Il ritorno della leva in Italia si inserisce in un quadro che vede l’incremento del numero dei militari come elemento cardine della politica di riarmo. In un contesto europeo di reintroduzione della leva (vedi U.N. n. 16/2026), anche l’Italia sta portando avanti un massiccio piano di rafforzamento dei contingenti militari nazionali che ha caratteristiche complesse, articolate e diffuse.
Dopo aver trascorso la primavera strizzando l’occhio al modello di reintroduzione della leva tedesco e a quello scandinavo, il ministro della difesa Crosetto ha virato verso una formula di leva camuffata che punta ad istituire un nutrito esercito di riservisti. Cerchiamo di procedere con ordine.
Nel corso dell’estate sono stati sfornati da Crosetto ben due disegni di legge.
L’8 giugno il ministro ha pubblicato uno schema di disegno di legge intitolato “Disposizioni per la costituzione di Forze di riserva in materia di personale militare nonché Delega al Governo per la revisione dello strumento militare”.
Il 4 agosto Crosetto ha depositato un ulteriore schema di disegno di legge intitolato “Disposizioni per il rafforzamento e l’adeguamento della capacità di difesa nazionale”.
Il primo DdL è quello più interessante per la questione reintroduzione della leva o provvedimenti analoghi. Si prevede sostanzialmente un poderoso incremento di reclute: 40.000 unità militari in più rispetto alle attuali, a cui va aggiunto un aumento di 2.600 carabinieri. L’incremento è da realizzare entro il 2033 ed è così scaglionato: 5.071 unità per l’anno 2028; 5.321 unità per l’anno 2029; 7.001 unità per l’anno 2030; 7.444 unità per l’anno 2031; 7.500 unità per l’anno 2032; 7.663 unità per l’anno 2033. L’andamento programmato dovrà ogni anno essere verificato in sede di legge di bilancio sulla base delle risorse disponibili.
Per realizzare l’obiettivo, oltre al rafforzamento della già attiva campagna di reclutamento (ricordiamo che dal gennaio 2026 è entrata in vigore la nuova tipologia di ferma volontaria, con retribuzione più alta e maggiori agevolazioni per i congedati che volessero accedere a impieghi nella pubblica amministrazione), viene introdotta una triplice forma di “riserva militare”.
Il disegno di legge prevede infatti la riserva operativa, la riserva specialistica e la riserva territoriale, contingenti richiamabili in qualsiasi momento. Per il periodo di addestramento periodico delle riserve (minimo 30 giorni annui) sono previste retribuzioni di 130 euro nette al giorno e un premio annuale di 1.300 euro per chi svolge tutti gli addestramenti previsti. L’addestramento è funzionale al richiamo alle armi, che potrà avvenire per qualsiasi necessità per cui il Governo ritenga di dover procedere. Inoltre, per tutta la durata del periodo effettivo di richiamo, “il datore di lavoro ha diritto a uno sgravio pari al 100% dei contributi previdenziali e assistenziali dovuti per il lavoratore assunto a tempo determinato in sostituzione del richiamato”.
La riserva operativa impiegherà, fino ai 45 anni di età, militari congedati da non più di 5 anni.
La riserva specialistica impiegherà, fino ai 55 anni di età, militari congedati che abbiano prestato servizio come ufficiali con particolari competenze professionali in campo medico, informatico, ingegneristico etc. Fin qui si tratta di militari congedati che, da “civili”, vengono richiamati alle armi e periodicamente addestrati.
La terza forma di riserva ha caratteristiche un po’ diverse. La riserva territoriale infatti impiegherà non ex congedati ma persone fino ai 35 anni che abbiano come unico requisito il diploma di scuola media inferiore (oggi insufficiente allo svolgimento di un qualsiasi lavoro nel settore pubblico, e non solo) e la partecipazione ad un periodo di ferma militare di 12 mesi.
Attenzione: considerando che la ferma volontaria annuale non c’è più, visto che è stata sostituita dalla ferma volontaria triennale (riforma in vigore dal 1° gennaio 2026), questa riserva territoriale ha un requisito – la ferma di 12 mesi – che somiglia in modo impressionante ad una leva militare. Quindi un servizio di leva introdotto come base per una riserva territoriale. Che sia il ministero a definire con propria decretazione le modalità di reclutamento, non sottoposte nemmeno all’iter istituzionale parlamentare, è assai poco rassicurante riguardo al carattere volontario del reclutamento, soprattutto se si pensa che in contesto europeo la formula di reintroduzione della leva prevede sì volontarietà, ma in caso di insufficienti numeri di volontari si procede con sorteggio fra tutta la popolazione della fascia di età definita. Insomma, una “volontarietà obbligatoria”.
