La settimana scorsa il governo Meloni ha prolungato di altri 15 giorni la sospensione del trattato di Schengen con lo Stato spagnolo ricevendo, come ovvia contropartita, lo stesso trattamento. Le motivazioni pubbliche e sbandierate sono le solite: contrasto all’immigrazione clandestina, lotta al ‘terrorismo’, ecc. Quelle occulte, per chi le vuole vedere, parlano di rilancio del sovranismo identitario e di tentativo di demolizione di ogni politica immigratoria che non sappia di violenza e sfruttamento intensivo.
La vicenda di Ceuta è stata un’occasione troppo grossa, troppo appetitosa per farsela sfuggire e così; grazie al clima preelettorale già ampiamente arroventato, Meloni e i suoi hanno pensato bene di dar fiato alla grancassa, cercando alleanze a destra e a manca (ognuno ha i volenterosi che si merita) e di mettere sulla graticola il premier Sanchez e il suo governo socialista. Tra i primi a rispondere al loro richiamo la socialdemocratica danese – ovviamente osannata dai ‘giornali’ di Angelucci – e le formazioni dal nazionalismo più becero.
Ma cosa è successo a Ceuta, questo piccolo residuo territoriale (insieme a Melilla) dell’impero coloniale spagnolo in Africa? Il 30 luglio un numero di persone imprecisato ma sicuramente superiore a 60mila, è riuscito a penetrare nella città, soprattutto via mare, credendo che in base ad una sentenza della Corte Suprema spagnola essere a Ceuta equivalesse ad essere in Spagna e quindi nell’Unione europea, potendo così presentare domanda di diritto d’asilo e ottenere una sua valutazione da parte dei tribunali. Ma Ceuta gode di un regime particolare che non contempla l’adesione al trattato di Schengen, poiché non appartiene al territorio metropolitano spagnolo, anche se è sottoposta alle sue leggi e numerose caserme alloggiano nella sua area, come d’altronde a Melilla.
Ancora oggi vi è un rimpallo di responsabilità su chi ha favorito in poche ore questo afflusso ingente in una località che conta abitualmente circa 80mila residenti, creando e vivendo, come si può ben capire, non poche difficoltà.
Inizialmente si è pensato subito alle responsabilità del governo del Marocco – firmatario dei Patti d’Abramo e fedele alleato degli USA – che su istigazione statunitense e israeliana avrebbe operato per mettere in difficoltà Sanchez, allo scopo di punirlo sia per la mancata disponibilità delle basi per l’attacco all’Iran sia per il riconoscimento della Palestina come stato indipendente. Oggi Sanchez scagiona il monarca di Rabat, la sua guardia di frontiera e la sua intelligence da ogni responsabilità e accusa russi, Israele e la destra fascista di avere provocato, con la diffusione a pioggia di fakenews, lo sviluppo di illusioni ed aspettative nelle masse giovanili marocchine e subsahariane desiderose di liberarsi dalle condizioni di repressione, oppressione e sottosviluppo nelle quali sono costrette a vivere sotto il tallone di regimi autocratici, militaristi e patriarcali.
L’operazione, secondo Sanchez, rientra nell’obiettivo congiunto dei suoi attori di sfasciare l’Unione europea, riportandola indietro nel tempo, indebolendola per riconsegnarla agli appetiti delle potenze imperialiste.
Quello che è certo è che l’ondata umana, carica di speranze e di disperazione, nonostante in poco tempo sia stata fortemente ridimensionata con il ritorno in Marocco della maggior parte delle persone, ha fornito agli avvoltoi di turno, ai pennivendoli di regime, a teleMeloni, un’immagine utile alla propaganda più becera fatta di minacce di sostituzione etnica, di barbari alle porte, di terroristi jiadisti e chi più ne ha più ne metta.
Un’immagine prontamente giocata sul tavolo dei rapporti di forza a Bruxelles, cercando di imporre politiche del processo migratorio funzionali alla visione autoritaria e suprematista della destra identitaria. Non è un caso che Sanchez e il suo governo, al netto di tutte le brutture che lo contraddistinguono (vedi la successione di scandali che hanno riguardato membri del governo e della famiglia), sia stato messo al palo proprio per le politiche migratorie messe in atto nel paese, politiche tese alla regolamentazione del ‘mercato del lavoro’ e dei permessi di soggiorno, all’eliminazione del lavoro nero, all’integrazione dei lavoratori e delle lavoratrici immigrate.
