Nazionalcattolicesimo e franchismo. Spagna 1936

Di seguito una sintesi dell’introduzione all’opuscolo Spagna 1936 – Nazionalcattolicesimo e franchismo realizzato dall’autore Daniele Ratti, del gruppo di lavoro anticlericale della F.A.I., in collaborazione con la Federazione Anarchica Milanese. Un interessante approfondimento delle strette relazioni tra cattolicesimo, nazionalismo e fascismo in Spagna, che aiuta a meglio comprendere alcuni importanti snodi storici e politici.

Il novantesimo anniversario della Rivoluzione di Spagna del 1936 pone inevitabilmente alcune riflessioni sul rapporto tra il cattolicesimo, la Chiesa spagnola e il franchismo. Un’entità nazionale, quella spagnola, che, caso unico in Europa, ha preso forma da un atto religioso, le crociate contro i mori. Dalla fine del IX secolo sino all’unificazione della Spagna nel 1492, le campagne contro i musulmani hanno rappresentato l’epopea nazionale, che si è inevitabilmente identificata nella fede cattolica, divenendo nei secoli il simbolo più estremo e radicale del tradizionalismo religioso e l’emblema dell’antimodernismo. È in questo contesto che la Spagna si è proiettata nel XX secolo, trovandosi del tutto senza strumenti sociali, politici e culturali per affrontare la complessità di quel periodo.

La Spagna entrò nella nuova era del tutto impreparata, senza strutture economiche e sociali adeguate, ma soprattutto divisa da incolmabili differenze economiche e sociali. Buona parte della popolazione aveva oltrepassato la soglia di sopportazione dei soprusi e delle ingiustizie, che apparivano non più tollerabili, e una parte di questa aveva anche nel tempo assimilato la pratica della ribellione. La rivolta era sempre più uno strumento praticato nel corso dei primi decenni del XX secolo, così come si era manifestata, per contro, la repressione. Di conseguenza il conflitto che iniziò nel luglio del ’36 non poteva che essere molto diverso dagli altri conflitti del XX secolo. Fu una guerra totale, tra due Spagne inconciliabili, nemiche predestinate dalla loro stessa storia, che non potevano convivere. In questo contesto le dimensioni simboliche e “sacre” acquisirono un ruolo sempre più importante. I ribelli del luglio 1936, i militari nazionalisti che dettero il via al colpo di stato, sostennero che il loro movimento controrivoluzionario aveva avuto un carattere “preventivo”, anticipando di pochi giorni un’insurrezione di ispirazione comunista, antinazionalista, dei senza Dio, atea. Inoltre, sostenevano che si trattava di un’azione volta a porre fine all’intollerabile situazione di caos sociale in cui la Spagna era affondata e a difendere la tradizione spagnola dal diffondersi d’idee considerate estranee allo spirito nazionale.

La Spagna ha vissuto, attraverso i secoli, in un tempo “sospeso”, continuando a riproporre sempre lo stesso palcoscenico, con i medesimi attori. Sullo sfondo la nazione dei campanili e dei profili delle cattedrali e dei conventi, i suoi aristocratici, i gesuiti, gli eredi degli inquisitori; dall’altro lato il nulla o quasi di quella cultura europea germogliata negli atenei, alimentata dalla vivacità delle scoperte scientifiche, tecniche e culturali e dai fermenti che proponevano nuovi modelli di convivenza. I vincitori del conflitto 1936 – 39 furono i nacionales, che si definirono l’incarnazione dell’autentica “Spagna della tradizione”, mentre i vinti furono considerati “l’anti-Spagna”. […].

