Il governo è prigioniero della sua stessa propaganda e trova soluzioni che aggravano il problema anziché risolverlo.
Il nuovo decreto varato dal governo Meloni contiene alcuni provvedimenti riguardanti l’occupazione, la trasparenza retributiva e il contrasto al lavoro sommerso nelle piattaforme digitali.
Nella premessa del decreto, il governo sostiene di voler “favorire le pari opportunità nel mercato del lavoro” e “incrementare l’occupazione giovanile stabile”. A questo proposito sono introdotti tre nuove riduzioni degli oneri contributivi collegati ad assunzioni a tempo indeterminato, oltre a misure per il cosiddetto salario giusto e volte al contrasto del caporalato nei confronti dei lavoratori dipendenti dalle piattaforme digitali.
Gli articoli 1, 2 e 3 del decreto prevedono ciascuno un particolare sgravio contributivo a favore dei datori di lavoro che, nel periodo dal 1° gennaio al 31 dicembre 2026, assumono donne, giovani al di sotto dei 35 anni di età e disoccupati con oltre 35 anni di età nella Zona Economica Speciale (ZES) unica del Mezzogiorno. Il tutto a condizione che si tratti di posti di lavoro a tempo indeterminato e che i soggetti per cui si riceve lo sgravio siano disoccupati da oltre 24 mesi (12 per le categorie svantaggiate). L’esonero è previsto fino al 100% dei contributi, con tetti che variano da 500 a 800 euro mensili.
Alla fine della fiera, queste misure porteranno ad una diminuzione dell’occupazione e dei salari. Gli sgravi contributivi intervengono infatti direttamente sul salario, e precisamente su quella parte di salario che viene chiamato salario differito, un risparmio forzoso con cui i lavoratori accantonano le somme destinate a fornire loro un reddito una volta usciti dal processo produttivo e collocati in pensione, oppure per le assenze temporanee legate a malattie, maternità e così via, o infine a risarcire i danni subiti a causa di infortuni sul lavoro o malattie professionali.
Se parte del salario viene pagato dallo stato, vuol dire che il processo produttivo che impiega queste persone non è capace di garantire loro un reddito. Il provvedimento varato dal governo, nella sua miseria e contraddittorietà, ci dice qualcosa di molto chiaro sul modo di produzione capitalistico: che questo modo di produzione può sopravvivere solo riducendo di molto il prezzo della capacità lavorativa, perché questo è il salario, al di sotto del suo valore, cioè al di sotto del valore dei beni e servizi necessari a ricostituire la capacità lavorativa consumata nel processo lavorativo. Le lavoratrici e i lavoratori possono essere occupati solo se parte del loro salario è coperta dalla pubblica carità. È una condanna che vale più di tutti i proclami di sindacati e partiti che si richiamano al movimento operaio, perché viene dal nemico di classe. Una volta definito il “salario giusto”, così come viene fatto in un’altra parte del decreto, il governo non può fare a meno di riconoscere che questo “salario giusto”, per miserabile che sia, non è compatibile con l’accumulazione capitalistica!
Queste misure sono inoltre incapaci di aumentare l’occupazione. Un’impresa calcola i suoi bisogni occupazionali in modo indipendente dagli sgravi del governo: l’aumento degli occupati è possibile solo a fronte di una prospettiva di aumento della produzione, su cui gli incentivi contributivi possono fare ben poco, tenuto conto che il costo del personale rappresenta una piccola parte dei costi di un’impresa. Alla fine, gli sgravi contributivi porteranno solo a scegliere i nuovi occupati fra le categorie che beneficiano degli incentivi, escludendo chi appartiene ad altre categorie.
Anche nel caso in cui una nuova impresa decidesse di aprire un’attività sfruttando gli incentivi, magari aprendo un’altra sede nella Zona Economica Speciale che riguarda il Mezzogiorno, e occupasse nuovo personale, quest’azienda potrebbe beneficiare di un vantaggio competitivo dato dagli incentivi rispetto alle altre e quindi la nuova occupazione avrebbe come conseguenza la diminuzione dell’occupazione nelle aziende concorrenti.
Che cosa accadrà poi dei lavoratori una volta finiti gli sgravi contributivi? Con la fine degli incentivi finirebbe anche il vantaggio competitivo dell’azienda e il capitalista potrebbe o chiudere semplicemente l’azienda divenuta improduttiva, oppure chiedere sacrifici ai dipendenti per mantenere la competitività. È facile immaginarsi il risultato di questo ricatto.
In un solo caso le misure varate dal governo potrebbero avere un effetto benefico sull’occupazione e sull’economia: se fossero legate a precise scelte di politica industriale, tendenti a rendere il Paese indipendente da importazioni particolarmente onerose, come i pannelli solari o le batterie. Ma simili scelte di politica economica si scontrano con le scelte ideologiche del governo a favore delle fonti fossili di energia e del nucleare.
