C’è una linea invisibile che attraversa il Mediterraneo, però non si trova nei comunicati ufficiali o nelle cronache dei giornali borghesi che vi parlano di democrazia di élite bianca. È una linea rossa tracciata col sangue e col greggio, una trama di flussi energetici globali che connette giacimenti lontani, raffinerie nostrane e scenari di sterminio. È la struttura logistica del capitale che nutre la sua insaziabile fame di potere attraverso ecocidi e genocidi, macinando tutto ciò che incontra nel suo cammino verso il baratro dell’umanità.
In occasione del 25 Aprile, ho incontrato in Sicilia Leandro Lanfredi, operaio petrolchimico e direttore del sindacato Sindipetro-RJ e della FNP di Rio de Janeiro, pronto a imbarcarsi per Gaza con la Global Sumud Flotilla, sequestrato poi da lì a poco a Creta dallo stato di Israele. Mi ha consegnato i dati del Palestinian Institute for Climate Strategy, un gran lavoro di ricerca di attivist3 che squarcia il velo dell’invisibilità. Questi dati ci mostrano che l’Italia non è un’osservatrice neutrale, ma uno snodo vitale nella circolazione di combustibili fossili per il sistema energetico israeliano. Da queste indagini emerge il ruolo di Vitol (il gigante nell’ombra), il più grande trader indipendente di petrolio al mondo. Con un fatturato di 343 miliardi di dollari nel 2025 e una gestione di 8 milioni di barili al giorno, Vitol controlla una quota di mercato superiore al fabbisogno combinato di Francia, Germania, Italia, Spagna e Regno Unito. Non è un intermediario, è un’infrastruttura globale di dominio. Dal 2020, questa piovra ha spedito circa 21 milioni di barili (2.890 kilotoni) verso le arterie vitali di Israele, come la Eilat Ashkelon Pipeline Company e la raffineria Bazan.
Nel 2026, mentre le tensioni geopolitiche contraggono l’offerta, Vitol e i suoi 400 partner — protetti da un’architettura opaca tra Lussemburgo e Svizzera con tasse ridicole al 14% — non subiscono la crisi ma la gestiscono. Organizzano i flussi affinché il profitto non si fermi mai, nemmeno davanti ai corpi martoriati.
In questo quadro l’Italia è parte attiva di una filiera che trasforma, distribuisce e riesporta energia. Non esiste una prova lineare che colleghi ogni singolo carico a un uso militare, ma esiste un dato strutturale: l’integrazione piena dell’Italia in un sistema che alimenta anche contesti di guerra. I dati mostrano un sistema energetico globale integrato, attori come Vitol con potere enorme, e un’Italia perfettamente inserita in questa rete. Le dichiarazioni ufficiali parlano di pace, ma i flussi materiali raccontano un’altra storia.
Tra giugno e luglio 2025, decine di migliaia di tonnellate di prodotti petroliferi sono transitati per i nostri porti. Tra il 2022 e il 2026, circa 13 milioni di barili di greggio brasiliano sono stati estratti e venduti a Israele tramite Vitol, aggirando i boicottaggi dei lavoratori. Nel febbraio 2026 Vitol ha effettuato la prima spedizione confermata di 200.000 barili di greggio venezuelano verso Israele, transitando proprio per la raffineria Saras in Sardegna, nonostante le proteste sindacali.
Il governo guidato da Giorgia “camicetta nera” Meloni ribadisce un sostegno politico netto al massacro, con Benito La Russa a incarnare un atlantismo rigido che non mette mai in discussione le infrastrutture del capitale. Ma fermarsi alla destra sarebbe un errore ingenuo. Il Partito Democratico, nei suoi anni di governo, ha garantito la medesima continuità: cambiano i nomi delle “camicette”, ma non cambia il ruolo dell’Italia come ingranaggio della macchina bellica.
Ma questa supremazia e impunità colonialista non è solo di oggi, ha origini lontane e non si è mai arrestata; ha solo cambiato pelle. Mentre l’Europa bianca festeggiava la fine del nazifascismo nel maggio del 1945, le stesse potenze “liberatrici” continuavano a trucidare vite in Algeria, Eritrea e Senegal. Proprio l’8 maggio 1945, mentre a Parigi si festeggiava, a Sétif e Guelma l’esercito francese massacrava migliaia di civili che chiedevano indipendenza. Dobbiamo ricordare che la vera Resistenza antifascista all’invasore nacque già nel 1935 in Etiopia, contro l’aggressione militare fascista che utilizzò gas asfissianti contro un popolo libero. Quella guerriglia, che continuò anche dopo la proclamazione dell’impero, ci insegna che non c’è differenza tra il colonialismo di Mussolini e il sistema estrattivo che oggi affama Abya Yala per alimentare i bombardieri su Gaza.
Oggi, i talk-show del “liquame mediatico” ospitano burattini del potere liberi di deridere la Global Sumud Flotilla, riducendo uno sforzo di solidarietà internazionale a un bilancio contabile. Benito La Russa in uno dei suoi ultimi show si domanda riferendosi alla Flotilla: “Quanti bambini avete salvato?”. Tacciono però sulle responsabilità di chi fornisce il carburante, armi e protezioni internazionali per ucciderli, questi bambini.
Certo, le flottiglie hanno speso 9 milioni di dollari senza riuscire a portare un farmaco, e da anarchico avrei voluto vedere azioni più dirette e meno gerarchiche di quelle delle ONG. Ma la loro funzione è un’altra: rompere l’isolamento e rendere visibile ciò che gli Stati democratici vogliono nascondere nella nebbia della propaganda e del diritto internazionale che vale “fino ad un certo punto”.
Nei porti italiani, questa contraddizione è già esplosa. Scioperi e blocchi dei lavoratori della logistica — proprio come quelli guidati da compagni come Lanfredi in Brasile — hanno dimostrato che la “linea invisibile” è concreta, passa sotto le gru e nei container. Uno Stato non può dirsi estraneo a un genocidio se partecipa attivamente alle reti che lo rendono possibile. Finché questa frattura non verrà affrontata dall’azione diretta dei popoli, la linea del sangue continuerà a scorrere. Silenziosa, efficiente, indifferente.
Gabriel Cammarata