Scopo della riserva territoriale è “generare un bacino di personale radicato sul territorio nazionale, rapidamente impiegabile a supporto delle esigenze funzionali delle Forze armate, incluso quello a supporto delle Forze di polizia, alla gestione delle emergenze e delle calamità, al soccorso e all’assistenza”. Le forme di impiego di queste risorse e il riferimento costante alla territorialità di appartenenza su base regionale rendono questo tipo di riserva sinistramente simile alla Guardia Nazionale, di cui vediamo l’impiego brutalmente repressivo negli Stati Uniti, anche in tempi recenti.
Ricapitolando: per formare la riserva operativa e specialistica avremo ex militari periodicamente riaddestrati e richiamati alle armi; per formare la riserva territoriale avremo “volontari” sottoposti ad una specifica ferma di 12 mesi e poi periodicamente addestrati. Cioè la leva. Visto che c’è l’obiettivo numerico dei 40.000, addirittura con uno scaglionamento annuo numericamente definito, se non si raggiungono gli obiettivi previsti la volontarietà salta e diventa un obbligo. Cioè la leva obbligatoria.
Che si chiami riserva non cambia la realtà della cosa.
L’incremento di 40.000 unità porterà in Italia ad avere, entro il 2033, un rapporto di 1 militare ogni 295 abitanti. Se pensiamo che in Germania l’incremento del personale militare porterà, entro lo stesso termine temporale, al rapporto di 1 militare ogni 320 abitanti, si deduce facilmente che l’Italia punta a raggiungere un numero di militari più elevato della Germania stessa (dati elaborati dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università).
Il sistema della riserva non è qualcosa di inatteso. Crosetto nelle sue dichiarazioni riguardo ad una reintroduzione della leva, ha sempre fatto riferimento alla riserva militare, elemento evidenziato, del resto anche negli interventi ufficiali del generale Portolano, capo di stato maggiore della Difesa. E già nel 2022 il governo Draghi, con la legge n.119, assegnava al Governo le deleghe per istituire tramite decreto una riserva militare di 10.000 unità entro il 2035. Le deleghe nel frattempo sono scadute, ma ci troviamo ora con uno schema di DdL che, sempre puntando all’istituzione di un corpo di riservisti, quadruplica l’obiettivo e ne anticipa i tempi di realizzazione: 40.000 unità entro il 2033. Il DdL di giugno per ora è in giacenza, non ha ancora avviato il proprio iter in attesa di verificare le coperture finanziarie necessarie ad avviare questa poderosa manovra di incremento del contingente militare, ma il quadro è chiaro.
Lo schema del secondo disegno di legge, quello del 4 agosto, è invece già stato approvato in Consiglio dei Ministri ed ha iniziato l’iter istituzionale in Senato. Nel quadro di un generale rafforzamento del sistema Difesa è prevista la creazione di un Vertice interforze con capacità decisionali più rapide e coordinate. Per “esigenze di sicurezza e di difesa energetica nazionale” (sic!) il Ministero della Difesa viene esonerato dalla Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) sui territori interessati.
Viene istituito il “Fondo per gli investimenti nella ricerca scientifica e tecnologica militare”, con un finanziamento pubblico che solo per il 2027 prevede una base di 10 milioni di euro per la costituzione del fondo, da alimentare ovviamente negli anni successivi. Vengono estese le tutele giuridiche per i militari impegnati all’estero; viene definito l’ambito giuridico di sistemi come i droni. Inoltre, sul piano economico e produttivo, il Ministero della Difesa potrà acquisire partecipazioni in società e imprese del settore della produzione bellica, stipulare contratti con privati anche senza procedere tramite bando, ma anche rafforzare i sistemi di relazione e scambio con altri stati per produzione e permuta di armamenti e per la realizzazione di infrastrutture militari.
C’è poi un’ampia sezione dedicata allo “Spazio cibernetico di interesse nazionale per la difesa dello Stato” (art.7). Lo spazio cibernetico è definito come “l’insieme delle infrastrutture informatiche, comprensivo di hardware, software, capacità, dati, connessioni fisiche e elettromagnetiche, dei sistemi cyber-fisici OT comprensivi di sistemi attuatori di processo, sensori, sistemi di controllo industriale (ICS), apparecchiature mobili dotate di connessione di rete, nonché dei punti di interconnessione, delle rappresentazioni digitali, delle relazioni fisiche, logiche e cognitive stabilite tra essi, entro il quale il Ministero della difesa opera per adempiere ai propri compiti istituzionali”.
