Il ministro dell’Istruzione e del Merito ha pubblicato, il 22 aprile, una bozza delle nuove Indicazioni Nazionali per i Licei, provocando numerose prese di posizione nel mondo dell’istruzione liceale, nella grande maggioranza critiche. A bocce ferme, dopo una lettura attenta di tali indicazioni, proviamo a farne un’analisi, focalizzandoci sulle discipline tipicamente liceali, unite nella cattedra di Filosofia e Storia.
Un’avvertenza per i meno addentro ai meccanismi di scrittura delle riforme governative: le affermazioni di principio contenute nella Premessa sono largamente condivisibili, come lo erano quelle della Buona Scuola di renziana memoria, come lo erano e sono quelle di tutte le premesse ad ogni normativa che ha peggiorato e peggiora le nostre vite. La fallacia logica è quella dell’incoerenza tra mezzi e fini, tanto citata da Malatesta: si dichiarano obiettivi condivisibili e positivi ma si propongono mezzi che rendono impossibile raggiungerli, o addirittura li sabotano. Certo, in mezzo a tante cose condivisibili, qualcosa che fa storcere il naso c’è sempre: l’ideologia del merito e del primato delle competenze, l’apologia del processo scuola-lavoro, qualche banalità e affermazione infondata sull’Intelligenza Artificiale, ma le questioni più interessanti sono altrove.
Prima chiariamo un punto: in base non solo a varie normative specifiche ma persino al dettato istituzionale, quelle ministeriali possono essere solo delle “indicazioni” non vincolanti la programmazione specifica del singolo insegnante. Detto questo, le Indicazioni Ministeriali hanno un doppio valore: innanzitutto, esse esprimono un indirizzo ideologico che, in virtù della potenza comunicativa dell’emittente, viene diffuso come una sorta di manifesto; poi, essere un insegnante non significa automaticamente essere cosciente dei propri diritti costituzionali e quindi, per alcuni, tali indicazioni vengono avvertite come vincolanti (Non hanno indicato Spinoza? Allora non lo posso fare…) ed il programma ideologico connesso viene talvolta diffuso anche da parte di chi non vi si riconosce.
Analizziamo le proposte fatte per le materie classicamente liceali: Filosofia e Storia. Si nota subito un pressapochismo generale: premesse, obiettivi di apprendimento e conoscenze sono esattamente le stesse per Liceo Classico, Scientifico, Scienze Applicate, Scienze Umane e Linguistico, nonostante la differenza di materie caratterizzanti i vari indirizzi con cui Filosofia e Storia dovrebbero interagire. Credo che le abbiano fatte genericamente e poi copia e incolla: fossi stato il ministro, gli avrei dato solo il 20% del compenso pattuito. E non è che fosse chissà quale grande fatica intellettuale: è intuitivo, per chi conosca un minimo le materie, che, per esempio, in un Liceo di Scienze Applicate, caratterizzato dall’applicazione ingegneristica delle scienze e dall’informatica, la Filosofia, per interagire al meglio con un simile indirizzo dovrebbe accentuare nell’insegnamento l’aspetto logico e la Storia quello della storia della vita materiale. Ma tant’è, non hanno nemmeno provato a farlo; la cosa però, a parte un pressapochismo intellettuale, potrebbe avere un senso “ideologico”, soprattutto per ciò che concerne la Storia.
Partiamo però dalla Filosofia. Anche qui le premesse sono quelle standard cui siamo abituati da tempo, forse con un minimo di accentuazione per la lettura diretta dei testi e l’indicazione di trattare il pensiero delle filosofe. Abbiamo detto che, in questo genere di indicazioni, prevale l’aspetto ideologico: presenze e assenze, formulate da un organo politico, indicano le preferenze ideologiche degli estensori. Quello che si nota in maniera chiara è una riproposizione dell’impianto crociano/gentiliano, liberale/fascista, della filosofia – la perfetta sintesi ideologica dell’attuale governo.
Un breve ripasso: per Croce la filosofia è storia perché lo Spirito si comprende solo nel suo sviluppo storico; per Gentile la filosofia è atto e la storia della filosofia è ciò che il pensiero presente ricrea nel suo stesso farsi. Insomma, sia nella tradizione liberale sia in quella fascista la storia della filosofia è centrale per il suo studio: non è un caso che in Italia, caso pressoché unico al mondo, si sia imposto sotto il fascismo lo studio non della filosofia ma della sua storia e, dopo la sua caduta, i governi di impronta liberale l’abbiano riconfermata.
In questi ultimi decenni, l’impianto storicistico dello studio della filosofia è stato spesso messo in discussione, tramite soprattutto l’idea di un insegnamento per tematiche e/o il ritorno ad uno puramente teoretico, pregentiliano (logica, etica, ontologia). Dagli anni ’60 a oggi il dibattito è ciclico, mai risolto e oggi prevale un ibrido: storia + temi + argomentazione, senza un modello unificato. Le indicazioni nazionali appaiono allora una restaurazione del modello crociano/gentiliano, anzi più di quello gentiliano: gli inviti delle indicazioni alla lettura diretta dei testi sono presenti nella Riforma Gentile – lo studio della filosofia sul “manuale di storia della filosofia” nasce con l’impianto crociano, soprattutto del dopoguerra. I vaghi accenni alla filosofia analitica e alla logica formale si spiegano poi con un omaggio, ritenuto necessario, alla filosofia più praticata nei luoghi del padrone anglosassone – se i lavori fossero partiti adesso, nel clima di relativa freddezza con l’attuale amministrazione USA, forse non ci sarebbero nemmeno.