Nel Capo II del decreto, il governo si arroga il compito di definire che cos’è il “salario giusto”, travisando la stessa lettera della Costituzione.
Secondo la Costituzione il giusto salario deve essere proporzionale alla quantità/qualità del lavoro e, in ogni caso, sufficiente a garantire un’esistenza libera e dignitosa. Che cosa significa un’esistenza libera e dignitosa è dato dallo sviluppo generale della società: la fame è fame, ma una cosa è saziarla mangiando cibi crudi con le mani, altra cosa mangiando con coltello e forchetta cibi cotti. L’esperienza di questi anni ha dimostrato che la contrattazione collettiva, anche quella condotta dai sindacati “più rappresentativi assai”, è ormai incapace di assicurare alla grande massa dei lavoratori il tenore di vita conquistato con le lotte dell’ormai lontanissimo autunno caldo. Facendo quindi riferimento alla contrattazione collettiva nazionale, il decreto aggira la Costituzione, impedendo alla magistratura del lavoro di verificare la capacità dei contratti collettivi nazionali di adempiere al dettato costituzionale.
Esiste un criterio diverso? Sì, esiste il paniere usato per l’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati. Basterebbe fare riferimento a quell’indice per avere assicurato almeno il mantenimento del tenore di vita.
Gli effetti del decreto quindi si traducono, in prima battuta, in una legittimazione della diminuzione della capacità d’acquisto delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti. Ma in seconda battuta il decreto ha un ulteriore effetto sulla rappresentanza, costringendo i sindacati maggiormente rappresentativi a firmare contratti al ribasso per mantenere il riconoscimento della rappresentanza. Uno dei criteri della rappresentanza è la firma dei contratti collettivi: se non firmi contratti non sei rappresentativo. Questa norma è stata usata contro i sindacati di base e conflittuali, ma ora si ritorce anche contro uno dei sindacati considerati tradizionalmente rappresentativi, la CGIL. Ad esempio nel settore della scuola: il sindacato di categoria della CGIL non ha firmato l’ultimo CCNL e si trova ora escluso dai diritti legati alla rappresentatività in quel settore, vittima di quei meccanismi che per anni aveva usato contro i sindacati di base.
In pratica, il salario giusto è quello stabilito dal contratto firmato dal sindacato rappresentativo, però qual è il sindacato rappresentativo lo decidono i datori di lavoro, firmando o meno i contratti a loro convenienza, e quindi riconoscendo i diritti sindacali alle organizzazioni più condiscendenti.
Il decreto interviene anche sui rinnovi contrattuali. L’articolo 10 stabilisce che, in caso di mancato rinnovo del contratto a 12 mesi della scadenza, le retribuzioni siano adeguate di una percentuale pari al 30% dell’indice IPCA, a titolo di anticipazione forfettaria.
L’IPCA è l’indice dei prezzi al consumo, che è previsto pari all’1,90% nel 2026 e al 2,00 nel 2027 e nel 2028. Se la norma fosse stata applicata nel 2026, gli incrementi in busta paga sarebbero stati pari allo 0,57%, nel 2026, e allo 0,60% nel 2027 e nel 2028. Da una ricerca su internet appare che oggi l’indennità di vacanza contrattuale si aggira attorno allo 0,80%; anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un peggioramento introdotto dal nuovo decreto e ad un ulteriore furto a danno dei lavoratori.
L’unico provvedimento “favorevole” ai lavoratori contenuto nel decreto è quello relativo al caporalato digitale. Ma non è farina del sacco di Meloni o Calderone, si tratta dell’adeguamento ad una norma europea.
Questo decreto quindi sancisce una serie di misure a favore dei capitalisti e a tutto danno della classe lavoratrice. Oggi, di fronte alla miserevole condizione degli occupati e dei disoccupati, il governo fa finta di intromettersi nelle relazioni tra classe padronale e classe lavoratrice; facendo ciò tenta di rallentare la crescita del movimento operaio, e di impedire, con qualche ingannevole riforma, che la lotta consenta alle classi sfruttate di prendere con le proprie mani tutto quello che spetta loro, cioè il benessere di cui godono le classi privilegiate.
Come sosteneva Malatesta, quando il governo si fa regolatore e garante dei diritti e dei doveri, ha cura di qualificare come reato e di punire ogni atto che minacci i privilegi dei governanti e dei proprietari, dichiarando giusto e legale il più atroce sfruttamento delle persone.
Smascheriamo le manovre del Governo, diamo centralità alle lotte dal basso.
Tiziano Antonelli