Il significato storico della vicenda di Giordano Bruno può essere compreso solo all’interno delle vicende storiche e sociali dell’Europa a cavallo tra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo.
Si tratta di un periodo in cui le tendenze alla trasformazione sociale erano tutt’altro che sopite, anche in Italia. Era una situazione in cui si erano sviluppate le condizioni materiali per la trasformazione sociale, rendendo più acuto lo scontro fra oppressori e oppressi. Alla fine del XVI secolo nella maggior parte d’Europa la lotta che coinvolse borghesi, contadini, nobili, clero, monarchi assoluti non finì con la vittoria delle forze rivoluzionarie, ma con la rovina comune delle classi in lotta.
L’incapacità della rivoluzione di affermarsi portò ad una situazione di imputridimento sociale. La controrivoluzione, che assunse le forme della Controriforma, riuscì ad avere il sopravvento e la devastazione sociale fu enorme. L’Italia alla fine del Cinquecento era ancora un paese all’avanguardia in Europa, sia dal punto di vista economico che culturale, anche se era ormai ai margini delle grandi correnti commerciali che stavano prendendo la via degli oceani e abbandonavano il Mediterraneo. Proprio in quel periodo, nonostante il tentativo di mantenere vive le industrie e e i traffici che avevano reso prospera l’Italia, comincia un periodo di decadenza che andrà sempre più accelerando sotto il dominio spagnolo.
La Spagna stessa vede spopolarsi le proprie campagne e le proprie città, in seguito alla politica militarista e imperialista dei primi ministri che si succedettero in quegli anni. Ci troviamo di fronte ad una restaurazione neofeudale che ripristina il predominio della nobiltà, dell’aristocrazia di spada, e che trasforma i contadini ancora una volta in servi della gleba. Questo succede ad Est e ad Ovest: succede appunto nella Spagna, ma succede anche in Polonia, in Germania e così via. Si tratta di un enorme fenomeno controrivoluzionario che distrugge le basi materiali delle classi rivoluzionarie.
Alla fine del XVI secolo le grandi monarchie europee, la Spagna degli Asburgo, la Francia di Enrico VI e l’Inghilterra di Elisabetta, a cui succederà nel 1601 Giacomo I, raggiungono tra loro una pace che durerà fino all’inizio della guerra dei Trent’anni e oltre. Le monarchie sono accomunate dal convincimento che esista un “bien commun des couronnes” un bene comune delle corone, come scriverà un ministro del re di Francia all’ambasciatore a Londra. E quale può essere questo bene comune, se non la paura di nuove crisi rivoluzionarie?
La Spagna è protagonista della politica controrivoluzionaria, che continuerà anche dopo aver perso il rango di grande potenza, ma anche la Francia ha subito una bruciante esperienza dalle guerre di religione, mentre il re d’Inghilterra deve ormai fare i conti con i puritani e la stessa ricca borghesia olandese deve guardarsi dal radicalismo popolano dei calvinisti più intransigenti.
Uno dei segni più evidenti del carattere controrivoluzionario di questo “pacifismo” dei monarchi assoluti è dato dal riavvicinamento tra corone e aristocrazie. Gli stati nazionali si erano formati attraverso la lotta contro la nobiltà feudale; in questa lotta i monarchi assoluti si erano appoggiati sui ceti artigiani e finanziari delle città e sui contadini delle campagne. Alla fine del Cinquecento, al contrario, la scena politica è dominata dal riavvicinamento tra corone ed aristocrazie, che giunge talvolta ad una vera e propria capitolazione dello Stato assoluto di fronte alla casta nobiliare. Questa anacronistica restaurazione neofeudale si accompagna sul piano internazionale al pacifismo aulico, e su quello religioso alla reazione anticalvinista, su cui convergono sia le forze suscitate dalla Controriforma cattolica, come le ali conservatrici, anglicane e luterane, della Riforma protestante. Bisogna tener presente che i contrasti di classe, nel clima culturale dell’epoca, assumono la forma di contrasti religiosi.
L’ondata neofeudale è massima nelle aree dove si afferma la Controriforma, come l’Italia, la Spagna, la Polonia, le Fiandre meridionali; è visibile, anche se attenuata nei suoi effetti, nei paesi di cattolicesimo regalista o protestantesimo conservatore, come la Francia, la Germania, la Scandinavia; diminuisce in Inghilterra, dove questa tendenza si scontra con l’energica resistenza dei puritani, diminuisce ancora, fino quasi a scomparire, nei paesi calvinisti, come le Fiandre settentrionali: le Province Unite.
La restaurazione domina nelle campagne, dove la nobiltà terriera beneficia dell’aumento del valore delle terre causato dall’inflazione e impone, con l’appoggio dell’autorità statale, il ripristino delle servitù reali, che alla fine del Medioevo le città libere o le monarchie assolute avevano abolito o trasformato in rendite in denaro. La proprietà della terra, nell’immaginario neofeudale, è il simbolo del dominio di casta dell’aristocrazia: ecco quindi che i fondi si coprono di maggioraschi e di fidecommessi, destinati ad impedire le divisioni ereditarie dei patrimoni, per trasmetterli intatti al primogenito.