L’ambito è quello del rafforzamento del sistema militare soprattutto di fronte alle cosiddette “minacce ibride”, quelle che agli strumenti e ai metodi di guerra convenzionali affiancano anche quelli meno convenzionali. Con un lessico dal suono sinistro, elaborato col gusto perverso del complotto apocalittico, si fa riferimento a questioni come, ad esempio, il controllo delle piattaforme per esigenze di difesa nazionale, la manipolazione dei processi decisionali, l’utilizzo della comunicazione e della propaganda al fine di alterare la percezione del pericolo esterno e di creare consenso attorno alle scelte belliche: elementi appunto utilizzati come armi nell’ambito prevalente della comunicazione e indirizzati su territori che sono le menti e i comportamenti. Si tratta di modalità di controllo ben note da tempo e ampiamente utilizzate, sia in guerra che in “pace”. Ovviamente i mezzi mutano col mutare delle tecnologie, che sono sempre più sofisticate e che, soprattutto sfruttando le capacità generative della IA, estendono le possibilità di azione e di falsificazione. Lo “spazio cibernetico” diventa così una sorta di territorio di interesse nazionale, su cui estendere il dominio militare.
E anche in questo ambito “cyber” scatta fuori l’elemento che ci riconduce alla leva, alle campagne di arruolamento e all’incremento, su base volontaria o obbligatoria, del numero dei militari.
Il disegno di legge infatti prevede l’istituzione di una nuova figura di soldato, il “cyber militare”, che al periodo di ferma iniziale (leva?) e dopo aver conseguito specifico brevetto, deve impegnarsi in una ferma quinquennale, rinnovabile per ulteriori 8 anni. Una carriera specifica su cui sicuramente si indirizzeranno le campagne di arruolamento, probabilmente destinate ad attirare un interesse largo e diffuso.
Solo per assicurare copertura finanziaria a quanto disposto dall’articolo 7 relativamente al dominio dello spazio cibernetico e all’istituzione della figura dello “specialista cyber militare” è stata prevista una spesa di quasi 50 miliardi nei prossimi 10 anni (1.186.096 subito a partire dal 2027).
A fronte di questo quadro generale, è evidente che l’opposizione alla sempre più dilagante militarizzazione deve crescere ed estendersi ancora.
Il Ministero della Difesa punta ad un poderoso potenziamento di risorse: mezzi, strumenti, ma anche e soprattutto persone: da arruolare per aumentare gli organici effettivi e da coinvolgere a vario livello nella macchina militare secondo la nozione di “difesa totale permanente”.
La reintroduzione della leva, anche attraverso l’istituzione dei contingenti di riserva militare, comporterà un aumento della già insopportabile propaganda militare nelle scuole, che andrà contrastata, con un intervento ancora più fermo e serrato di quanto finora sia stato fatto, per impedire che le campagne di arruolamento abbiano successo.
La questione della leva si rivela sempre più un elemento cruciale per opporsi alle logiche di guerra, di colonialismo e di sfruttamento. Non può esserci spazio per approcci concertativi.
Per dirla più chiaramente: una obiezione di coscienza apertamente richiesta come complementare al servizio militare (come nel caso della legge di iniziativa popolare presentata nell’ambito della campagna “Un’altra difesa è possibile”, vedi UN.n.16/2026), funzionale ad assolvere al compito di “difesa della patria” con modalità che non prevedano l’uso di armi, è solo un modo per consolidare la macchina bellica inserendosi a pieno titolo in quel sistema di “difesa totale” che prevede il coinvolgimento, con ruoli diversificati, di ciascuna componente della società. Analogamente, l’istituzione presso i Comuni, di liste ufficiali di persone in fascia anagrafica di leva o richiamabile che si dichiarano indisponibili al servizio militare e manifestano obiezione al servizio militare è inutile se non dannosa, esponendo pubblicamente nominativi individuali e favorendo la deduzione che chi non esplicita pubblicamente opposizione sia da annoverare fra i disponibili.
Contrastiamo i piani di reintroduzione della leva in modo chiaro, radicale e di massa.
Facciamo crescere l’opposizione al militarismo, alla guerra, alla retorica patriottica, alla guerra!
Non mettiamo i nostri corpi e quelli delle giovani generazioni a disposizione dei massacratori dell’umanità, di chi distrugge le risorse dell’ambiente, di chi propaga morte e distruzione.
No alla reintroduzione della leva in qualunque forma essa si presenti.
Patrizia Nesti