Attacco all’anonimato. Internet: pretesti educativi per controllare la comunicazione

John Perry Barlow (1947-2018), saggista e poeta, autore di molti dei testi delle canzoni dei mitici “Grateful Dead” è stato uno dei primi “cyber-attivisti” e l’autore della “Declaration of the Independence of Cyberspace” (Davos, 8 febbraio 1996). Chi la legga oggi per la prima volta potrebbe rimanere davvero sorpres*. Sia perché descrive una Internet molto diversa da quella che conosciamo, sia perché – ingenuità politiche a parte – l’autore di quel documento aveva già compreso le potenzialità della comunicazione mediata da computer e la sua inevitabile diffusione. Nella “Dichiarazione” veniva chiesto agli Stati e ai Governi di non interferire nel “Cyberspazio”, definito come un mondo virtuale nel quale si stava costruendo una sorta di utopia sociale che non prevedeva frontiere e discriminazioni, una nuova società basata su regole condivise invece che imposte.

In quegli anni le limitazioni e i controlli relativi all’utenza si limitavano esclusivamente a proteggere le risorse militari e poco altro. Uno dei più diffusi protocolli di comunicazione usato per trasferire i file era chiamato “anonymous ftp” perché il server non chiedeva alcun dato a chi si collegava per caricare o scaricare un file.

Anche negli ambiti della comunicazione collettiva interpersonale, che già esisteva anche se non si chiamava “social”, nessuno faceva caso al fatto che usavi un “nickname” (soprannome) al posto di un nome e cognome.

In particolare un passaggio nella “Dichiarazione” sembra davvero scritto ieri sera: “Siete terrorizzati dai vostri figli, poiché sono nativi di un mondo nel quale voi sarete sempre immigrati. Poiché li temete, affidate alle vostre burocrazie le responsabilità genitoriali con le quali siete troppo codardi per confrontarvi.”

Dopo trenta anni, l’ipocrita ossessione che dovrebbe proteggere i minori dai pericoli di Internet è qualcosa che è aumentata a dismisura e ha colpito a tutti i livelli e in tutti i paesi del mondo, e che rischia di mettere fine all’anonimato, uno dei principi fondanti della libertà di comunicazione in Rete.

Come spesso accade, quando si tratta di questioni del genere, gli Stati Uniti occupano una posizione di avanguardia che farà da modello per gli altri paesi. Anche se, per il momento, ci sono solo due stati che hanno approvato delle leggi che dovrebbero impedire l’accesso dei minori a programmi e a contenuti ritenuti non appropriati per la loro età.

A partire dal 2027 i computer venduti in California dovranno essere modificati in modo che al momento della creazione della prima utenza sarà necessario inserire, oltre al nome e alla password, anche una data di nascita. In questo modo le applicazioni installate sul computer potranno impedire o limitare l’uso di determinati programmi. In Colorado una legge analoga entrerà in vigore nel 2028. Le aziende responsabili dello sviluppo dei Sistemi Operativi dovranno farsi carico della creazione di questo sistema. Anche in altri stati sono state presentate norme simili e a livello federale è in discussione da tempo una legge che, se approvata, verrebbe applicata in tutti gli USA.

La cosa che farà sobbalzare qualche politic* nostran*, se leggerà queste notizie, è il funzionamento del sistema che verrà applicato: in California verrà richiesta l’età ma non ci sarà alcuna verifica sull’informazione fornita. In pratica si è usata quel minimo di ragionevolezza (difficilmente un* dodicenne può permettersi l’acquisto di un computer) per cui saranno i genitori a decidere che data di nascita verrà inserita sul computer che useranno i figli e le figlie. Altre proposte che circolano prevedono invece che venga archiviata sul computer un qualche tipo di prova che certifichi l’età. Si va dalla classica patente di guida, alla carta di credito, ad una foto del viso.

Come è evidente anche a chi non ha competenze informatiche specifiche, le due soluzioni in campo sono alquanto diverse. La prima si basa sulla ragionevolezza e sulla responsabilizzazione di chi dovrebbe prendersi cura dei minori, la seconda porta solo a una serie di effetti collaterali.

Lo scorso mese di febbraio, un noto sito che pubblica contenuti etichettati come pornografici aveva bloccato la maggioranza delle connessioni provenienti dal Regno Unito in quanto non si era dotato degli strumenti per verificare la maggiore età di chi si collegava. Nelle isole inglesi, il recentemente approvato “Online Safety Act” aveva colpito, come sempre succede in questi casi, anche siti completamente privi di contenuti ritenuti osceni. In “soccorso” delle persone che frequentano certi siti è arrivata una delle maggiori aziende che produce smartphone, che da marzo ha implementato un controllo obbligatorio dell’età direttamente nel suo Sistema Operativo. Per cui adesso i possessori di quei telefonini possono collegarsi senza problemi al sito proibito. Questo sistema, oltre che per l’UK, è stato (per il momento) attivato per la Corea del Sud e per Singapore.