Questa nobiltà tratta il lavoro come cosa degradante, vede nel risparmio e nella cura attenta dei propri affari un indice di avarizia e grettezza d’animo, mentre considera la prodezza nelle armi la più ammirabile delle virtù e l’ozio fastoso come ideale di vita del gentiluomo. Ecco perché l’aristocrazia fastosa e irresponsabile del Seicento si trova a corto di denaro nonostante tutto il suo grano e le sue terre e deve darsi da fare per procurarselo. La nobiltà cerca allora il denaro altrui, cioè il denaro di tutti quelli che lavorano e pagano le imposte. L’arrembaggio al pubblico erario è il nocciolo della restaurazione neofeudale: la pacificazione reciproca tra monarchie assolute e aristocrazie non è altro che un gigantesco compromesso per divorarsi, d’amore e d’accordo, i sudori della gente comune, dei contadini in primo luogo.
Tutto ciò ha una sola, brutale, conclusione: la morte. La popolazione europea, cresciuta rapidamente fino al cadere del secolo XVI, arresterà la sua crescita nei primi anni del Seicento e poi comincerà a precipitare. E quando si legge che tante città italiane, spagnole o tedesche perdono fino alla metà o tre quarti della popolazione, non si può pensare ad altro che ad una lunga fila di cadaveri: cadaveri di gente morta di fame nelle carestie, cadaveri di appestati, cadaveri di accoltellati e di giustiziati, cadaveri di soldati lasciati a marcire sui campi di battaglia, cadaveri di figli del popolo, morenti come le cavallette ai piedi dei palazzi fastosi o delle cattedrali rilucenti d’oro.
L’Italia, nel tardo Cinquecento, è impegnata in un interminabile combattimento di retroguardia. È lo sforzo di un paese che non vuole morire, contro un complesso di fattori che lo trascinano verso la decadenza. Finanza genovese o medicea, commercio dei grani, industria veneziana o seta lombarda segnano la persistenza di una vitalità economica della penisola. Ma è una vitalità legata a filo doppio alla produzione di lusso per le corti e gli aristocratici, oppure funzionale a finanziare le avventure militari della Spagna: con la decadenza dell’aristocrazia e le ripetute bancarotte dello stato spagnolo questa vitalità verrà meno senza trovare altri sbocchi, perché l’Italia è tagliata fuori dalle grandi rotte oceaniche, dai mercati asiatici e dall’accesso alle materie prime baltiche. Gli stati regionali, il ducato di Savoia, le repubbliche di Genova, Venezia e Lucca, il granducato di Toscana, lo Stato pontificio, rafforzatisi all’ombra dei domini spagnoli, non hanno nessun futuro.
Anche sul piano intellettuale, l’Italia della fine del Cinquecento continua ad alimentare la cultura europea: grandi pontefici additanti alle masse i simboli dell’universalismo cattolico, missionari gesuiti sciamanti dalla Francia al Giappone e dalla Svezia alla Cina, tormentati seguaci del radicalismo del Socini, filosofi naturalisti, precursori dei fondatori della scienza moderna, come Bernardo Telesio, Tommaso Campanella o Giordano Bruno.
Pensatori intrepidi che affrontano con coraggio il carcere o, come Giordano Bruno, il rogo per mano dell’Inquisizione.
L’adagiarsi in un conformismo accidioso è il destino della cultura italiana, specchio fedele della sottomissione della stessa attività economica capitalistica alla restaurazione neofeudale e della sottomissione degli Stati italiani alla supremazia asburgica. Il rogo di Giordano Bruno illumina la decadenza dell’Italia.
È la rovina comune delle classi in lotta, menzionata prima.
La paura della rivoluzione contadina e delle plebi cittadine ha ispirato la reazione neofeudale del Seicento.
Ancora oggi, la paura della rivoluzione proletaria è la protagonista, mai menzionata, della scena politica di tutti gli stati. L’esaurimento degli istinti animali del capitalismo spinge le classi dominanti ad una sempre più spudorata politica di rapina delle risorse naturali e della capacità lavorativa, mascherata da emergenze artefatte o comunque risolvibili con un radicale cambiamento del paradigma economico e l’eliminazione di apparati statali sempre più elefantiaci ed inutili. La restaurazione finanziaria ed immobiliare è l’ancora di salvezza di un sistema soffocato dalle sue contraddizioni; ma questa restaurazione ha le sue ricadute con l’aumento della miseria, della fame, della disoccupazione, ed alla miseria economica si accompagna la miseria intellettuale, che esclude masse sempre più vaste dalla cultura e dalla conoscenza, trasformate in aride fonti di guadagno.
Ancora oggi la messa al bando del pensiero critico si accompagna alla persecuzione verso chi di questo pensiero critico è portatore. Come la stagnazione economica che si prefigura per la società capitalistica riproduce la stagnazione del Seicento, così l’attuale repressione del dissenso, che assume anche forme violente, richiama il rogo di Giordano Bruno e di tante altre ed altri meno noti.
La restaurazione giudaico-cristiana dell’Occidente si accompagna, nella fase attuale, alla restaurazione confuciana in Cina e all’ascesa al potere di forze politiche integraliste musulmane o indù negli altri stati dell’Asia.
La restaurazione crollerà, prima o poi, sotto il suo stesso peso; ma con quante morti, con quanti sacrifici per le persone e per l’ambiente dipenderà dal tempo che lasceremo passare prima di porre fine al suo dominio. Intanto il nostro compito è collegare pensiero critico e modelli sociali alternativi, per creare, rafforzare ed allargare gli elementi della nuova società.
Il sacrificio di Giordano Bruno ci insegna che la critica della religione non può essere lasciata all’evoluzione spontanea della coscienza sociale, ma deve diventare un’arma di attacco contro il principale puntello ideologico della restaurazione.
Tiziano Antonelli