La reintroduzione e/o l’estensione della leva militare sta caratterizzando lo scenario europeo attuale, in evidente collegamento con la poderosa escalation bellica a cui stiamo assistendo. Il mondo è sempre più incendiato dalle guerre, ed oltre agli armamenti servono corpi. Corpi giovani, efficienti e sacrificabili: insomma, serve carne da macello. E una volta tramontata l’ipotesi di un esercito europeo, ogni stato si sta attrezzando in proprio, anche se ci sono elementi che rimandano ad una chiara strategia di riarmo comune.
In una decina di paesi europei esiste già un obbligo militare effettivo che è stato mantenuto nel tempo, come nel caso di Cipro, Grecia ed Austria, oppure che è stato reintrodotto o potenziato all’indomani dell’inizio della guerra fra Russia e Ucraina, come in Lituania, Lettonia, Estonia, Finlandia, Svezia e Danimarca. Recentemente anche Germania e Francia stanno procedendo alla reintroduzione della leva.
Tranne pochi casi di obbligo esplicito e generalizzato, a prevalere è per lo più una formula di reclutamento ibrido basato sulla “volontarietà obbligatoria”, un ambiguo e misero escamotage per contenere il dissenso verso una misura altamente impopolare. La realtà delle normative tuttavia è chiarissima: volontari sì, ma se i numeri sono insufficienti rispetto agli obiettivi, allora si procede con un sorteggio generalizzato. Qualcosa di molto simile alla Draft Lottery con cui, quasi sessant’anni fa, negli Stati Uniti, venne fatto il sorteggio per la leva obbligatoria che spedì in Vietnam tanti giovani che non avevano nessuna voglia di andarci.
In Germania dal 1° gennaio 2026 è stata avviata la somministrazione di un questionario a risposta obbligatoria per individuare le disponibilità a svolgere il servizio militare. Da luglio 2027 scatterà poi l’obbligo generalizzato di sottoporsi a visita medica per accertare l’idoneità psicofisica. Si tratta di test obbligatori per tutti i maschi fra 18 e 19 anni, facoltativi per le femmine; alle persone in transizione viene concesso un tempo definito per assumere un posizionamento binario inequivocabile, maschile o femminile, al fine di essere classificate fra coloro che sono in obbligo di rispondere al questionario o meno. Se il numero dei disponibili e idonei non sarà sufficiente si procederà col sorteggio anche tra i non disponibili.
I paesi scandinavi, che pure hanno irrigidito moltissimo il servizio di leva aumentando il periodo ed estendendo l’obbligo alle donne, hanno adottato invece un criterio selettivo: tutti e tutte sono obbligati al questionario e alla visita, ma ad essere reclutata è solo una percentuale minima, ritenuta numericamente sufficiente alle esigenze e qualitativamente più significativa, ma soprattutto considerata base fondamentale per costituire poi un nucleo stabile ed efficiente di riservisti. La riserva, che tutti i paesi europei tendono a costituire o rafforzare, elemento comune di questa ondata di militarizzazione crescente, ha come base la leva, poiché si tratta di personale che ha svolto il servizio militare, quindi con una formazione militare di base, periodicamente sottoposto ad addestramento e richiamabile in caso di necessità.
Nei paesi Baltici e in Polonia il reclutamento è quantitativamente massiccio, visto l’obiettivo numerico di 500.000 soldati di leva, maschi e femmine, da raggiungere entro il 2035. Per incrementare la motivazione, alcuni di questi paesi hanno introdotto l’educazione militare tra le materie curricolari delle scuole superiori e addirittura alcune specifiche classi militari nelle scuole pubbliche.
In questo panorama, l’Italia costituisce un caso a parte. Nonostante i roboanti annunci di Crosetto, la questione della leva non è ancora ben definita, cosa apparentemente un po’ strana per un paese governato dalla destra fascista. In Italia il servizio militare di leva, mai abolito, è sospeso dal 2005. Recentemente è stata attuata la riforma della Ferma Volontaria Iniziale e negli ultimi anni è cresciuto a dismisura l’intervento dei militari nelle scuole ad evidente scopo di reclutamento e pubblicizzazione del percorso nelle carriere militari: grandi campagne di arruolamento volontario, ma la leva non è stata reintrodotta. Una reintroduzione obbligatoria generalizzata d’altra parte non sarebbe economicamente sostenibile: significherebbe riaprire caserme dismesse, attrezzarsi per fornitura di divise, cambio biancheria, mense, servizi vari, nonché erogare una paga a tutta la popolazione giovanile obbligata al servizio militare, perché al soldato si deve dare, per l’ appunto, il soldo.
