Spagna – Operazione repressiva

Come annunciato in precedenza su queste pagine abbiamo deciso, come Redazione, di dare spazio alla vicenda degli otto compagn* arrestati in Spagna a fine febbraio. Gli arresti, eseguiti dai Mossos d’Esquadra catalani, forza di polizia che risponde al governo catalano, con il supporto degli apparati di sicurezza dello stato centrale spagnolo, hanno avuto ampissimo battage mediatico, con una vera e propria campagna stampa intentata dai media contro gli arrestati. La campagna stampa ha martellato sui pericolosi anarchici italiani (sei degli arrestati su otto sono di origine italiana ma vivono case occupate sulla costa catalana) accusati di aver costruito un’organizzazione con caratteristiche paramilitari per condurre scontri con la polizia. Gli scontri sono avvenuti durante le manifestazioni per libertà di espressione in solidarietà con il rapper Pablo Hazel, accusato di vilipendio alla monarchia spagnola e arrestato nei mesi precedenti. Le accuse loro rivolte, che hanno portato all’arresto degli otto subito a degli scontri con la polizia, prevedono decine di anni di galera. Da quattro mesi si trovano in carcere a Barcellona. Ne abbiamo parlato con Luca, compagno anarchico torinese e padre di Ermanno, uno degli arrestati.

La Redazione Collegiale di Umanità Nova

Redazione Collegiale di Umanità Nova – d’ora in poi UN: Ciao Luca, ci puoi parlare del contesto in cui è maturata quest’operazione repressiva?

Luca: Le manifestazioni sono iniziate dopo l’arresto del rapper Pablo Hazel, che viene arrestato in una sede universitaria, con delle accuse di vilipendio alla Corona. Questo scatena un grosso movimento di protesta. Inizialmente le manifestazioni avvengono in modo pacifico, fino ai primi incidenti: i Mossos d’Esquadra caricano in maniera indiscriminata e causano una grave ferita, con la perdita di un occhio, a una ragazza. In questa fase abbiamo circa 140 fermati, che vengono però rilasciati nel giro di 24/48 ore. Questi fatti hanno causato una risposta da parte di chi scendeva in strada, che ha reagito alle violenze della polizia.

Il 27 febbraio avviene un salto di qualità dell’azione repressiva: vengono fermati otto compagni, facenti parte del movimento anarchico, che vivono nella zona di Moaro, una zona costiera che si espande verso Girona. In quel terriorio si trovano diverse case occupate, tra cui la casa occupata Nabat, dove vive la maggior parte dei fermati.

È una casa internazionale, dove vivono compagni da tutta Europa e non solo, dichiaratamente anarchici. Come presenza è una scomoda per le istituzioni locali dato che, chi la anima, nella sua azione militante non scende a compromessi con le istituzioni, come invece fanno e realtà della sinistra indipendentista, anche radicale, locale. Inoltra la zona è una zona che negli anni ha subito un processo di turistificazione.

L’operazione repressiva è stata organizzata in grande stile, con tanto di gruppo di Mossos che si è infiltrato nei cortei fingendosi manifestanti, posizionandosi vicino, ai compagni per acquisire prove. Dopo qualche ora dalla del corteo del 27 febbraio, in cui vi erano stati grossi scontri, gli otto vengono arrestati.

Sono sei italiani, una compagna spagnola e una compagna franco-tedesca. Il giorno successivo viene fatta una perquisizione in grande stile della casa occupata: l’intero quartiere viene cordonato dalla polizia, i presenti vengono portati via ammanettati davanti alle telecamere di decine di giornali e reti televisive.

I capi d’accusa sono tentato omicidio, banda armata, furto aggravato (sono accusati di aver rapinato sei [sic!, n.d.r.] banche durante un corteo), danneggiamento. Un impianto accusatorio basato su reati associativi che permette di “spalmare” la responsibilità su tutti gli accusati. Negli atti, che ho potuto vedere, vi è sempre la costruzione di un “racconto comune” che associa ogni singola azione fatta da singoli a una dinamica collettiva.

Ad oggi sei degli arrestati rimangono in carcere: una delle compagne è riuscita a ottenere la misura dei domiciliari per la giovane età e un’altra, anche lei di origini italiane, è riuscita a dimostrare, tramite un esame antropometrico, anche se dai video era già evidente, che non poteva essere lei la persona accusata di aver dato alle fiamme una camionetta [in questo modo per lei è caduta l’accusa di tentato omicidio, quella più grave – n.d.r.]. Sono dentro per una misura cautelare, il processo non è ancora iniziato.

Tutti i ricorsi per provar a far ottenere, almeno, gli arresti domiciliari agli arrestati sono, fino ad ora, falliti. Le motivazioni del tribunale sono sempre squisitamente politiche: gli accusati sono tutti anarchici e tali si dichiarano, quindi sono sicuramente responsabili di quanto è avvenuto, a prescindere anche dalle singole responsabilità individuali.

