Rivoluzione ed espropriazione. Il concetto anarchico della rivoluzione (terza e ultima parte)

Concludiamo questo riepilogo dell’esposizione di Fabbri con un estratto del capitolo successivo, “Rivoluzione ed espropriazione”, che chiarisce l’approccio anarchico alla trasformazione in senso comunista della produzione e della distribuzione.

T. A.

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Per interessare fin dal primo momento le grandi masse alla causa della rivoluzione, bisogna che questa abbia subito un contenuto, un fine, uno scopo pratico e immediato economico.

Se si lasciasse al solo potere rivoluzionario centrale il compito della espropriazione, vi sarebbe anche il guaio che le grandi masse lontane dai centri urbani perderebbero ogni interesse alla rivoluzione e potrebbero poco per volta intiepidirsi e magari venir guadagnate dalla reazione, con altri motivi o pretesti suggeriti dalle tradizioni e superstizioni del passato.

Bisogna che in ogni città, in ogni paese e villaggio, come nelle campagne, vinta la resistenza del potere politico, i proletari siano immediatamente chiamati, – se pur non lo faranno spontaneamente, come è più probabile, – a impadronirsi localmente della proprietà fondiaria, industriale, bancaria, terriera, ecc. e facciano un immediato falò di tutti i titoli di proprietà, degli archivi catastali, notarili, ecc.

Molti borghesi (è naturale) nel primo momento del conflitto spariranno, nei più vari modi. Ma se all’espropriazione i proletari vorranno aggiungere verso i superstiti anche una specie di temporaneo «sequestro di persona» o come ostaggi o perché di essi possa esserci bisogno allo scopo di proseguire tecnicamente la produzione, questo sarà da vedersi e niente affatto da scartare. Né per la bisogna mancano gli organismi proletari necessari – gruppi locali, organizzazioni e sindacati proletari e corporativi, comitati o consigli operai, per comune, per provincia o regione, ecc. – attraverso e per mezzo dei quali il proletariato eserciti, con la sua azione diretta, la propria forza espropriatrice, senza affidarne il compito ad uno Stato centrale, proletario di nome, ma di fatto composto di poche persone di un solo partito.

Più che possibile, l’espropriazione fin dal primo momento insurrezionale, dicevamo sopra, è forse inevitabile. L’espropriazione, cioè la presa di possesso delle fabbriche, degli stabilimenti, degli strumenti di lavoro in genere e di tutti i prodotti accumulati, è anzi una delle forme con cui la rivoluzione si inizierà; in certo modo potrebbe anche precedere in parte, l’insurrezione.

Che davvero sia così difficile per gli operai proseguire a lavorare per proprio conto, dopo aver cacciati i padroni? Ma se ci son già gli operai nelle fabbriche, gli inquilini nelle case, i contadini nei terreni, ecc.! ed anche dove occorra procedere direttamente all’occupazione, una volta vinta la resistenza armata governativa, il farlo non può richiedere che uno sforzo minimo. Perché mai affidare tale compito espropriatore ad un governo dittatoriale centrale, che complichi le cose e le mandi tanto per le lunghe?

 L’insurrezione per un breve periodo può spezzare le leggi del determinismo economico, e cioè vincere le resistenze armate d’una classe economicamente più forte; ma per rimanere vittoriosa bisogna che cambi con la sua stessa violenza, nel breve ciclo della sua azione, le condizioni economiche in modo, che queste determinino a loro volta un maggiore sviluppo della rivoluzione e la definitiva sconfitta degli elementi borghesi, che volessero rialzare la testa.

Per questo è necessario togliere, fino dal primo momento, ai borghesi la proprietà, in modo che essi non siano più in alcuna maniera dei privilegiati. Ma se non si fa così, e si affida il compito dell’espropriazione al governo dittatoriale socialista, perché questo duri in tale lavoro almeno una generazione, – se cioè si dà tempo alla borghesia di rifiatare, nei suoi palazzi, nelle sue terre e nelle sue fabbriche, – non passerà molto che tornerà ad avere il suo governo, non importa se di nome proletario o socialista. Tutt’al più vi sarà questo, di cambiato: che certi borghesi saranno scomparsi nella tempesta o divenuti proletari, che la borghesia si rinsanguerà, incorporandosi certe élites di operai privilegiati, di uomini di partito, dirigenti ecc. ma la rivoluzione non avrà raggiunto il suo scopo: il comunismo.

Domandavamo più sopra quali reali difficoltà (vinta l’opposizione governativa) potranno impedire che l’attività espropriatrice si svolga subito, come compito parallelo all’insurrezione o che venga immediatamente – dopo l’altro dell’abbattimento del potere statale. Che cosa può impedire ai lavoratori di fare a modo loro e prender ciò che vogliono, dal momento che non c’è più il governo che difende i proprietari e i capitalisti. Questi probabilmente scompariranno – almeno finché un nuovo governo non dia loro una certa sicurezza di poter tranquillamente ricomparire!