Il movimento controrivoluzionario portò alla nascita di una dittatura personale, cattolica, corporativa e a partito unico, portatrice delle istanze della Chiesa, dell’esercito, delle élite economiche e delle diverse tendenze di destra. In questo contesto sorse il franchismo che, a mio avviso, non può essere catalogato nella categoria dei fascismi europei, poiché la radice culturale degli interpreti, nonché le ragioni del suo successo, dipesero strettamente dal percorso storico della Spagna cattolica, dove i nacionales non solo trovarono nell’apparato ecclesiastico un appoggio incondizionato, ma riuscirono nell’intento di far considerare Franco come la parte in lotta appoggiata direttamente da Dio, come colui che avrebbe riconvertito la Spagna. La guerra fu concepita come una lotta tra il bene e il male, nella quale il Caudillo por la gracia de Dios aveva trovato la sua “Santissima Trinità” nell’esercito, nella Chiesa e nella Falange unificata. Franco fu unto con un alone di misticismo unico e incomparabile, e questo fu indispensabile per vincere la guerra civile e mantenere poi saldamente il potere. Incoronato come un nuovo profeta e interprete del secolare valore della “razza”, strumento di evangelizzazione e colonizzazione del nuovo mondo, Franco fu considerato lo strenuo difensore dell’unità della Spagna dalle richieste d’autonomia regionaliste, che per la destra conservatrice reazionaria e clericale erano sempre interpretate come volontà d’indipendenza da schiacciare.

Tuttavia questi aspetti non sono stati e non sono ancora accolti da gran parte della storiografia. La visione più comune, quella diffusa dalla fine del ‘39 sino ai nostri giorni, ha circoscritto il triennio spagnolo 1936-1939 a un primo confronto tra antifascismo e fascismo, focalizzandosi unicamente sulla tematica ideologica e sull’appoggio esterno che ricevettero entrambi le parti.

Nelle dichiarazioni del VII Congresso dell’Internazionale Comunista (Comintern), la centrale politica dove si progettò il fronte unito della resistenza antifascista europea sia dell’est che dell’ovest, nel congresso che si svolse a Mosca nel luglio-agosto 1935, al punto 5 veniva riportato che: «La lotta armata unitaria dei lavoratori socialdemocratici e comunisti di Austria e Spagna, non solo ha proposto un esempio eroico ai lavoratori degli altri paesi, ma ha anche dimostrato che il successo nella lotta contro il fascismo sarebbe stato pienamente possibile, se non ci fosse stato il sabotaggio dei capi socialdemocratici e se non ci fossero stati i “tentennamenti” di quelli di sinistra (in Spagna bisogna aggiungere, secondo questa visione ideologica, “l’aperto tradimento della maggior parte dei capi anarcosindacalisti”) la cui influenza sulle masse ha privato il proletariato di una risoluta dirigenza rivoluzionaria e di chiarezza nella finalità della lotta».[…]

Questa prospettiva politica fu sapientemente “coltivata” dalla storiografia comunista d’osservanza moscovita e costituì il canovaccio sul quale tessere gran parte delle vicende resistenziali europee, descritte come anticipatrici delle democrazie parlamentari, delle quali i comunisti furono tra i protagonisti. Ed è quindi in questo racconto storiografico che si inserisce il “martirio” della Repubblica spagnola, narrato come martirio della democrazia.

Ci fu anche chi dedicò maggiore attenzione alle vicende politiche e sociali, in particolare alle conquiste da parte libertaria nell’organizzazione di nuove e rivoluzionarie forme di produzione ed aggregazione sociali, che ebbero vita breve, ma furono altrettanto profonde e significative. Per la forma che assunsero, si proposero come nuovi e possibili modi di convivenza egualitaria.

Riguardo alle vicende che coinvolsero la Chiesa cattolica, la storiografia, in gran parte, si è incentrata sulle persecuzioni dell’estate del ’36 e sul “martirio” (così come venne dai più interpretato) che subì il clero unitamente alle sue strutture e simboli nella parte repubblicana. Poco si è invece scritto e discusso sulla partecipazione o sull’influenza che la Chiesa ha avuto sulle vicende del 1936 – 1939 […].

