Gli esami non si smentiscono mai

Ancora tempo di esami, con le tracce della prova di Italiano che continuano ad esibire messaggi sempre più reazionari. E d’altra parte come poteva essere altrimenti, soprattutto quest’anno, in cui l’esame introduce, tra le “novità”, l’obbligo di presentare un “elaborato critico di cittadinanza attiva” per chi è stato ammesso con 6 in condotta, costretto a dover recitare il mea culpa davanti alla commissione; ma introduce anche la bocciatura punitiva per chi, avendo già un punteggio alto negli scritti, decida di fare scena muta agli orali per pigrizia o per protesta, come successe lo scorso anno, accontentandosi di raggiungere la sufficienza con due prove su tre e facendo crollare, proprio nel momento culminante della conclusione del percorso, tutto il castello di competitività, piaggeria e culto del voto su cui si basa la scuola.

Nell’anno in cui – altra novità – l’esame torna a chiamarsi “di maturità”, abbandonando la dicitura tecnica riferita ad una certificazione legale per tornare a quella “etica” che attesta un passaggio anagrafico e comportamentale, una delle tracce sfornate ha riguardato proprio la tematica intergenerazionale e il passaggio all’età matura.

Già da un po’ di tempo non si usano più i “temi”, quelli con un titolo generico sotto il quale si scrive “svolgimento” e poi si procede con propri pensieri. Le tracce propongono un brano, cioè un riflessione fatta da qualcun altro, assai assertiva, che dà la linea attorno a cui sviluppare la riflessione, consentendo solo a qualche sparuto temerario di avventurarsi nella confutazione, accolta con benevolenza solo se chi si discosta dalla linea argomentativa ufficiale è studente brillante, anzi, eccellente, imponendo invece la più piatta convergenza al resto della vasta schiera.

La riflessione sulla tematica intergenerazionale poteva essere attivata da una quantità innumerevole e varia di spunti e di brani. È stato scelto un articolo di tale Frank Furedi, sconosciuto ai più, sicuramente agli studenti, ma anche ai docenti di commissione, che avranno segretamente frugato su wikipedia per scoprire “chi era costui”. Trattasi di un sociologo ungherese dalle svariate evoluzioni politiche, da un po’ di tempo fervente sostenitore di Orban. L’articolo scelto come traccia di maturità reca un titolo suggestivo, addirittura irresistibile per Valditara: “I confini contano. L’umanità deve riscoprire l’arte di tracciare frontiere”. In sostanza Furedi fa il discorso banale dell’adultescenza, della sindrome di Peter Pan, del labile confine tra fasi generazionali, degli adulti che non sanno lasciare l’adolescenza e marcare l’età della responsabilità. Un ragionamento che si può sentire anche sull’autobus, ma che Faredi sviluppa attraverso l’affermazione netta della necessità di tracciare i confini, esaltando un ageismo che deve funzionare come elemento gerarchizzante tra generazioni, strumento di regolazione sociale, ordinatore di dominio. Un sistema disciplinato che funzioni a scuola, in famiglia, nella società, nell’esercito. Chi sta sopra e chi sta sotto, il potere degli anziani, la legge dei padri. L’essenza del patriarcato.

E allora non è un caso se per affrontare la tematica con questo taglio si sceglie un fedelissimo di Orban e si seleziona un brano il cui titolo lapidario utilizza un lessico – confini, frontiere – che visti i tempi di guerra, di nazionalismi, di respingimenti e di remigrazioni, non rappresenta una metafora, ma un orizzonte culturale e politico ben preciso, che pretende di dare forma ad ogni aspetto non solo della realtà ma anche delle relazioni.

Altra traccia, altri messaggi. La traccia C2 propone un brano di Mario Calabresi tratto dal libro “Alzarsi all’alba”. Agli studenti viene proposto di riflettere sul tema della “fatica”, che l’autore esalta come valore formativo da rivalutare, fatto di dedizione, costanza e tenacia, ma anche proprio di fatica fisica in quanto tale, di levatacce all’alba, come recita il titolo, e via a lavorare. Perché nella vita non ci devono essere scorciatoie etc etc.

L’autore è più noto di Furedi – anche troppo, ci verrebbe da dire, visti gli illustri natali – ma il sermone è insopportabile e soprattutto, anche in questo caso, emette un messaggio non casuale. In una scuola che da settembre partirà con la riforma degli Istituti tecnici, con un aumento smisurato delle ore di formazione scuola lavoro, con ore di studio cedute alle aziende, con la filiera che abbatte un anno di scuola per consegnare ancor prima i giovani al mondo del lavoro, cioè alla precarietà e allo sfruttamento, agitare il frustino della fatica e del lavoro è qualcosa di insopportabile. E non è un caso che questa traccia sia stata scelta dal 30,9% di studenti dei Tecnici e dal 37,6 % dei Professionali, cioè da chi se la sente sulla pelle. Per non parlare della assoluta insensibilità mostrata dall’autore verso coloro per cui la fatica non è un obiettivo formativo, ma è dura realtà quotidiana. Insensibilità verso un dato di 3 morti sul lavoro al giorno, persone che sicuramente si erano alzate all’alba e non sono più tornate a casa. Insensibilità verso un sottobosco di lavoro minorile – per restare nell’ambito dei giovani – che è una realtà anche in Italia. Save the children ha stimato 336.000 bambini e ragazzi tra i 7 e i 15 anni coinvolti in attività lavorative, qui da noi, figuriamoci nel resto del mondo. Di che cosa stiamo parlando quando si parla di riscoprire la fatica? La traccia derivata dalle austere riflessioni di Calabresi rimarca la matrice classista della società e la solita etica punitiva del “ti guadagnerai il pane col sudore della fronte”.

Il Governo da tempo ha dichiarato guerra ai giovani, lo ha fatto fino dai suoi esordi con il decreto anti-rave, ha continuato a farlo con l’invenzione di specifici “reati giovanili” e con l’introduzione e inasprimento delle relative pene. Ha condotto campagne d’odio contro i giovani accusati di essere violenti. Ed anche in sede d’esame di maturità, con la scelta di queste tracce, il Governo manda un messaggio chiaro ai giovani, ribadendo che vanno disciplinati e domati, subordinati all’autorità degli anziani, costretti al rispetto della gerarchia, mortificati con la fatica, con il sacrificio delle proprie energie vitali, con la rinuncia.

E magari vanno pure mandati a fare il militare, che, come si sa, è tanto ma tanto istruttivo.

Patrizia Nesti

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