Offerte allettanti per i padroni. Verso la fascistizzazione dei sindacati

Il 17 giugno i segretari confederali di CGIL, CISL e UIL hanno firmato le “Proposte per un accordo quadro interconfederale”, con lo scopo di definire le procedure della contrattazione collettiva, per il riconoscimento delle organizzazioni più rappresentative, insieme ai temi della formazione, della salute e sicurezza e della partecipazione.

Si tratta di un passaggio impegnativo per le tre confederazioni, dopo la legge sulla partecipazione e l’ultimo decreto lavoro. Ad un primo esame, sembra una proposta orientata verso un accodamento alle politiche governative.

Da segnalare il fatto che il tema “Salute e sicurezza”, su sette pagine di documento, prenda solo sette righe. Il tema centrale delle Proposte è quello della contrattazione, e in particolare del controllo degli aumenti salariali. L’affermazione secondo cui “La crescita delle retribuzioni a livello nazionale dovrà essere adeguata al reale recupero e incremento del potere di acquisto” è subito smentita, perché condizionata dalle dinamiche macroeconomiche e dagli andamenti di settore.

Più in particolare, vengono definiti il Trattamento Economico Minimo (TEM) e il Trattamento Economico Complessivo (TEC).

Concorrono a formare l’ammontare del TEM i minimi tabellari, indennità di contingenza, scatti di anzianità, EDR ed altri elementi fissi e continuativi definiti dalla contrattazione nazionale. Questa contrattazione porterà a variare il TEM, avendo a riferimento l’indice IPCA NEI calcolato dall’Istat. Viene spontaneo domandarsi perché non viene utilizzato l’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati (FOI), alla cui elaborazione concorrono anche tecnici di parte sindacale. In base ai dati ISTAT, a maggio 2026, l’aumento dei prezzi rispetto allo stesso mese dell’anno precedente secondo l’indice IPCA era del 2,1, secondo l’indice FOI era del 3,2. Ci dovrebbe far capire qualcosa il fatto che per altre rivalutazioni contrattuali (es. il contratto di affitto) viene usato l’indice FOI. In pratica l’operaio vede il proprio affitto rivalutato più di quanto non venga rivalutata la sua retribuzione contrattuale.

Come i lettori di Umanità Nova già sanno, l’indice IPCA NEI fa riferimento all’Indice dei Prezzi al Consumo Armonizzato per gli Stati dell’Unione Europea. L’Unione Europea ha stabilito che l’IPCA venga usato nella verifica della convergenza delle economie nazionali per gli stati che hanno richiesto l’adesione all’Unione Monetaria e per la permanenza nella stessa degli stati già aderenti. L’IPCA si basa sul prezzo effettivamente pagato dal consumatore, e quindi considera anche sconti e promozioni. L’IPCA NEI esclude dal calcolo le variazioni dei prezzi dovute ai prodotti energetici importati.

Questo passaggio è importante perché proprio l’adozione di questo indice portò la CGIL a non firmare l’Accordo quadro sulla riforma degli assetti contrattuali del 22 gennaio 2009, che, da parte sindacale, fu firmato solo da CISL e UIL. Tale mancata firma è stata priva di conseguenze sostanziali perché poi, a livello di contrattazione collettiva, le varie categorie hanno proposto rinnovi contrattuali in linea con l’indice IPCA, ritrovandosi poi con il classico pugno di mosche. Da quando, alla fine degli anni ‘70 del secolo scorso, Luciano Lama ha definito il salario come variabile dipendente dell’andamento dell’economia nazionale, cioè dell’accumulazione capitalistica, la CGIL è stata sempre all’avanguardia nelle politiche di impoverimento della classe operaia. Con questa proposta torna di diritto in questo ruolo, e non solo di fatto. Ci voleva l’arrivo del sinistro Maurizio Landini alla segreteria della Confederazione per portare a termine questa ennesima prova di subalternità al padronato e al governo.

Un altro aspetto significativo di questa proposta dei vertici sindacali è il rapporto con il concetto di salario giusto introdotto dal Governo Meloni nell’ultimo decreto lavoro. Il decreto, approvato alla vigilia del Primo Maggio con un evidente fine propagandistico, è stato trasformato in legge senza chiasso, mentre il mondo politico era concentrato, prima, sulla querelle tra Giorgia Meloni e Donald Trump, poi sulla modifica della legge elettorale. Questo è un altro segno di ciò che può aspettarsi la classe operaia dal Parlamento. Le stesse dichiarazioni roboanti di Maurizio Landini, che ha dato un giudizio fortemente negativo sul decreto e sull’entrata a gamba tesa del governo in materie destinate alla contrattazione, non si sono poi trasformate in un impegno concreto di lotta, né, evidentemente, in pressioni su parlamentari e organi di informazione vicini al sindacato.