Politiche che fanno si che la Spagna sia l’unico paese dell’UE ad avere un tasso di crescita superiore a quello di tutti gli altri. Non che questo sia un dato che ci interessi più di tanto, ma comunque ci dà una lettura diversa rispetto alle soluzioni che altri, Meloni in primis, prospettano, come ad esempio l’esternalizzazione dei migranti in campi di concentramento distribuiti tra Europa e Africa, in Albania, in Uganda, in Kosovo, ecc. Naturalmente senza dare vita a misure sostanziali che possano portare a soluzione, o almeno a una mitigazione, degli effetti più infami dei processi migratori, processi sempre meno eccezionali e sempre più strutturali, anche grazie al riscaldamento terrestre e alle guerre.
Anche i miseri risultati (tutte chiacchiere e distintivo) della conferenza indetta dalla nostra brillante premier la dicono lunga sul valore di quanto fatto e detto. Germania, Austria, Svizzera, Olanda, ecc. hanno deciso di rinviare in Italia, in base agli accordi di giugno sul contenimento dei migranti, le persone sbarcate a suo tempo sul territorio italico e che, in base alla legislazione, qui debbono rimanere per le domande di riconoscimento del diritto a permanerci. La tanto sbandierata solidarietà tra gli Stati per la gestione delle frontiere e dei processi migratori, che dovrebbe stare alla base dei principi dell’Unione, sta dimostrando la sua sostanziale inconsistenza; le crescenti spese militari, l’aumento del costo della vita, la diversificazione del modo di porsi rispetto agli stessi conflitti militari, soprattutto quello russo-ucraino, stanno erodendo alla base la struttura politica dell’Unione e si tratterà di vedere quanto e come le prossime scadenze elettorali, pur se manipolate e costruite con leggi apposite, potranno incidere sul processo degenerativo in corso.
Intanto una cosa dovrebbe essere chiara.
Lo stato demografico del paese Italia prevede per il 2050 (report Istat del 31 agosto u.s.) che “la forza lavoro tra i 15 e i 64 anni scenderà da 24,8 a 21,4 milioni”, mentre la popolazione nel suo complesso calerà di 4 milioni, l’età media supererà i 51 anni e gli ultra65enni arriveranno al 34,5% del totale. E questi sono dati che preoccupano gli utilizzatori di carne umana alla ricerca della crescita inarrestabile. Ma mentre l’èlite economica del paese si preoccupa, la classe politica continua a lavorare per la propria permanenza, o per il ricambio, al potere. Meglio quindi puntare alla pancia del paese incrementando paure e seminando odio; si arriva al paradosso che il governo Meloni aumenta alla chetichella la quota dei lavoratori extra UE per fare fronte alle richieste degli imprenditori mentre al contempo i suoi scherani sul territorio si impegnano a negare bisogni e necessità del mondo immigrato, ormai più che stabilizzato. L’esempio più recente: la negazione dei permessi per la costruzione di una moschea nel territorio veneziano richiesta dalle migliaia di bengalesi che lavorano nei cantieri navali. Un esempio che, anche se non ci scalda il cuore, sta a dimostrare la mancanza di rispetto nei confronti di una comunità pienamente inserita nel tessuto economico del paese.
La realtà è che invece di operare per l’eguaglianza delle libertà e delle possibilità per chiunque si trovi a vivere su questo territorio, dando un colpo definitivo al lavoro nero e al calo progressivo dei salari, si preferisce urlare a ‘dagli al clandestino’, alla paura dell’uomo nero e alla caccia al ‘maranza’, con tutto il suo seguito fatto di difesa dell’identità (quale?), di remigrazione, di rafforzamento dei confini e soprattutto di militarizzazione del territorio con tanto di leggi speciali sempre più autoritarie. Ecco l’utilizzo che il governo italiano e la destra europea stanno facendo di Ceuta, di Schengen e compagnia bella. E questo mentre a Ceuta l’emergenza sociale e umanitaria diventa sempre più grave, con migranti e residenti allo stremo, ondate di aggressioni contro i cittadini stranieri che vivono per strada, centri di accoglienza assolutamente insufficienti, mentre i partiti di destra soffiano sul fuoco della graticola dalla quale Sanchez non sa o non può venirne fuori.
È anche questo un tassello della guerra che sta incendiando il mondo intero.
Massimo Varengo