«Siamo un’azienda globale». La frase pronunciata da Pasquale Natuzzi durante il consiglio comunale aperto del Comune di Santeramo probabilmente è la chiave migliore per comprendere ciò che sta accadendo oggi non solo alla Natuzzi, ma all’intero distretto del mobile imbottito tra Puglia e Basilicata.
Per anni quel distretto è stato raccontato come una delle storie di successo del capitalismo italiano: fabbriche radicate nel territorio, imprenditoria locale, lavoro diffuso, esportazioni in tutto il mondo. Santeramo, Altamura, Matera, Laterza, Ginosa: nomi che hanno costruito un pezzo importante della geografia industriale del Mezzogiorno.
Oggi però quella storia mostra tutte le sue contraddizioni.
La lunga vertenza Natuzzi, trascinata per mesi tra tavoli ministeriali, incontri regionali, piani industriali e rotture delle trattative, non riguarda soltanto una crisi aziendale. Racconta qualcosa di più profondo: la trasformazione del rapporto tra impresa, territorio e lavoro dentro la globalizzazione contemporanea.
L’azienda parla apertamente di ristrutturazione, competitività, esternalizzazioni, reshoring, equilibrio economico-finanziario e adattamento del modello di business. Il lessico è quello tipico delle corporation globali, dove il territorio e il lavoro vengono letti soprattutto attraverso i criteri della sostenibilità economica e della capacità di reggere la competizione internazionale. E in effetti la Natuzzi di oggi non è più semplicemente la grande fabbrica del territorio. È una realtà quotata a Wall Street, presente con oltre mille punti vendita nel mondo, che punta all’espansione commerciale internazionale tra Londra, Singapore e Cina, mentre contemporaneamente ridisegna il proprio assetto produttivo nella Murgia.
Da una parte si annunciano nuovi negozi, investimenti nel marketing, nello sviluppo commerciale internazionale, nella logistica integrata e nella creazione di nuove società di servizio. Dall’altra si discutono esuberi, chiusure di stabilimenti, ricollocazioni del personale, incentivi all’esodo, cassa integrazione e riduzione del costo del lavoro.
È qui che la frase «siamo un’azienda globale» acquista il suo significato reale.
Non vuol dire soltanto vendere prodotti in tutto il mondo. Vuol dire soprattutto che il territorio entra dentro una competizione permanente con altri territori.
Santeramo compete con la Romania. La Murgia compete con altre aree produttive internazionali. E i lavoratori vengono spinti a competere con altri lavoratori dentro una filiera globale governata dalla riduzione dei costi.
E infatti uno dei punti centrali della trattativa riguarda proprio il reshoring, cioè il possibile ritorno in Italia di alcune produzioni oggi delocalizzate all’estero. Ma anche questo ritorno viene subordinato a una condizione precisa: la sostenibilità economica. Tradotto: si produce qui solo se conviene abbastanza.
In questo senso la globalizzazione non elimina il territorio. Lo trasforma in una variabile economica. Per decenni il distretto industriale aveva funzionato come una comunità produttiva relativamente integrata, fondata sulla presenza di manodopera locale, filiere territoriali, saperi diffusi e un forte legame tra fabbrica e tessuto sociale. La crescita delle imprese coincideva, almeno in parte, con quella del territorio che le ospitava.
Oggi invece quel modello appare profondamente cambiato.
Il distretto sopravvive solo se riesce a restare competitivo dentro una filiera globale dominata dalla pressione sui costi, dalla mobilità produttiva e dalla finanziarizzazione.
E qui emerge un’altra contraddizione evidente. Da un lato le istituzioni continuano a descrivere Natuzzi come un simbolo della Puglia produttiva, un patrimonio del territorio, un’eccellenza del Made in Italy, quasi un “faro” dello sviluppo industriale meridionale. Dall’altro, però, l’intera discussione sul futuro del gruppo ruota attorno alla necessità di ridurre i costi, riorganizzare la produzione, esternalizzare attività, incentivare uscite e utilizzare ammortizzatori sociali per mantenere competitiva l’azienda.
Anche il ruolo delle Regioni si colloca dentro questa logica. Si parla di decontribuzione, politiche attive, fondi per la formazione, strumenti pubblici di accompagnamento e sostegno agli investimenti. In pratica il territorio viene chiamato a sostenere economicamente la permanenza dell’impresa globale, nel tentativo di renderlo sufficientemente competitivo rispetto ad altre aree produttive.
Anche il linguaggio dell’“esubero zero” racconta bene questa ambiguità. Gli esuberi non scompaiono davvero: vengono trasformati in prepensionamenti, incentivi all’uscita, ricollocazioni, mobilità, cassa integrazione. Il problema sociale non viene eliminato, ma redistribuito nel tempo e assorbito progressivamente dal territorio e dal welfare pubblico.
Non a caso i sindacati hanno parlato di lavoratori che «pagano due volte»: come operai, con salari ridotti e anni di ammortizzatori sociali, e come cittadini, attraverso il sostegno pubblico garantito all’azienda.
Ed è forse questo il punto politico più importante della vicenda.
Gli ammortizzatori sociali, che un tempo rappresentavano uno strumento straordinario per affrontare crisi temporanee, diventano ormai una componente strutturale del modello produttivo. La crisi non appare più come un evento eccezionale, ma come una condizione permanente della vita industriale.
Nel frattempo cresce anche la pressione finanziaria. La quotazione al New York Stock Exchange, le difficoltà di bilancio, il rischio di delisting, i ritardi nel pagamento dei salari mostrano quanto anche una storica azienda manifatturiera italiana sia ormai immersa nelle logiche della finanza globale.
E allora la vicenda Natuzzi smette di essere soltanto una vertenza locale.
Diventa il racconto di una trasformazione più ampia: quella di un capitalismo che mantiene i marchi, i simboli e la retorica del territorio, ma organizza sempre più produzione, lavoro e investimenti secondo criteri globali di redditività.
Per anni il distretto del mobile imbottito è stato indicato come esempio di sviluppo territoriale. Oggi quella stessa storia mostra il suo rovescio. Quando un’impresa dice «siamo un’azienda globale», sta dicendo anche che il rapporto con il territorio non è più un legame stabile, ma una relazione continuamente rimessa in discussione dalla competizione mondiale, dalla redditività finanziaria e dalla capacità di comprimere costi e lavoro.
E in questa competizione le comunità locali scoprono improvvisamente di non essere più il centro della storia industriale, ma una variabile tra le altre. I lavoratori e le lavoratrici, invece, lo avevano già appreso a proprie spese.
Totò Caggese