Senza gabbie né confini. No CPR!

Ci sono zone geografiche che si trovano ai margini dei centri di produzione e accumulo del capitale. A volte queste zone vengono designate (senza il consenso di chi le abita) come “zone di sacrificio”, dove concentrare nocività o dove posizionare strutture che si vuole tenere lontano dagli occhi…e dal cuore. È così che la Lunigiana, e nello specifico il territorio di Aulla (MS), nelle ultime settimane sta vedendo il concentramento di vari interessi: quelli della guerra esterna, con MBDA, consorzio europeo che produce morte sotto forma di “sistemi d’arma complessi” e che vuole posizionarvi un polo di produzione di missili; ma ben presenti sono anche gli interessi della guerra interna contro poveri, migranti e soggettività marginalizzate. Il comune di Aulla è infatti stato designato come luogo per ospitare un nuovo CPR.

La scelta del luogo
Andiamo con ordine. A gennaio 2025, dopo anni di vicende giudiziarie, era cominciato l’iter per la bonifica dell’area dove il ministero dell’interno vorrebbe costruire il CPR. Si tratta dell’ex polveriera di Pallerone, per 60 anni sede di stoccaggio di esplosivi militari, successivamente discarica per tonnellate di rifiuti pericolosi a cielo aperto, come l’amianto.
I luoghi scelti per la costruzione di queste prigioni sono posizionati in aree isolate e poco accessibili, sia perché più facilmente sorvegliabili, sia perché l’allontanamento dalle zone abitate è parte del processo di disumanizzazione delle persone che vi vengono rinchiuse.
La disumanizzazione del “diverso” si diffonde grazie alla propaganda razzista, basata sulla paura e sull’emergenzialità, e si accompagna all’infantilizzazione dello “straniero” (dal mito coloniale e missionario del “bianco salvatore” che porta la civiltà tra i “selvaggi”). Siamo spinti a non provare empatia per chi proviene da oltre il confine, o a vederlo come un soggetto incapace di autodeterminarsi: sono due facce della stessa medaglia discriminante. Va ricordato anche che il confine del colore della pelle è mobile, perché la definizione di bianchezza non dipende dal colore della pelle, ma dai privilegi che uno possiede, dal luogo geografico, dal periodo storico.
L’allontanamento dallo sguardo rende più difficile portare solidarietà ed entrare in contatto con i reclusi, e garantisce a chi non vuole vedere la possibilità di non vedere. Rende cioè più difficile conoscere chi si trova dietro le mura, facilitando la divisione della popolazione (divide et impera) sulla base di privilegi di razza, di genere, di classe.
È all’incrocio di tutti questi meccanismi economici, politici e culturali che si normalizza l’idea di CPR.

Il sistema CPR
Il CPR (Centro di Permanenza per il Rimpatrio) è un dispositivo di frontiera interna, un carcere di detenzione amministrativa (strumento repressivo importato da Israele) per persone prive di documenti di soggiorno validi. Dal CPR, poi, queste persone dovrebbero essere deportate nei paesi di origine o, secondo il nuovo Patto Ue su migrazione e asilo che entrerà in vigore a giugno, nei cosiddetti “paesi terzi sicuri”.
Va ricordato in cosa consiste questo ricatto dei documenti. Il permesso di soggiorno in Italia è vincolato alla soddisfazione di due requisiti: un contratto di lavoro e un luogo di abitazione certificato. Questo sistema rende facilmente ricattabili, dal punto di vista lavorativo, le persone che vogliono ottenere il permesso di soggiorno e si disvela così lo scopo del sistema dei documenti: si tratta di un metodo di distinzione lavorativa su base razziale, dove lo sfruttamento maggiore ricade su chi è più ricattabile. Qualcosa che non stupisce, visto che il capitalismo si è sempre fondato sullo sfruttamento del lavoro (su base razziale, di genere e di specie), garantito dalle leggi e dal monopolio della violenza statale.
La notizia della volontà di aprire un nuovo CPR ad Aulla arriva mentre continuano le rivolte nei CPR già attivi. Solo nelle ultime settimane, le informazioni che trapelano dalle persone rinchiuse (in quasi tutti i CPR è vietato il possesso di un cellulare) sono di violenze quotidiane e di una totale mancanza di autodeterminazione. Il cibo è immangiabile, spesso andato a male e imbottito di calmanti e psicofarmaci, ma anche rifiutarsi di mangiarlo, per autotutela o semplice disgusto, può esporre al rischio di ulteriori pene: ricordiamo che, con il decreto sicurezza dell’aprile 2025, sono punibili per “rivolta in carcere” anche coloro che mettono in atto metodi di resistenza passiva. Diversi sono i casi di persone con gravi problemi di salute fisica e mentale rinchiuse; in alcuni CPR le telecamere sono posizionate anche dentro le celle e chi prova a coprirle, per ottenere un minimo di privacy, viene punito tramite pestaggi e isolamento: queste sono d’altronde le due risposte che gli enti gestori dei CPR – ossia quegli enti del terzo settore che lucrano grazie ad un lager –  e le forze dell’ordine danno a chiunque cerca di ribellarsi a questa situazione. Sono diversi i casi di autolesionismo o tentativi di suicidio, sia per le condizioni disperate sia nel tentativo di essere rilasciati per non idoneità (come se invece possano esistere delle persone idonee a essere rinchiuse in una prigione). Ma le porte dei CPR si aprono sempre meno anche per chi si provoca gravi danni fisici, magari saltando da un tetto o ingoiando oggetti taglienti: la giustificazione è sadica, ed è quella di “non incentivare” queste forme di lotta.
Le rivolte però ci sono sempre state, e ci fanno sperare: va sempre ricordato come i CPR sono stati chiusi in passato solo grazie alle rivolte interne, come il CPR di Torino, dato alle fiamme e chiuso nel 2023 e riaperto nel 2025.