Il Governo di Sua Maestà ritiene che bloccare, per i minori di 16 anni, l’uso delle più diffuse piattaforme social sia un modo per costruire “una nuova normalità per le generazioni future, dare il via a un cambiamento culturale e guidare la lotta del governo per fornire a ogni bambino il modo migliore per iniziare la propria vita”.

Come se non bastasse, è stata ventilata la possibilità di impedire l’accesso anche ai siti che trasmettono video in diretta e alle applicazioni che permettono videochiamate con estranei. Per finire, si pensa anche di attivare una sorta di “coprifuoco” durante il quale i minori di 18 anni non possono usare determinati programmi.

Chi si oppone al varo di questo tipo di norme solleva due critiche fondamentali: la prima è che la proibizione funziona (quando funziona…) solo costringendo tutte le persone a identificarsi e quindi aprendo la strada al definitivo controllo di massa di Internet. La seconda mette in guardia dal concreto pericolo insito nella proliferazione della registrazione in formato digitale dei nostri dati personali, che rende sempre più pericolosa ogni violazione degli archivi. Alla metà di giugno, un noto gruppo di “estorsori digitali” ha dichiarato di aver violato un computer gestito dal Consiglio Europeo e ha messo in vendita i 429 mila file copiati. Fino a questo momento, i responsabili di quell’archivio hanno risposto a chi chiedeva conto di questo attacco con il tradizionale “no comment”.

Alle due critiche citate ne andrebbe aggiunta almeno una terza. Una legge che proibisce l’uso di una piattaforma social e non di un’altra significa, in concreto, che favorisce una determinata azienda al posto di un’altra. E stiamo parlando di interessi milionari.

Una delle principali fonti di confusione, per chi crede sia possibile risolvere facilmente i problemi in questo ambito, è la varietà di norme che limitano l’accesso a determinate risorse di Internet. Solo per citare alcuni esempi all’interno dell’Unione Europea, la creazione di un account social è vietata ai minori di 14 anni in Austria, Italia e Spagna; ai minori di 15 in Francia e Grecia; ai minori di 16 in Germania, Ungheria e Lussemburgo. A livello internazionale, i divieti variano da paese a paese, con un’età minima compresa tra i 13 e i 18 anni. In Australia, dove dal dicembre 2025 l’accesso ai social è consentito solo ai maggiori di 16 anni, una recente ricerca commissionata dal Governo sembra aver rilevato che circa l’85% dei minori ha, in qualche modo, aggirato la norma.

Negli ultimi due anni si è intensificato il dibattito sulla realizzazione di un’applicazione dedicata alla verifica dell’età.    Esiste già una versione di prova di tale programma, che gode del pieno sostegno delle autorità dell’Unione Europea. Nonostante le numerose comunicazioni ufficiali, la data di rilascio definitivo rimane ancora incerta. Si può notare però che si sovrappone, parzialmente, a quel “porta documenti digitale” del quale dovrebbero dotarsi tutti gli europei entro la fine del 2026, salvo proroghe. Il garbuglio delle normative riguardanti la sfera digitale, tra quelle locali e quelle comunitarie, non ha ormai limiti e, probabilmente, è anche a prova di Intelligenza Artificiale.

In Italia sono arenate in Parlamento diverse proposte di legge simili a quella inglese, ovviamente per tutelare i minori, in modo ancora più “stretto” di quanto già non siano. Proposte che arrivano da tutti i partiti politici, ma con una certa prevalenza di quelli di “sinistra”, e qui ci vorrebbero più di una coppia di virgolette.

Dietro la tanto sbandierata attenzione per la protezione dei minori si nasconde, senza troppo successo, un altro obiettivo, molto più ambizioso, quello di controllare le persone e le idee che esprimono quando comunicano con altre persone sulla rete. Per raggiungere questo risultato c’è solo un modo, quello di identificare le persone o, in altre parole, vietare l’anonimato su Internet.

Tra le ultimissime iniziative che spingono in questa direzione si può segnalare l’annuncio dell’apertura di un ennesimo social, che al momento è ancora in “rodaggio” e al quale è possibile iscriversi solo tramite invito. Ecco la sua sintetica presentazione: “Stiamo costruendo W – una piattaforma di social media realizzata in Europa, per il mondo. Regolata dal diritto europeo, con i dati ospitati sulle infrastrutture europee e progettata per le conversazioni tra gli esseri umani in tutto il mondo.”

La principale caratteristica di questo social è che per partecipare alle discussioni bisogna essere identificati, cosa che si può fare tramite un’apposita applicazione per cellulari. Inutile dire che questa è diversa da quella che abbiamo citato più sopra… Va anche notato che l’iniziativa è di un’azienda svedese e quindi rientra nell’ambito delle attività commerciali che notoriamente sono a scopo di lucro e ben poco hanno a che vedere con la libertà di comunicazione.

Perché poi, gira e rigira, il motore principale è sempre il sistema del profitto che non ha certo remore a usare i minori come bersaglio della pubblicità sui social, inventando sempre nuovi sistemi per catturare la loro attenzione. Ancora meno remore a supportare norme che limitino la libertà di comunicazione a prescindere dall’età.

Pepsy

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