Certo, non basta togliere la ricchezza ai padroni, non basta toglier loro i mezzi di produzione; bisogna anche continuare a produrre. Bisogna quindi organizzare la produzione in modo socialista. Anche questo occorre cominciarlo subito, perché senza mangiare non si vive neppure in periodo rivoluzionario. Ma con ciò entriamo in un altro campo, che non è più quello della espropriazione, dello spossessamento di fatto della classe borghese, ma l’altro riguardante il modo di disporre della ricchezza sociale già tolta ai capitalisti.

Si può obiettarci che la realizzazione dell’espropriazione, o almeno il fatto che non vi siano più padroni, dipenderà anche dalla possibilità di vivere senza di questi, di sostituirsi utilmente a questi nella organizzazione della produzione. Non abbiamo difficoltà a riconoscere che per giungere alla socializzazione completa ci vorrà un periodo più lungo di quello semplicemente insurrezionale ed espropriatore. Ma questo non significa che fin dal primo momento, sia pure in un regime non ancora perfettamente organizzato in senso comunista, sia pure tra parecchie difficoltà, non si possa vivere, non ci si possa accomodare in modo che nessuno abbia bisogno per campare di farsi sfruttare e opprimere da altri.

Che in sostanza l’importante per il socialismo è qui: che ciascuno possa soddisfare i suoi bisogni senza lasciarsi sfruttare e opprimere da altri. È questo che vogliono i lavoratori; ed il mezzo per raggiungere tale possibilità e mantenerla, cioè il tipo d’organizzazione sociale da adottare, viene in seconda linea, e solo in quanto è necessario a raggiungere lo scopo suddetto. Noi siamo comunisti, infatti, perché siamo convinti che un tale risultato si possa avere durevolmente e definitivamente solo con la socializzazione della proprietà in senso comunista. Ma ciò che importa è che il risultato si abbia; e la prima condizione per raggiungerlo, il primo passo è di togliere ai ricchi il mezzo di sfruttare i poveri: spogliarli cioè delle loro private ricchezze.

Ecco perché la espropriazione è la condizione prima dello sviluppo oltre che del trionfo della rivoluzione. Le mezze misure, il lasciar sussistere delle forme di sfruttamento, il lasciare cioè ai padroni la forza economica, che per essi è il mezzo di nuocere, equivale il lasciare i denti alla vipera. Si dovrà lottare con essi ancora, e non si sarà mai sicuri di vincerli completamente. Se l’insurrezione sarà invece espropriatrice, la vipera diventerà innocua; i padroni avranno più denti per mordere e la libertà non darà loro alcun arma nelle mani.

A espropriazione avvenuta, la libertà (da non confondersi con la libera concorrenza, con la libertà economica di produzione e di sfruttamento del regime capitalistico) non contraddirà affatto con le necessità della produzione per tutti e con l’eguaglianza sociale. La contraddizione, oggi esistente a causa della divisione di classi e del monopolio borghese, sarà tolta e resa impossibile con la espropriazione.

Certo, una volta abbattuto lo Stato borghese ed espropriati i capitalisti, l’opera di socializzazione definitiva non avverrà istantaneamente, ma bensì attraverso un periodo di assestamento sperimentale. L’organizzazione socialista della produzione e del consumo, come degli altri rapporti sociali, potrà avere il suo inizio, anzi è bene che l’abbia, fin dal primo momento della rivoluzione; ma non potrà essere abbastanza completa né definitiva, finché il popolo non potrà dedicarvisi senz’alcuna altra preoccupazione, finché nella calma e nella pace non si potranno saggiarne le forme più adatte, perfezionarla ed ultimarla.

Mentre durerà il lavoro di riorganizzazione, fin da quando lo stato borghese sarà stato abbattuto e il capitalismo espropriato, l’importante sarà sopratutto evitare che lo sfruttamento e l’oppressione di chi lavora siano resi di nuovo possibili; perché è ciò che potrebbe far rinascere il capitalismo dalle sue ceneri. Ad evitare ciò il rimedio preventivo più radicale è l’espropriazione immediata traverso la insurrezione. Quando i lavoratori avranno posta la mano sulla proprietà, e d’altra parte non vi sarà più la violenza statale a tenerli soggetti né a difendere contro di loro qualche ricco che tentasse di resistere o qualche povero che volesse arricchire, dei ricchi non potranno esservene e non si avranno salariati.

A meno… a meno che il pericolo non venga dall’eventuale dittatura socialista che, vinte le resistenze del vecchio regime, non diventi a sua volta oppressore della nuova società, trasformando i lavoratori da schiavi del capitale privato in schiavi dello Stato. Ritorniamo così alla nostra preoccupazione costante, una delle preoccupazioni che ci fanno essere anarchici.

