I gabbiani vengono tutti da Brooklyn. Storia di Giuseppe Zangara.

Quando qualcuno si prende la briga di raccontare roba che finisce male, accade raramente che la storia venga offerta al lettore dalla prospettiva di chi impugna la pistola. Molti anni fa Francesco Guccini osò cantare alla maniera dell’anarchico Pietro Gori la vicenda di un macchinista di cui non conosceva la faccia né il nome, l’età e il colore dei capelli e che nell’estate 1893 tentò di scagliare la sua locomotiva contro un treno pieno di signori. Non riuscì nell’intento, ma il macchinista un nome ce l’aveva – Pietro Rigosi. E aveva pure una faccia, che restò sfigurata dalle conseguenze dell’impatto della sua macchina a vapore, che venne deviata e fatta finire contro alcuni carri merci in sosta su un binario morto alla stazione di Bologna. Francesco Guccini include quella canzone scritta in fretta nel suo quarto album “Radici”, del 1972. La EMI vendette centinaia di migliaia di copie del disco, che tuttora ristampa e continua a vendere. Su YouTube la versione dal vivo alla RTSI di questa canzone conta oltre un paio di milioni di visualizzazioni (e non è neanche quella più vista).
“La locomotiva” mette meravigliosamente in rima parole grosse come giustizia, uguaglianza e libertà e diventa l’inno di chi non è capace di rassegnarsi. Il resto lo sapete tutti: per decenni l’autore usò quella ballata ribelle per concludere i suoi concerti. I benpensanti nei salotti televisivi lessero quel disco come un invito esplicito alla rivolta, ed erano gli stessi benpensanti che qualche anno prima si erano scandalizzati all’ascolto de “Il testamento di Tito” ritenendo che Fabrizio de André bestemmiasse. Magari sbaglio e non ho proprio controllato bene, ma non mi sembra che in questi ultimi cinquant’anni sia stato attuato né tentato il dirottamento di una locomotiva, neanche di un treno merci, neanche di una vecchia littorina.
Oggi accade un fatto pressappoco simile. È una storia di quasi cent’anni fa, stavolta conosciamo il nome del protagonista, e pure riusciamo a intravederne la faccia in qualche foto d’epoca e su un breve filmato rintracciabile in rete. Ma è una storia che è rimasta in ombra, come polvere nascosta apposta sotto il tappeto del salotto della Storia – quella con la S maiuscola, quella che conta, scritta da chi vince.

Ne “I gabbiani vengono tutti da Brooklyn” (ed. Sensibili alle foglie, 2023 – 18€) Ettore Castagna offre la penna e la voce a Giuseppe Zangara, emigrato in America da un piccolo paese della Calabria, che nel febbraio 1933 attentò alla vita del presidente Franklin Delano Roosevelt. Zangara si dichiarava anarchico e lo era, ma modo suo: al paese preferiva sfilarsi dalla folla, non andava in piazza a gridare al corteo del primo Maggio né, emigrato negli Stati Uniti, amava frequentare gli anarchici di Paterson – “Con questi, niente rivoluzione. A niente servono e al niente vanno. Io faccio l’idea per conto mio”.

La sua idea Giuseppe Zangara la sparò. Cinque colpi in direzione del presidente, personificazione del potere capitalista che tanta sofferenza causa al popolo – li meditava da una vita. Le sue pallottole furono i maltrattamenti del padre, che lo pestava a sangue al sospetto che frequentasse la scuola invece che lavorare di zappa come gli aveva ordinato, e che arrivò a massacrarlo all’accorgersi che aveva osato rammendarsi da solo i calzoni strappati. Basso di statura e scuro di carnagione, la sua polvere da sparo fu il non essere accettato com’era da nessuno – dalla famiglia, da quei suoi pochi amici al paese, dai compagni di lavoro, dall’avvocato, dal direttore del carcere, dai giurati, dai giudici. La sua pistola fu un mal di stomaco atroce che gli rendeva difficoltoso nutrirsi e tenersi stretti addosso i suoi cinquanta chili scarsi: mal di stomaco che nessun medico fu in grado di curare, un mal stare disturbante che lo accompagnò fino all’ultimo suo giorno.
Little Joe, come lo chiamavano in America, subì muto i calci e i pugni della folla che lo voleva fare a pezzi e che quasi ci riuscì, e le manganellate dei poliziotti che lo sottrassero al linciaggio trascinandolo premurosamente in carcere. Il presidente se la cavò con un po’ di spavento, due feriti leggeri e due in maniera più seria tra il pubblico – uno di questi, il sindaco di Chicago che faceva parte del drappello presidenziale. Mentre questi si trovava in ospedale per le cure, gli si infettò la ferita e sopravvenne la morte per setticemia, così che Zangara invece che di tentato assassinio si ritrovò colpevole di omicidio e, dopo un processo lampo, finì arrostito sulla sedia elettrica. Aveva trentatré anni.
A chi in tempi recenti è divenuto carne da palcoscenico e da musical, oltre che braccio della mafia stando a certo giornalismo, al piccolo Giuseppe che si incazzò col giudice perché storpiava il suo nome, Ettore Castagna dà attenzione e voce, e restituisce tutta l’umanità possibile. Scritto in equilibrio perfetto fra reportage storico e racconto romanzato, il suo è un libro costruito mettendo insieme versi, pezzi di canzoni, ritagli di giornale, vecchie fotografie a cui i pensieri di Little Joe fanno da costante rumore di fondo. Un racconto che fa riflettere, che si fa rileggere e che mette in viaggio i pensieri – difficile scrollarselo di dosso. Giuseppe avrebbe voluto una fotografia: Ettore Castagna gliene ha scattata una di duecentocinquanta pagine, ritratto in piedi di un ragazzo che, come Franti, non abbassa lo sguardo e ride quando il re muore. Ad un poliziotto del carcere sibilò tra i denti: “Meglio morire che essere legato”, e durante l’esecuzione incitò il boia a fare in fretta. Era stanco, Giuseppe, e si era accorto da poco che lo stomaco non gli faceva più male.

Musicista negli anni Ottanta e Novanta con Re Niliu, multistrumentista e ricercatore, Ettore Castagna insegna presso l’università di Bergamo e ha pubblicato alcuni saggi di musicologia – suggerisco la lettura di “Sangue e onore in digitale” dove esplora le radici e le complessità della cosiddetta musica della ‘ndrangheta (Rubbettino, 2010). Questo è il suo quarto romanzo. Continuando coi suggerimenti, un accompagnamento suggestivo alla lettura potrebbe essere il suo album recente “Eremìa” (ed. AlfaMusic, 2022), multilingue e godibile sia come opera di cantautorato moderno eseguita con strumenti di ieri, e pure come raccolta di oggetti senza tempo, ritrovamento di memorie plurisecolari quando non millenarie mantenute in ottimo stato di conservazione.

Marco Pandin

stella_nera@tin.it

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