La Chiesa, o meglio, la tradizione cattolica, è stata parte integrante del movimento dei nacionales. Il franchismo, come già detto, fu il punto di arrivo di un lungo percorso, di un cammino secolare, che vide scontrarsi tragicamente due Spagne, inevitabilmente contrapposte: quella nazional cattolica e quella laica. Il nazionalcattolicesimo si identificò con la prima Cruzada. Furono scacciati i mori e messe le insegne reali sotto quelle della Croce, a simboleggiare che, da quel momento, prima ed innanzitutto, vi era l’interesse e la supremazia della Chiesa e si era definiti spagnoli, solo ed unicamente, se il proprio sangue non era “contaminato” da discendenze ebraiche e moresche. L’identità spagnola da allora coincise con l’unità della Spagna, con la cattolicità e la Croce come simbolo della Cruzada, come atto fondativo della nazione e della monarchia. Nello stesso tempo, nel resto dell’Europa si avviò un processo complesso, che coinvolse gradatamente tutte le sfere delle attività e del pensiero umano e che pose il “vecchio continente” al centro della trasformazione della storia. La Spagna partecipò a tali cambiamenti solo per le spartizioni territoriali, ma contemporaneamente si chiuse ermeticamente a tutto ciò che, da allora e nei secoli successivi, circolò come nuove idee nei campi tecnici scientifici, come esperienze sociali e politiche, scegliendo di rimanere all’ombra dei campanili e delle cattedrali, dove per secoli risuonarono le invettive della Santa Inquisizione e le prediche della Compagnia di Gesù, rimanendo fedele ai principi della reazione tridentina, di cui i Gesuiti erano i più fedeli custodi.

Questi i lasciti più significativi e altrettanto infelici che la Spagna ha tributato alle vicende europee e mondiali. Una parte preponderante del clero spagnolo, quella che aveva una visione tradizionalista del mondo, ha sempre vissuto qualsiasi cambiamento come un’eresia politica e religiosa. Un momento cruciale della storia spagnola e della chiesa iberica fu l’invasione napoleonica, che portò, insieme alle truppe francesi, la modernità. Fu quello il momento in cui la classe dirigente spagnola, la Chiesa e l’aristocrazia dovettero scegliere: o incamminarsi verso nuovi orizzonti europei tutti da scoprire, o rimanere ancorati alle certezze dei privilegi. La scelta fatta fu quella conservatrice e in quel momento nacque, nell’ambito del clero, una mistica patriottica che si fondò sul concetto di Crociata, di Guerra Santa, di mobilitazione religiosa, di una lotta per la quale i cattolici sono chiamati a mobilitarsi per la salvezza della fede e dell’unità della Spagna.

Il concetto di fondo è che la religione rappresenta la base della monarchia e pertanto la Chiesa è investita di una autorità totale sulla vita intellettuale spagnola. L’intolleranza è la cifra della cattolicità ispanica, come l’assolutismo politico è quella della monarchia iberica; insieme formano un perfetto binomio, che caratterizzò l’identità tra cattolicità ed ispanicità. Religione e nazione: questa è anche la ragione per la quale qualsiasi richiesta di autonomia da parte di una comunità della penisola iberica è stata vissuta dai nazionalisti come un tentativo d’indipendenza, una minaccia all’unità della Spagna.

Da parte dei conservatori ci fu il rifiuto di tutto ciò che l’Europa, dal Cinquecento in poi, aveva espresso come novità nel pensiero filosofico e scientifico e nelle esperienze politiche e sociali. Si voleva solo la continuità della tradizione cattolica, delle regole sociali e dei privilegi economici. […]. La Spagna clericale e antimodernista si allontanò sempre più dal contesto culturale europeo ed occidentale adottando la nozione di raza che fu del tutto consustanziale al cattolicesimo spagnolo e che fu lo strumento principale per la colonizzazione dell’impero.

Daniele Ratti

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