Tuttavia, nonostante l’apparente empasse del governo, già da qualche tempo anche in Italia fervono i lavori per andare verso la reintroduzione di una forma di leva ed allinearsi al contesto europeo.
Nell’agosto 2022 il governo Draghi, a pochi mesi dall’inizio della guerra russo-ucraina, approvava la legge 119, rinviando di dieci anni la riduzione programmata degli effettivi militari (attivi, di riserva e paramilitari), che avrebbe dovuto invece calare progressivamente a partire dal 2023; contemporaneamente la medesima legge assegnava al governo le deleghe per istituire con decreto legge una riserva militare di 10.000 unità da utilizzare in caso di guerra o grave crisi internazionale. A novembre del 2023 la delega veniva rinviata di due anni, ma alla scadenza, nel novembre 2025, il governo non emana alcun decreto sulla materia. Siamo all’indomani delle imponenti manifestazioni dell’autunno, che sull’onda della solidarietà al popolo palestinese e alla Flotilla hanno attraversato il paese con una forte contestazione delle politiche di guerra e riarmo. In questo contesto il governo evidentemente ritiene più prudente evitare una decretazione d’autorità su una questione tanto impopolare e preferisce andare avanti secondo iter istituzionali. Sono state depositate infatti, nel corso degli ultimi anni, varie proposte di legge per la reintroduzione della leva militare, da parte di Zoffili (Lega), Cirielli (FdI), Minardo (Forza Italia). Proprio quest’ultima, presentata nel febbraio 2024 è finalizzata alla istituzione di 10.000 unità di personale militare da destinare a riserva ausiliaria dello stato, da reclutare tra i congedati che hanno svolto la ferma volontaria o triennale, quindi militari già formati con età massima di 40 anni. E alla fine del 2025 Crosetto, nell’annunciare la volontà di reintrodurre la leva, sottolinea comunque la centralità dell’obiettivo dei 10.000 riservisti, strizzando l’occhio alla proposta Mainardo, ma dichiarando anche di guardare con interesse al modello tedesco di reintroduzione della leva.
Intanto arriva fine marzo, termine fissato da Crosetto per uscire con una proposta di sintesi che tenga conto degli obiettivi fissati dalla legge 119 del 2022, delle proposte di legge giacenti e delle indicazioni provenienti dai settori delle Forze armate – non ultimo il SAM, sindacato autonomo militari – ma niente succede. L’atteggiamento “prudente” stavolta è forse dovuto alla batosta referendaria e alla necessità, per il governo, di evitare un’ulteriore perdita di consenso? Chissà, ma certo è che l’esitazione governativa avrebbe necessitato di una decisa e marcata opposizione a qualsiasi tentativo, sia pur ancora non esplicitato, di reintroduzione della leva. Sulla questione si muove l’antimilitarismo più radicale, si muove l’osservatorio contro la militarizzazione delle scuole, si muovono alcuni settori e collettivi studenteschi, che non perdono occasione per denunciare il pericolo di reintroduzione del sistema della leva militare. Alcuni sondaggi istituzionali effettuati tra i giovani a puro scopo esplorativo, come quello realizzato dal Garante per l’infanzia e l’adolescenza, registrano una solenne bocciatura della disponibilità a svolgere il servizio militare. Gli imponenti scioperi degli studenti tedeschi contro la reintroduzione della leva cominciano ad influenzare il contesto italiano.
Peccato che in questa situazione relativamente favorevole, che vede il governo in difficoltà e la protesta in crescita, si vada a situare l’intervento decisamente discutibile di alcune associazioni pacifiste.
Il 16 marzo scorso tre reti promotrici della campagna “Un’altra difesa è possibile” (CNESC – Conferenza Nazionale Enti di Servizio Civile, Rete Italiana Pace e Disarmo e Sbilanciamoci!) depositano presso la Corte di Cassazione il testo di una proposta di legge di iniziativa popolare denominata “Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta”. L’intenzione è quella di attrezzarsi con un ripristino dell’obiezione di coscienza al servizio militare proprio in vista della possibile reintroduzione della leva. In un momento in cui i massimi sforzi andrebbero destinati ad opporsi il più possibile alla reintroduzione della leva da parte del governo, prendere iniziative formali per controbilanciare gli effetti di quello che ancora non c’è significa darne per scontata l’approvazione e ragionare in modo subalterno e complementare ad un processo che è invece tutto da contrastare.
