La Delca brucia a Vicopisano; poco più in là, a Livorno, prende fuoco la Vinicio Bogi; una settimana prima va a fuoco un magazzino della Versalis di Mantova. Il rituale si ripete ad ogni estate coinvolgendo la filiera del riciclo delle materie plastiche. Si invocano ogni volta problemi di gestione del rischio, le alte temperature, l’impiantistica non adeguata ecc.., tuttavia questi eventi sembrano funzionali ad una logica economica ben più deterministica.
La Delca, ad esempio, è una ex partecipata ENI, che ha venduto le sue azioni ad una multinazionale, che aveva visto quest’ultima disfarsene di recente, in ossequio alla crisi strutturale del settore delle plastiche riciclate, sotto attacco per la concorrenza delle plastiche vergini prodotte in Cina ed in India (anche per merito della delocalizzazione della nostra chimica di base iperinquinante) e commercializzate a prezzi inferiori a quelli della materia prima da riciclo.
Ognuno di questi “eventi catastrofici” determina un disastro ambientale. Su territori più o meno ampi e più o meno già inquinati, vengono infatti liberate quantità significative di polveri che veicolano composti organici stabili che si formano, in fase di condensazione, alle temperature dei fumi e che ricadono su aree, spesso vaste, di territorio in relazione alla configurazione orografica, ai venti e/o altri agenti meteorici. Alcune di queste sostanze (su un elenco che è di qualche centinaio, al netto dei metalli che volatilizzano: Cd, Hg, As, Cr, Mb, Mn, Co) rientrano nel novero dei cosiddetti “inquinanti eterni”, perché non trovano, nell’ambiente e nella matrice organica, sistemi enzimatici in grado di “digerirli”. Sono inoltre resistenti agli agenti fisici ed hanno la capacità di entrare nei cicli alimentari. In rapporto alla loro polarità (capacità di sciogliersi in acqua o nei grassi) ed alla lunga emivita (tempi di dimezzamento nell’organismo di una singola dose di anni o decenni), gli inquinanti eterni sono soggetti ai fenomeni di bioaccumulo (aumento, nel tempo, delle concentrazioni nei singoli individui esposti) e di biomagnificazione (aumento della concentrazione lungo la catena alimentare).
Puntualmente in queste occasioni, da parte delle istituzioni (normalmente i Comuni), compaiono ordinanze e prescrizioni per le persone potenzialmente esposte, come le restrizioni all’assunzione e alla commercializzazione dei prodotti orticoli locali, la chiusura della finestre ed il rinchiudersi in casa, non fare attività fisica all’aperto e così via, che altrettanto puntualmente vengono revocati nel giro di pochi giorni, con un copione standard, senza riferimenti alle aree di di ricaduta, ai tempi di dispersione e diluizione. Tutto finalizzato a dare l’impressione che “tutto è passato e tornato come prima”. Questi rituali di “sedazione diffusa” sono sempre più interpretati come segnale di disinteresse per le possibili conseguenze, una sorta di esorcismo scaramantico, che sostiene in fondo la tesi che comunque “questo sia il migliore dei mondi possibile” e qualche incidente fa parte del gioco: è il capitalismo, bellezza!
Fortunatamente le sensibilità cambiano e sempre più spesso nascono comitati di cittadini che chiedono chiarezza, ma altrettanto frequentemente le risposte “tecniche” degli organi istituzionali (ASL, ARPAT, Università), risultano incomplete e/o insufficienti, se non francamente reticenti. La “mancanza di risorse” è la giustificazione più frequente che, anche se portata in buona fede, non può liquidare le richieste di partecipazione, controllo e protagonismo che, sempre più spesso, le comunità autonomamente generano.
Sabato 13 giugno, presso la Misericordia di Vicopisano, un gruppo di cittadini (alcuni attivisti di Laudato si), hanno organizzato un’assemblea per discutere delle conseguenze dell’evento; circa una quarantina di persone erano presenti e almeno altrettante si sono collegate tramite Zoom all’evento organizzato per la serata. Erano stati invitati ZeroWaste Italy (Rossano Ercolini, Fabrizio Bertini, Stefano Seghetti), Medicina Democratico (Marco Paganini), TAT Montefoscoli (Sofia Donalisio) e No Vald’Era avvelenata (Antonino Piro). Gli interventi hanno evidenziato le preoccupazioni per l’ambiente, per la salute e per l’atteggiamento di sufficienza delle istituzioni nel trattare il problema. Sono stati proposti interventi di indagini autonome sul territorio e l’intenzione di mantenere un livello organizzativo di sorveglianza diffusa anche sanitaria. I compagni intervenuti hanno evidenziato come l’azienda di fatto non fosse una presidio di riciclo, ma un collettore di rifiuti plastici triturati e compressi per produrre combustibile secondario, da utilizzare in cementifici e inceneritori. Fra le proposte è stata rilanciata la moratoria di tutti gli impianti di incenerimento in Toscana, a fronte di una volontà regionale di ampliare l’offerta di incenerimento attraverso l’ampliamento di S. Zeno (AR), già attuato, la richiesta di ampliamento dell’inceneritore di Poggibonsi ed il revamping dell’inceneritore di Montale (PT), che doveva chiudere quest’anno; per non parlare della recentissima autorizzazione ottenuta da Macelloni a Peccioli per la costruzione di un Ossicombustore. La filiera della combustione è sempre attiva e remunerativa soprattutto perché gli esorbitanti costi impiantistici e di gestione sono comunque a carico dei cittadini tramite la TARI, alla faccia del “rischio d’impresa”.
Marco P.