Altro è l’espropriazione, altro l’organizzazione comunista della società. La prima è l’atto materiale con cui si distrugge il diritto proprietario, che bisogna far subito, l’altra è un atto di ricostruzione, cui pure bisogna subito por mano, ma che sarà necessariamente più lungo della distruzione.

Bisogna fin dal primo momento, non solo continuare a produrre per vivere, ma cominciare ad organizzare con metodo la produzione, proseguirla, e nel tempo stesso organizzare la distribuzione ed il consumo. Ma a ciò il più inabile e incompetente di tutti è proprio un governo, composto di poche persone, che dirigano tutto a loro posta dal centro. Ciò, tanto se queste persone sono andate al potere per un colpo di mano, come se vi furono inviate per mezzo delle elezioni proletarie.

Maggiore e migliore virtù organizzatrice (senza i difetti e pericoli della burocrazia statale) ha l’azione diretta proletaria e popolare, procedente di sua iniziativa, a mezzo di organismi liberi suoi propri, sorti e formatisi nel suo seno. Tali organismi, attraverso i quali si proseguiranno le funzioni della produzione e della distribuzione, – e che nel contempo garantiranno un minimo di ordine e di coordinazione indispensabile – saranno, oltre i nuclei, che scaturiranno spontaneamente dalla rivoluzione, gli aggruppamenti già esistenti, proletari, socialisti, sindacalisti, anarchici, i sindacati e le unioni di mestiere organizzati per località o per industria, a seconda dei casi, le cooperative di classe, le leghe contadine, i consigli di fabbrica, e infine quei comitati o sovieti comunali, regionali e interregionali, di cui ci viene l’esempio dalla Russia ed ai quali si sta pensando in Italia, i quali potranno essere in seguito gli organi della economia socialista.

A tutti questi vari tipi di associazione possono aggiungersene altri. Organizzazioni operaie e professionali, che oggi ci appaiono o estranee o troppo tiepide e moderatrici, saranno certamente utilizzate dalla rivoluzione, – società di soccorso, corporazioni d’impiegati, ferrovieri, postelegrafonici, personale tecnico, ingegneri, chimici, ecc. – e così pure certe istituzioni d’origine e di natura borghese, (dopo averne, si capisce, cacciati i padroni ed ogni direzione non esclusivamente tecnica) ma assimilabili e facilmente trasformabili in organismi di vita rivoluzionaria, come gli enti autonomi e cooperative di consumo, certi grandi magazzini di rifornimento e uffici di distribuzione pubblici e privati, alcuni dei più importanti servizi di generale utilità, che oggi vengono gestiti a solo scopo di speculazione o come strumento di governo, ecc. Il personale impiegato, anche se non strettamente proletario, ma costituente una categoria di poco dissimile, non avrebbe bisogno del governo e del ministro o del padrone e appaltatore, per proseguire nel suo lavoro. Alcuni lavori o servizi potranno anche aver bisogno d’una organizzazione a tipo centralizzato, e molti altri no. Ma questa specie di centralizzazione, di funzioni e non di poteri, speciale a un particolare servizio, è tutt’altra cosa che la centralizzazione di funzioni e poteri insieme, di tutti i servizi come di tutte le autorità, nelle- mani d’un governo dittatoriale unico. Anche per cotali servizi e lavori il governo sarebbe, per lo meno, superfluo.

Ma perché la rivoluzione possa prendere un indirizzo così libertario, decentrato, antistatale, bisogna che anche l’antecedente preparazione morale e materiale, e quindi la nostra propaganda, sia informata a tali principi. Bisogna preparare i gruppi ed organismi già esistenti a disimpegnare il compito di cui sono capaci, e renderli capaci se non lo sono ancora; e nel contempo formare quei nuovi organismi, più o meno embrionali, di distribuzione, di riedificazione e di elaborazione, che possono prevedersi necessari, in modo da non trovarsi all’indomani dell’abbattimento del potere senza nulla di pronto, senza un preciso programma pratico da attuare, e quindi costretti a subire che un nuovo potere si sostituisca all’antico, in sostituzione anche della nostra assente capacità coordinatrice e produttiva.

La formazione dei consigli di operai e contadini potrebbe essere utile, fin da ora. Il loro modo di organizzazione è anche più libertario delle vecchie organizzazioni proletarie esistenti, poiché è prevalentemente per fabbrica, invece che per mestiere o per paese. Essi possono avere una maggiore omogeneità e capacità rivoluzionaria. Ma non è compito nostro scendere a particolari, su questo argomento. Ci basta aver accennato a qualche lato della questione, per mostrare che un indirizzo anarchico della rivoluzione non solo è più corrispondente alle nostre idee, ma è migliore di quello autoritario, più efficace ed anche più possibile.

(tratto da: “Dittatura e rivoluzione”, Ancona, Libreria editrice internazionale G. Bitelli, 1921).

La prima parte è stata pubblicata sul n.6, la seconda sul n.7.

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