L’obiezione di coscienza al servizio militare fu istituita nel 1972, ed è poi di fatto decaduta nel 2005 con la sospensione dell’obbligo di leva. L’attuale servizio civile universale è cosa del tutto diversa, tanto che si trova ad essere amministrato dal Dipartimento delle Politiche Giovanili. La legge di iniziativa popolare presentata dalle reti punta a collocare l’obiezione di coscienza al servizio di leva nel contesto attuale. C’è il richiamo all’art.52 della Costituzione – “la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino” – e alla giurisprudenza, che riconosce come tale “sacro dovere” possa essere assolto anche attraverso strumenti che non prevedano l’uso delle armi, ma che sono pur sempre complementari alla difesa armata vera e propria. Tale servizio non armato sarebbe inquadrato all’interno di un apposito Dipartimento della Difesa Civile di cui si chiede l’istituzione, il relativo finanziamento etc.
Il momento attuale, la fortissima militarizzazione della società e il contesto mondiale di crescente riarmo e proliferazione di scenari di guerra richiedono ben altro. La generalizzata spinta alla reintroduzione della leva militare richiede qualcosa di molto diverso, una lettura lucida dei processi in atto e un intervento nel contesto sociale che sia chiaramente e inequivocabilmente antimilitarista.
I diversi modelli di leva adottati dai vari paesi europei hanno dei tratti comuni, che vanno individuati e contrastati, perché sottolineano la centralità della questione della leva e il modo compatto, sia pure nelle diversità, con cui i governi europei stanno procedendo secondo linee precise.
Ad esempio, il questionario con cui vari governi europei accertano la disponibilità dei giovani al servizio di leva militare è ovunque uno strumento obbligatorio. La non compilazione è equiparata a renitenza. Analoga obbligatorietà riveste la visita medica per l’accertamento dell’idoneità psicofisica. Al di là di ogni balla sul presunto carattere volontario di una leva che se non riceve adesioni sufficienti procede con sorteggi a tappeto, lo strumento del questionario e della visita medica rappresenta uno screening di massa formidabile su tutta la popolazione giovanile arruolabile.
La reintroduzione della leva procede ovunque in abbinamento con la militarizzazione della scuola e con la diffusione della propaganda militare nei contesti educativi.
Ma ci sono anche altri elementi comuni alle politiche militariste dei vari paesi europei. Il 2035 è stato assunto come prima scadenza per verificare il potenziamento delle risorse umane militari conseguito dai singoli stati, funzionale alla definizione di uno standard europeo. Gli obiettivi numerici che i vari governi europei si danno con la nuova leva comprendono non solo il numero delle reclute militari, ma anche quello dei riservisti e degli obiettori. Il modello tedesco che tanto piace a Crosetto prevede, ad esempio, che entro il 2035 ci sia una dotazione di 260.000 soldati di leva (volontari e non), 200.000 riservisti (volontari e non) tra coloro che hanno svolto servizio di leva, e 100.000 obiettori di coscienza. Un esempio chiaro di quello che viene definito modello di difesa totale permanente. Qualcosa che conosciamo come triste realtà operante in vari paesi del mondo. Tutta la popolazione deve essere condizionata dalla cultura della guerra. In particolare, i giovani che sono sottoposti alla leva, i riservisti, gli obiettori di coscienza sono tutti a servizio della patria e della nazione, con coinvolgimento a vario livello nella difesa militare, armata o non. La difesa civile deve integrarsi con l’apparato militare, secondo la nota logica del dual use.
D’altra parte i moderni sistemi di guerra permettono di svolgere attività offensive impattanti anche senza imbracciare necessariamente un moschetto, magari smanettando alla tastiera di un computer, occupandosi di logistica o altro. Perché, come recitava Il Decalogo del balilla : La Patria si serve anche facendo la guardia a un bidone di benzina.
A fronte di una militarizzazione sempre più pesante e pervasiva, la risposta deve essere ancora una volta caratterizzata dalla ferma opposizione al militarismo, al nazionalismo, alla retorica della patria e della difesa. Per una società senza militari, ma anche senza militarismi mascherati in varie fogge. Costruiamo una campagna contro la leva militare. Incrociamo le nostre lotte con quelle delle giovani generazioni che non vogliono essere carne da macello.
Patrizia Nesti