Uno sguardo sulle assenze. È stata notata quella di Spinoza e Marx, ed è inutile che ne spieghi il senso ideologico; penso sia più utile spiegare il senso della semirimozione di Kant, ridotto al solo significato del concetto di “critica” e non ai contenuti delle “Critiche”. In effetti, la Critica della Ragion Pratica è il punto più radicale del pensiero morale illuminista: le sole azioni morali sono quelle che hanno la forma dell’universalità – devono valere per ogni essere umano – e della reciprocità – devono essere ritenute tali sia che le si compia sia che vengano ricevute. Le leggi civili, qualunque siano, da qualunque fonte provengano, che non abbiano queste caratteristiche non sono morali e non meritano rispetto.
Passiamo ora alla Storia: qui le cose sono ancora più particolari. Troviamo ancora una volta (non è la prima volta che questo ministero ci insiste) il primato da dare alla storia europea/occidentale. “Sembra accertato, ad esempio, che l’invenzione della bussola e della polvere da sparo debba essere attribuita alla civiltà cinese: ma chi può dubitare che sia stato il loro impiego da parte di una civiltà con un potere, una religione e una visione del mondo affatto diversi da quelli del Celeste Impero, chi può dubitare che sia stato questo impiego e non quella invenzione a cambiare il mondo?” Certo, si parla di “diversità” e non di “superiorità”: sappiamo però come, nella cultura della nuova destra il concetto di diversità è il grimaldello con cui recuperare il peggio del passato. In ogni caso, nelle indicazioni sui contenuti manca quasi del tutto il resto del pianeta, persino Islam, scoperte/conquiste geografiche, colonialismo e imperialismo sono ridotti ai minimi termini.
Fenomenale, però, è una giustificazione “didattica” dell’occidentalcentrismo: nessuno potrebbe dubitare della “(…) sostanziale impossibilità di studiare con un minimo di approfondimento le vicende storiche di un insieme diversissimo tra loro di popoli e civiltà della Terra. Insegnare a degli adolescenti qualcosa di appena appena significativo (…) riguardo l’Impero giapponese e insieme il regno del Dahomey, l’Impero Inca nell’America meridionale e insieme l’India islamica del Mogul, non può che apparire un’impresa disperata.”
“Impossibilità”, “impresa disperata”. Definire così lo studio della storia mondiale nelle Indicazioni Nazionali non è una valutazione scientifica, ma un sintomo di un’impostazione culturale, per usare un eufemismo, molto arretrata. Sono parole che tradiscono il presupposto per cui la storia si potrebbe fare solo in chiave locale ed ogni luogo della Terra dovrebbe limitarsi alla sua storia, alle sue tradizioni – anche questo è un precipitato della cultura della nuova destra.
Questo però è semplicemente falso. La storia mondiale è una pratica didattica consolidata nelle scuole statunitensi, australiane, canadesi, coreane, singaporiane, cinesi, giapponesi, indiane: dire che è impossibile significa ignorare decenni di ricerca e di esperienze didattiche. I consulenti ministeriali non possono non conoscerle: sono però accecati da un presupposto ideologico, e gli sto facendo un complimento.
Infine per le indicazioni ministeriali è “venuto in uso da tempo mostrare una certa sufficienza per la storia cosiddetta politica sostenendo che ad essa sarebbe piuttosto da preferire lo studio della storia ‘materiale’ dell’economia, della tecnica, dell’alimentazione (…). Obbedendo tuttavia a una consolidatissima tradizione le indicazioni nazionali tengono ferma anche per i licei la scelta di indicare nella storia politica la via maestra per accostarsi allo studio del passato.” Di conseguenza, nelle indicazioni, obiettivi di apprendimento e competenze attese sono tutte tarate non solo sulla storia occidentale, ma solo su quella politica.
Lasciamo stare il termine “tradizione”, che ancora una volta rimanda alla cultura di destra, e torniamo al lavoro di “copia e incolla” che costringe in un letto di Procuste tutti gli indirizzi liceali: che senso ha ridurre ai minimi termini la “storia ‘materiale’ dell’economia, della tecnica, dell’alimentazione” in un liceo di scienze umane, di scienze applicate, ecc.? O, per tornare al discorso sulla storia mondiale, escludere del tutto questa impostazione da un liceo linguistico?
In realtà, anche qui il discorso è ideologico: la storia politica, “l’organizzazione interna delle comunità umane, i modi d’intendere l’individuo e la famiglia, l’uso e i caratteri della proprietà e lo stanziamento sul territorio, i modi del potere, gli organi e le competenze di questo, le caratteristiche dei rapporti con le altre comunità e insieme lo specifico apparato ideale e simbolico che le anima”, è di fatto, la storia dei potenti. La storia dell’economia e della vita materiale, invece, porta alla luce le esistenze delle persone normali – evidentemente però, a differenza dei potenti, non siamo degni di storia.
Enrico Voccia