che anzi il vero responsabile della guerriglia civile instaurata dal fascismo è proprio il regime politico ed economico attuale”. Come questo inoltre emerga nella disparità di trattamento riservata ai compagni arrestati, nei processi ai socialisti, agli anarchici, poi ai movimenti di liberazione, oggi al movimento No-Tav ecc. in paragone alle mille assoluzioni e non luoghi a procedere, alle mille formule che di fatto affermano che non esiste alcun colpevole, ad esempio per le stragi di Stato compiute materialmente da nazifascisti negli anni ’60-’80. Che si può assolvere un ministro legofascista che opera reati ascrivibili a sequestro di persona perché avrebbe agito nell’interesse del paese e col consenso del governo. Un testo attuale, che dimostra quanto è importante guardare al passato con la mente proiettata al futuro e come la storia può insegnarci a inquadrare nella giusta prospettiva gli avvenimenti, che in occasione del 25 aprile è giusto rammentare.

(…) Ma ho già detto che per fascismo ormai s’intende tutto un sistema, tutto un movimento che supera e dilaga oltre i confini del fascismo tesserato, catalogato. E la classe dirigente, di cui è creatura, non distingue l’uno dall’altro, e tutto lo copre della sua indulgenza e del suo aiuto nel modo più cinico.

Basta leggere i giornali, non quelli professatamente fascisti, ne’ quali la cosa è naturale, ma gli altri che van per la maggiore, i grandi giornali più quotati e diffusi, che si dicono indipendenti dai partiti forse perché voglion esser liberi di servirne qualunque fa più comodo a un dato momento. In essi la solidarietà di classe e di casta col fascismo non fa pompa di sé quasi mai negli articoli editoriali, dove magari si fa ipocritamente mostra di predicare la calma e disapprovare certe violenze, ma nei trafiletti polemici e soprattutto nella cronaca, dove ogni conflitto fascista è descritto in modo apologetico e tendenzioso, provocatore ed incitante a conflitti nuovi, e dove vien fatto scempio d’ogni norma di verità e d’ogni criterio di giustizia, sempre a vantaggio dei fascisti e contro i socialisti e gli operai.

Lo stesso si dica per la partigianeria della magistratura. Non v’è fatto di violenza, vero o falso, grave o lieve, imputato ai socialisti od ai sovversivi in genere, per cui non vi siano stati numerosi arrestati e non restino tutt’ora in prigione gli imputati, non importa se rei od innocenti. Dei loro processi, la cui istruttoria non finisce mai, nessuno si cura; l’importante è che i pretesi rei restino in carcere. Ma per i fascisti in genere si rinnova la scena della Gran Via; gli arrestati vengon quasi sempre prosciolti in istruttoria, specialmente pei fatti più gravi: incendi od omicidi. In questi ultimi tempi i fascisti vengono arrestati più spesso; ma per essi l’istruttoria è dovunque sollecita e benevola. Tranne qualche rarissima eccezione, pei reati fascisti implicanti gravi responsabilità penali non si trova mai il reo; gli arresti e processi vengon fatti solo per accuse lievi.

Nei casi eccezionali, poi, in cui i veri rei sono rinviati a giudizio, essi sono sempre assolti trionfalmente. Tipico il caso degli uccisori dell’Inversetti a Milano. I fascisti avevano invaso un circolo socialista, nel marzo 1921, sparando e uccidendo uno dei presenti. Se ne arrestano alcuni; si fa loro il processo, e si assolvono tutti. Solo si condanna a degli anni di reclusione un imputato che è latitante. Dopo poco il latitante si fa arrestare, si rifa il processo e… viene assolto anche lui! Cosi vennero assolti dei fascisti a Torino che avevano ucciso per errore un industriale, scambiandolo per un sovversivo. Di assoluzioni simili ve n’è tutta una serie infinita. Di condanne, per quanto io sappia, nessuna, mai.

Constato tutto questo senza rammarico alcuno né deplorazione. Non credo alla giustizia della “Giustizia”, né all’efficacia delle pene sancite nei codici. In fondo poi trovo molto naturale tutto quanto sopra ho rilevato; e se l’ho rilevato, è per notare sempre meglio la corrispondenza d’amorosi sensi tra fascismo e classi dirigenti; è per dimostrare che il fascismo non è un fenomeno a sé, avulso dall’insieme delle altre ingiustizie sociali, ma una diretta conseguenza ed emanazione di queste: che anzi il vero responsabile della guerriglia civile instaurata dal fascismo è proprio il regime politico ed economico attuale.

La responsabilità di questo è in realtà assai maggiore della responsabilità dei fascisti presi separatamente; e tale responsabilità del regime è tanto più grave e delittuosa, in quanto la guerriglia

fascista, se nuoce alle persone pel sangue, i dolori e le distruzioni che costa, se rende la lotta di classe più aspra e più livida di odio, è perfettamente utile agli scopi di conservazione sociale e di restaurazione nazionale che stupidamente alcuni reazionari dei più ciechi se ne ripromettono.

(…) [sarebbe] ingenuità pei rivoluzionari il chiedere al capitalismo ed allo Stato contro il fascismo delle misure repressive, che potrebbero sotto altro aspetto produrre altri effetti nocivi. Del resto ogni repressione, che superi la legittima difesa, ogni reazione governativa, a base di carceri e manette, diventa sempre delittuosa a sua volta. Ed i rivoluzionari non possono né debbono chiedere per alcuno arresti e condanne, manette e prigioni.

In realtà i rivoluzionari, i socialisti, gli operai vedranno cessare la complicità governativa e capitalista col fascismo sol quando essi stessi troveranno in sé la forza della resistenza, non sporadica e saltuaria, più o meno individuale o di gruppo e troppo localizzata, ma generale. Come rivendicazione di un diritto, una cosa sola potrebbero a ragione pretendere i lavoratori: ed è che si usasse loro un uguale trattamento, si lasciasse loro la libertà di difendersi ogni volta che sono aggrediti; di difendere con gli stessi mezzi dei fascisti, occorrendo, le proprie organizzazioni, le proprie riunioni, le bandiere, la propria fede, la propria vita.

Avrebbero ragione di pretendere di non essere ridotti dalla polizia e dalla magistratura nella condizione di chi è tenuto fermo per le braccia mentre altri ferocemente lo bastona. Oppure lo Stato capitalistico getti ogni ipocrisia, non faccia più la doppia parte nella commedia, e assuma direttamente la responsabilità della repressione antioperaia.

Ma sono, queste, vane pretese, se non si appoggiano ad una forza reale, morale e materiale insieme; e possono essere accampate solo a titolo di dimostrazione del proprio diritto e di propaganda. In realtà le carceri italiane son piene di lavoratori, e le condanne più gravi piovono sugli operai che nei conflitti hanno avuto il torto di difendersi contro i fascisti con la violenza. Si è già visto inoltre quale è stato l’atteggiamento del governo, non appena dall’iniziativa spontanea popolare è sorta l’idea di costituire dei corpi di difesa proletaria, cui s’è dato il nome di “Arditi del popolo”. All’infuori che in Roma, dove per ragioni d’ambiente la repressione è più difficile, e dove per ragioni di politica interna ed estera il governo ha necessità di salvare le apparenze e quindi di impedire che il fascismo assuma le forme violente dell’Emilia, del Veneto e della Toscana, dovunque la sola idea di costituire nuclei di “arditi del popolo” è stata preventivamente repressa nei modi più energici – con proibizioni, minacce, perquisizioni ed arresti.

Luigi Fabbri