UN: Sembra un’applicazione abbastanza da manuale del diritto penale del nemico…

Luca: Si, nelle carte dell’accusa vengono fatti espliciti riferimenti all’identità ideologica degli accusati e da lì ne viene tracciata la pericolosità sociale, a prescindere dalle singole azioni. Nonostante questo l’accusa non ha usato gli articoli della legislazione antiterrorismo e ha proceduto per “reati comuni”. Secondo noi lo ha fatto per mantenere basse certe possibili tensioni. Secondo i piani dell’accusa dovranno arrivare in processo stando in carcere. Normalmente, in Spagna, vi è un tempo di attesa minimo di un anno, un anno e mezzo e per la conclusione si possono aspettare anni o decenni.

UN: Che tipo di azioni si sono messe in campo in solidarietà con gli arrestati?

Luca: Fin da subito dopo gli arresti si è creata un’assemblea settimanale plenaria a cui partecipa buona parte del movimento anarchico della Catalogna, case occupate, collettivi, sezioni della CNT ma anche la sinistra indipentista/radicale. Gli avvocati sono avvocati di movimento vicini alla sinistra radicale. Settimanalmente vengono organizzate le visite ai carcerati, si facilita i contatti con parenti e amici in Italia, viene fornito supporto per la traduzione degli atti giudiziari, consegnati pacchi di vestiario e libri. Inizialmente i pacchi che spedivamo dall’Italia questi venivano regolarmente bloccati dalle autorità carcerarie, ora grazie al lavoro dell’assemblea di soliderietà invece si riesce a far arrivare il materiale.

Ogni 27 del mese vengono fatte iniziative di solidarietà, non solo a Barcellona e altre città spagnole ma anche in altre città europee, come abbiamo fatto e abbiamo intenzione di continuare a fare qua a Torino insieme ad altri compagni. Sono stati creati dei conto correnti, uno spagnolo e uno italiano [a fine intervista le coordinate per mandare contributi – n.d.r.] per pagare le spese del team legale che difende i compagni in carcere – le due compagne che invece sono uscite di galera si appoggiano su avvocati di propria scelta.

I sei ancora in carcere hanno fatto un documento di intenti in cui si dichiarano anarchici e rivendicano l’essere scesi in piazza per difendere la libertà di espressione. Attualmente sono detenuti nel carcere di Brians 1, una struttura penitenziaria di Barcellona, in diversi bracci. Quasi tutti gli altri detenuti sono dentro per reati come detenzione di stupefacenti e spaccio.

Vi è comunque da dire che all’inizio della vicenda eravamo, insieme agli avvocati, abbastanza ottimisti per delle gravi falle dell’impianto accusatorio: nelle relazioni scritte dalla polizia vi è detto che molte delle accuse non sono riscontrate, del gruppo di infiltrati nessuno capisce l’italiano. Viene detto chiaramente che non sono mai stuti riconosciuti o sorpresi sul fatto ma il gruppo era “coordinato militarmente” da uno dei compagni che a un “suo cenno faceva partire lanciando l’urlo “Chihuahua” e che un altro elemento che accomuna i membri del gruppo è avere tutti quanti accendini della stessa marca e dello stesso colore, ocra scuro, che, secondo le carte dell’accusa identifica gli anarchici. Sembra quasi teatro dell’assurdo ma i nostri compagni sono ancora in galera da febbraio.

Anche parte dell’opinione pubblica è stata colpita di quella che viene vista come un’operazione assurda. Io sono stato contattato personalmente da una signora mai conosciuta che, lavorando come traduttrice, si è offerta di tradurre gratuitamente atti e documenti. Molti vedono quest’operazione come un’attacco alle basi dello stato di diritto e ne sono colpiti. Noi, come anarchici, non possiamo che dire siamo di fronte alla farsa della democrazione che si svela ma è comunque notevole vedere come il movimento di solidarietà con Pablo Hazel e poi anche in solidarietà con i compagni abbia coinvolte così tante persone.

Siamo comunque di fronte ad un caso che si inserisce in un fil rouge che coinvolge anche il nostro paese: pensiamo alle varie operazioni in Italia, alle richieste di sorveglianza speciale a Torino, prima contro chi era andato a combattere in Kurdistan e poi anche verso un altro compagno anarchico, Boba, in questi mesi. Siamo di fronte a una generale restrizioni degli spazi nei paesi che si definiscono democratici e questa operazione repressiva si inserisce pienamente in questo fenomeno.

UN: Ci puoi dare gli estremi dei conti in solidarietà con gli arrestati?

Luca: Conto Corrente intestato a Luca Cagnassone, IBAN: IT 19G0347501605000317522969

Inoltre esiste un blog presxs27febrer.noblogs.org e un canale telegram @nabatmataro per seguire gli aggiornamenti sulla vicenda.

Intervista Redazionale

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