Le mobilitazioni sul territorio
Tornando alla notizia di questi giorni, l’idea di “un CPR per ogni regione” risale al decreto Minniti-Orlando, che sanciva la nascita di questa nuova forma di reclusione. Quello di Aulla è un territorio in cui è diffuso il sistema di accoglienza RETESAI (ex SPRAR) che, pur rimanendo nell’ottica del paternalismo statale e dell’integrazione/inclusione (concetto coloniale che presuppone un confine noi/loro), offre un alloggio a richiedenti e persone con protezione internazionale. Aulla è vicina a Marina di Carrara, dove vengono dirottate diverse navi di ONG che si occupano di soccorso in mare; è vicina a La Spezia, sede della marina militare, e all’autostrada che permette di raggiungere in poco tempo gli aeroporti di Genova, Parma e Pisa: sappiamo infatti che molte deportazioni avvengono su voli di linea o charter.
Nel maggio 2025, diverse realtà associative lunigianesi – dall’Arci Agogo di Aulla all’ANPI intercomunale, ma anche CGIL, Accademia apuana per la pace, Emergency e altre associazioni locali – e singole persone si erano incontrate nuovamente per un pomeriggio di autoformazione, dopo le precedenti mobilitazioni del 2023. Un incontro pensato per approfondire con la cittadinanza cos’è un CPR e come ci si attiva su altri territori per contrastarne l’esistenza. Era presente anche il sindaco di Aulla, che in passato si era già fatto promotore di alcune delibere contro l’apertura del CPR ad Aulla, e che di recente è stato eletto presidente della provincia di Massa-Cararra, anche coi voti della destra.

Sembra che questo progetto di apertura del CPR abbia lasciato scontenti anche diversi esponenti di destra locali. Ma mentre il motivo di scontro nei partiti rimane solo il luogo dove aprire un CPR, le realtà del territorio sono state chiare fin da subito: no al CPR, né ad Aulla né altrove. Perché l’obiettivo non è solo evitare l’apertura, ma anche chiudere i CPR già esistenti.
Le realtà del territorio si sono già riattivate: il 23 aprile si è tenuto un incontro per preparare i materiali che serviranno il 27 aprile per il presidio chiamato in occasione del consiglio comunale straordinario. L’incontro successivo, promosso sempre dall’Arci Agogo, sarà poi il 7 maggio: formazione “volontari anti CPR”. Ma la rete oltrepassa i confini regionali, perchè i CPR non vanno aperti né qui né altrove, e si sta cercando di coordinarsi con le reti NO CPR di Trento e Bologna, altre due città che vedono davanti a sé la prospettiva dell’apertura di un CPR (in particolare a Trento dovrebbe essere realizzato entro il 2026).
Nei prossimi mesi vedremo se Aulla, questo territorio marginale, saprà trasformarsi, usando le parole di bell hooks, in “un luogo radicale di possibilità […] capace di offrirci la condizione di una prospettiva radicale da cui creare e immaginare alternative e nuovi mondi”.
Per un mondo senza gabbie né confini.

Badabing

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