Ma cosa prevede questo decreto? Umanità Nova ne ha già parlato, ed è bene ribadire il concetto: ci troviamo di fronte ad una revisione costituzionale ben più significativa della separazione delle carriere della magistratura. La costituzione ribadisce il diritto, per ogni lavoratore (e lavoratrice), ad un salario “in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Che cosa sia una vita libera e dignitosa dipende dal livello di civiltà raggiunto; in ogni caso il giusto salario viene definito sulla base delle esigenze della persona che lo riceve, intese ovviamente come esigenze medie della classe di appartenenza, ma comunque in modo autonomo rispetto alle indicazioni di politica economica del governo. Il decreto lavoro, o meglio la legge 112/2026, definisce il salario giusto come quello stabilito dalla contrattazione collettiva. Si viene così a creare un corto circuito logico: se la contrattazione collettiva si doveva ispirare all’attuazione della costituzione nella parte riguardante il giusto salario, ora è la contrattazione collettiva ad essere punto di riferimento per il salario giusto.

Questa contraddizione logica viene abilmente risolta dalla proposta dei tre porcellini CGIL, CISL e UIL, là dove afferma che la crescita dei salari contrattuali dovrà essere conseguente alle dinamiche macroeconomiche e agli andamenti specifici di settore. Riporto per esteso il passaggio: “La crescita delle retribuzioni a livello nazionale dovrà essere adeguata al reale recupero e incremento del potere di acquisto, anche conseguente alle trasformazioni dei prodotti e dei processi, ecologiche, dell’introduzione delle tecnologie digitali, delle conseguenti innovazioni organizzative e professionali, delle dinamiche macroeconomiche e degli andamenti specifici di settore.” All’inizio si afferma che la crescita delle retribuzioni dovrà essere adeguata ecc.; poi la congiunzione “anche” dà l’idea che altre cose si aggiungano a questa crescita delle retribuzioni, così come, in busta paga, alla paga base si aggiunge la contingenza, l’EDR e così via. In realtà è il participio “conseguente” che dà il senso alla frase. Sfrondata da tutti gli orpelli retorici, l’affermazione è chiara e forte: LA CRESCITA SALARIALE SARÀ CONSEGUENTE ALLE DINAMICHE MACROECONOMICHE E AGLI ANDAMENTI DI SETTORE. È un chiaro esempio di retorica sindacale, in cui si afferma la sostanziale subordinazione del salario, mentre si dà l’idea di affermare il contrario!

In questo modo, la lettera della costituzione rimane invariata, ma la costituzione sostanziale ne è totalmente stravolta, dimostrando ancora una volta che gli impegni dei governanti nei confronti delle classi sfruttate sono scritti sulla sabbia.

Perché la CGIL, ma anche la CISL e la UIL, vengono meno, ancora una volta, al loro compito di difendere la classe lavoratrice? Non è logico pensare che questa mancata difesa degli interessi dei lavoratori si traduca in una disaffezione da parte di questi ultimi e di conseguenza in un calo delle entrate necessarie a far funzionare la macchina sindacale?

Ora, è ormai assodata l’idea che la burocrazia, compresa anche quella sindacale, sia uno strato sociale distinto e separato, con interessi specifici, particolari; essa costituisce la fonte di tutta una serie di caratteristiche relazioni “burocratiche”. Di primo acchito sembrerebbe che questa burocrazia, tuttavia, dovesse avere tutto l’interesse a migliorare le condizioni dei lavoratori, in modo da giustificare la propria esistenza ed incrementare le proprie entrate con le nuove adesioni che una politica di contrapposizione al padronato e al governo porterebbe.

In realtà, ogni burocrazia è incapace di affrontare i problemi sociali. Il legame essenziale di ogni burocrazia è il legame burocratico, tanto all’interno dell’organizzazione, quanto in rapporto al corpo amministrato (in questo caso la classe operaia). Anche ammettendo che i burocrati sindacali siano in possesso di buona volontà e di zelo, sono impossibilitati ad affrontare problemi che esulano dalle loro competenze e possono mettere a rischio l’organizzazione, magari stimolando una maggior partecipazione delle persone organizzate.

D’altra parte, i contributi di chi svolge attività lavorativa rappresentano una parte residuale delle entrate sindacali: una buona parte deriva dai contributi di chi è andato in pensione e dai compensi per i servizi di patronato, in cui maggiormente opera la burocrazia. Per svolgere efficacemente quest’opera, la burocrazia ha bisogno di un rapporto continuo con le istituzioni statali e con la controparte, rapporti che escludono una contrapposizione frontale.

Niente di che stupirsi, se consideriamo che i sindacati confederali attuali sono gli eredi dei sindacati fascisti. Quando cadde il governo Mussolini, il 25 luglio 1943, il nuovo presidente del consiglio Pietro Badoglio nominò commissari liquidatori dei sindacati fascisti rappresentanti del Partito Comunista, del Partito Socialista e della Democrazia Cristiana: da questo passaggio, e non dalla libera associazione delle leghe dei lavoratori, nacque la CGIL, che non perse mai le sue caratteristiche di sindacato corporativo, cioè subordinato agli interessi del grande capitale.

Non è strano quindi che l’azione congiunta delle “Proposte per un accordo quadro interconfederale” elaborate da CGIL, CISL e UIL, e del decreto lavoro varato da Governo Meloni ed ora trasformato in legge, delineino per il sindacato un futuro simile a quello dei sindacati fascisti.

Tiziano Antonelli

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