Nemmeno un’ora nell’esercito. Grecia: contro la coscrizione delle donne

Il recente appello dello Stato Maggiore dell’Esercito alle donne di età compresa tra i 20 e i 26 anni per la coscrizione volontaria non poteva non essere accompagnato dalla frase “la responsabilità della patria riguarda anche me”.
E in questa stessa frase si condensa il modo in cui lo Stato tenta di estendere il suo controllo sui nostri corpi e sulle nostre vite, esigendo non solo il consenso, ma anche la nostra partecipazione attiva alla riproduzione della sua sovranità. In particolare, gli annunci, che si inseriscono nell’Agenda Territoriale 2030 dell’UE, invitano infatti le donne ad arruolarsi nell’esercito di terra per un periodo pilota di 12 mesi, a partire da aprile, con 200 “volontarie” presso il centro di addestramento per il materiale bellico di Lamia.

È certo che la coscrizione delle donne non rappresenta un passo verso la libertà o l’uguaglianza, ma un’estensione della stessa violenza che organizza il mondo dello Stato e del capitale. Non è un “diritto” partecipare alla guerra, ma è piuttosto un rintocco funebre, un ulteriore tentativo di normalizzare l’idea che tutti dobbiamo essere a disposizione per le esigenze della sovranità.
Non è un caso che questo arruolamento volontario nell’esercito venga presentato come elemento costitutivo dell’esistenza nazionale indipendente, con un termine come “opportunità” e al tempo stesso come continuazione legale del “glorioso passato greco”; come responsabilità in un periodo in cui “le condizioni in continuo mutamento creano nuove esigenze”.

Proprio in queste condizioni di generalizzazione del totalitarismo moderno, di impoverimento quotidiano e di cristallizzazione del mosaico distopico dello sfruttamento, la cosiddetta parità di genere, sotto la maschera della democratizzazione, viene sfruttata dallo Stato e dai suoi meccanismi come strumento per riprodurre gerarchie ed estorcere consenso. Questo metodo viene utilizzato per colmare i conflitti sociali sotto l’ombrello di “inclusione”, di “onore nazionale” e di “offerta”, regolamentando al contempo i nostri corpi e preparando la base sociale come “destinata” a far parte di una macchina militare collettiva.
In questo modo, le donne vengono presumibilmente ristabilite come soggetti attivi, mentre in realtà sono invitate a integrarsi proprio in queste esigenze di dominio statale e capitalistico e a custodire la rete conservatrice di relazioni sociali che ci chiama ad assumere “posizioni di battaglia”.
Inoltre, nel complesso, si comprende che per salvaguardare i piani di sovranità territoriale e di espansione militare ed economica, mascherati da volgari mantelli di “assistenza sociale” e “bene comune”, ma anche per normalizzare le sirene di guerra che ricominciano a ululare, gli Stati instaurano e rafforzano metodicamente questa rete di disciplina e subordinazione che permea ogni aspetto della vita sociale.
Dalla scuola al campo, i corpi vengono addestrati all’obbedienza, all’allineamento e all’integrazione in strutture gerarchiche, mentre la violenza viene interiorizzata come mezzo necessario per mantenere “ordine” e coesione.
In altre parole, la militarizzazione non si limita agli spazi delle forze armate, ma permea la vita quotidiana, trasformando la società in un meccanismo in cui sorveglianza, paura e obbedienza diventano la norma e in cui la preparazione alla guerra si identifica con l’organizzazione stessa della vita.
Allo stesso tempo, la militarizzazione non può essere separata dalla più ampia realtà di sfruttamento ed esclusione. Gli stessi meccanismi che oggi chiamano le donne a difendere la patria sono i medesimi che lasciano le lavoratrici in condizioni di precarietà, che trasformano migranti e rifugiati in manodopera a basso costo e sacrificabile, che alimentano e riproducono la violenza di genere e l’esclusione sociale.
Di conseguenza, non dobbiamo illuderci che questi meccanismi, strutturalmente e a priori programmati per attuare e riprodurre oppressione, repressione e sfruttamento di genere in ogni ambito della vita privata e pubblica, possano mostrare una qualche sensibilità, anche solo per finta. Dopotutto, il potere può gestirsi e mascherarsi, ma il suo elemento strutturale sarà sempre il bisogno di controllo.
Ed è evidente che la patria per la quale siamo chiamate a combattere non è un luogo comune di libertà, bensì un campo di sfruttamento e di morte.

Ci rifiutiamo, quindi, di essere trasformate in “carne” nelle mani di un meccanismo che produce morte, distruzione e sottomissione. Ci opponiamo e lottiamo quotidianamente contro il nazionalismo che vuole che ci identifichiamo con gli interessi del sovrano, contro il patriarcato che estende il suo controllo persino attraverso la “integrazione”. Anche in tempi in cui, di fronte a confini, formazioni di capitale transnazionali e guerre, la vita umana viene chiaramente svalutata, è la dignità dell’esistenza che non potrebbe mai essere placata né limitata agli stretti confini della pianificazione territoriale dell’UE, dei proclami e dei “bonus” professionali dello Stato Maggiore.

E al contempo creiamo le nostre dichiarazioni, proponendo un’altra prospettiva: quella della solidarietà internazionalista tra coloro che subiscono lo sfruttamento, una prospettiva che trascende i confini nazionali e le divisioni artificiali imposte dall’alto!
Perché non abbiamo nulla da difendere in questo mondo di disuguaglianze, guerre e oppressione, sfruttamento e morte. Né potremmo mai riconoscere alcuna responsabilità verso stati che organizzano la vita in termini di dominio e morte.
Perché la responsabilità che ci assumiamo è quella degli uni verso gli altri, verso ogni persona che resiste, verso la possibilità stessa di una vita libera da sfruttamento, confini e potere. E così manteniamo incrollabile la promessa che, di fronte all’intensificarsi del totalitarismo, della barbarie e della morte, la libertà non si può conquistare combattendo, ma al contrario si costruisce attraverso la lotta, una lotta totale destinata a schiacciare ogni potere, la lotta anarchica che non si fermerà finché non avremo sradicato l’oppressione, lo stato, il capitalismo, il patriarcato dalle fondamenta, finché non avremo costruito un mondo di uguaglianza, libertà e dignità.

LOTTE INTERNAZIONALISTE CONTRO IL PATRIARCATO, LO STATO E IL CAPITALE – CONTRO IL NAZIONALISMO, IL FASCISMO E LA GUERRA

Donne Libere del Collettivo per l’Anarchismo Sociale – “Nero e Rosso”
membro dell’Organizzazione Politica Anarchica – Federazione dei Collettivi

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