Nelle scorse settimane è stato pubblicato un rapporto dell’UNCTAD, la Conferenza delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo, sui flussi di finanziamento verso gli stati più poveri e sul loro costo, flussi che si riducono sempre più, mentre i costi crescono molto più rapidamente.
La funzione di questi periodici aggiornamenti è essenzialmente propagandistica: far vedere che c’è qualcuno che si preoccupa del buon andamento delle cose; cercare di dimostrare che, nonostante la gravità della situazione, è possibile fare qualcosa per risolvere i problemi senza mettere in discussione l’attuale ordinamento sociale; che bisogna aver fiducia nei governi e nelle organizzazioni intergovernative, che sono le uniche con il potere di intervenire sulle emergenze planetarie.
Il finanziamento dello sviluppo sta diventando sempre più difficile. I flussi finanziari provenienti dagli stati più ricchi sono troppo costosi, troppo volatili e troppo limitati per sostenere gli investimenti di cui gli stati che l’UNCTAD definisce in via di sviluppo hanno bisogno per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG – Sustainable Development Goals).
Tra il 2018 e il 2024, 99 stati in via di sviluppo – che ospitano 5,5 miliardi di persone – hanno visto ridursi la quota di entrate pubbliche disponibili per la spesa per lo sviluppo, e ciò a causa dell’aumento dei pagamenti degli interessi sul debito.
Il rapporto mostra come l’aumento dei costi dell’indebitamento estero, i periodi di rimborso più brevi e i premi di rischio persistenti stiano condizionando la gestione delle finanze pubbliche di questi stati.
I nuovi afflussi di investimenti diretti verso gli stati in via di sviluppo, di portafoglio e di altro tipo, da parte di non residenti e i trasferimenti bilaterali da amministrazioni pubbliche estere hanno raggiunto un totale di quasi 1.500 miliardi di dollari. Di questi, 722 miliardi di dollari sono sotto forma di strumenti azionari, 713 miliardi di dollari sono flussi legati al debito e 50 miliardi di dollari sono costituiti da pagamenti di trasferimenti esterni da parte di altri governi. Anche se il flusso finanziario proveniente dall’interno è stato maggiore, circa 11.900 miliardi di dollari, il finanziamento proveniente dall’estero ha un’influenza fuori misura sui termini e sulle condizioni della finanza interna.
Esiste un divario di finanziamento significativo e in crescita – stimato a circa 4.300 miliardi di dollari all’anno – che vede da una parte le risorse di finanziamento interne ed esterne a cui gli stati in via di sviluppo possono accedere, e dall’altra ciò di cui hanno bisogno per finanziare gli investimenti necessari al raggiungimento dei loro obiettivi di sviluppo sostenibile. I governi di questi paesi dovrebbero, complessivamente, investire circa 17.700 miliardi di dollari all’anno (l’attuale spesa annuale di 13.400 miliardi) da qui al 2030 per raggiungere i propri obiettivi dell’Agenda 2030. Se questo divario venisse ripartito tra fonti estere e interne in proporzione all’entità dei rispettivi flussi nel 2024, sarebbe necessario un aumento dei nuovi flussi finanziari esteri verso gli stati in via di sviluppo pari a circa 476 miliardi di dollari all’anno. All’interno di questo totale, circa 230 miliardi di dollari dovrebbero provenire da flussi aggiuntivi in conto capitale, 230 miliardi da flussi aggiuntivi di debito e 16 miliardi da trasferimenti bilaterali aggiuntivi.
Nonostante la necessità di aumentare gli investimenti, i finanziamenti esteri stanno assumendo un ruolo sempre meno rilevante nel sostenere gli investimenti negli stati in via di sviluppo. Nel 2024 questi stati hanno ricevuto finanziamenti esteri di entità nettamente inferiore rispetto agli stati sviluppati. Le fonti estere hanno rappresentato l’11% del finanziamento degli investimenti nelle economie in via di sviluppo, contro il 38% nelle economie sviluppate. Inoltre, i flussi finanziari esterni verso i paesi in via di sviluppo sono diminuiti del 18% tra il 2014 e il 2024, mentre i finanziamenti interni sono aumentati del 60%. Infine, l’Africa ha ricevuto solo il 10% dei flussi esterni totali destinati ai paesi in via di sviluppo, nonostante rappresenti il 22% della popolazione del mondo in via di sviluppo, mentre l’Asia e il Pacifico hanno attirato oltre il 70%.
Oltre ad essere limitato come volume, il finanziamento estero è di solito più costoso per gli stati in via di sviluppo che per le economie sviluppate. L’aumento dei costi di servizio del debito è diventato il principale motore dell’elevato costo del capitale e ha esercitato una pressione significativa sulle finanze pubbliche. Nel 2024, questi stati hanno pagato 384 miliardi di dollari in pagamenti di interessi su strumenti di debito estero. Tra il 2014 e il 2024, il costo del servizio del debito estero è cresciuto molto più velocemente dello stock di debito stesso. Poiché molti governi dei paesi in via di sviluppo dipendono dal finanziamento estero per finanziare le loro spese, ciò ha esercitato crescenti pressioni sulle finanze pubbliche.
La pressione sui governi è molto pesante: i pagamenti degli interessi governativi nei paesi in via di sviluppo sono aumentati del 102% tra il 2014 e il 2024, mentre le entrate governative sono aumentate solo del 39%. Tra il 2018 e il 2024, il 73% dei governi degli stati in via di sviluppo ha perso la disponibilità nei bilanci pubblici per la scuola, la sanità, le infrastrutture e altri investimenti pubblici poiché la spesa pubblica è stata assorbita dall’aumento degli oneri finanziari.
Per renderci conto delle dimensioni del problema, se 94 governi degli stati in via di sviluppo potessero prendere in prestito agli stessi tassi di quelli delle economie sviluppate, potrebbero complessivamente risparmiare circa 500 miliardi di dollari all’anno in pagamenti di interessi. Questi risparmi potrebbero finanziare circa 375.000 scuole; più di 1,3 milioni di centri di assistenza sanitaria di base; l’installazione di più di 920 gigawatt di capacità solare ogni anno.
Le condizioni di indebitamento sovrano esterno sono peggiorate bruscamente dopo la pandemia di Covid-19 e l’inasprimento monetario globale. I rendimenti dei titoli di stato sono aumentati, i volumi di emissione sono diminuiti e i tassi di interesse sui prestiti sono saliti ai massimi storici.
Le condizioni sono leggermente migliorate nel 2025. Anche così, i costi di indebitamento per i paesi in via di sviluppo sono rimasti al di sopra di quelli affrontati dalle economie sviluppate.
Il rapporto evidenzia che i rendimenti medi dei titoli pubblici per gli stati in via di sviluppo sono passati da circa il 5% prima della pandemia al 6,8% tra il 2022 e il 2024, prima di diminuire al 5,7% nel 2025; gli spread medi per i paesi in via di sviluppo sono rimasti intorno a 1,9 punti percentuali al di sopra dei tassi di riferimento per gli stati sviluppati nel 2025; infine, le scadenze medie entro cui rimborsare le obbligazioni sono scese da circa 17 anni prima del 2021 a soli 9,5 anni nel 2025, aumentando i rischi di rifinanziamento.
I prestiti rimangono centrali per il finanziamento del debito pubblico, ma le condizioni di indebitamento sono difficili, poiché i tassi di interesse sui prestiti esteri hanno raggiunto il record del 4,9% nel 2024. Anche i prestiti multilaterali, tradizionalmente fonte di finanza stabile e a basso costo, hanno visto i costi aumentare bruscamente negli ultimi anni.
Il rapporto si conclude chiedendo un’azione coordinata nazionale e internazionale da parte dei governi.
In questo rapporto, l’UNCTAD è costretta ad ammettere che il debito è un potente strumento di pressione dei governi imperialisti sugli stati più poveri. Anche gli strumenti finanziari predisposti dalla Cina e dai governi che fanno parte dei BRICS non sfuggono a questa logica, benché si pongano su un piano concorrenziale rispetto a quelli del Fondo Monetario Internazionale e dell’imperialismo anglo-americano e quindi a condizioni meno strozzinesche.
Il rapporto ci rimanda l’immagine di una serie di stati sull’orlo del fallimento, costretti ad indebitarsi sempre più per evitare questo fallimento. D’altra parte i governi possono fare ben poco: ogni loro azione ha un costo, e per coprire questo costo hanno bisogno di finanziamenti. I governi imperialisti, a cui la relazione dell’UNCTAD fa sostanzialmente appello, sono stati incapaci fino ad oggi di risolvere questa situazione, come uno degli altri cento problemi planetari, perché i governi sono il problema, non la soluzione.
L’esperienza storica ci insegna che l’unica maniera per uscire dalla spirale del debito è abolire il debito, ma abolire il debito significa abolire il governo, che si regge sul debito pubblico.
Tiziano Antonelli