L’insostenibile trappola del nucleare

In uno scenario in cui si ridefiniscono sfere d’influenza, attraverso guerre economiche e guerre vere e proprie, con bombardamenti, lancio di missili e droni guidati dall’intelligenza artificiale, il controllo delle risorse energetiche fossili e minerali rimane la causa principale dei conflitti internazionali. Ancora una volta, con l’oscillazione pressoché quotidiana del prezzo del petrolio, in una situazione in cui l’intero medio-oriente è destabilizzato e l’approvvigionamento del greggio pesantemente condizionato dalla chiusura dello stretto di Hormuz, la lobby nucleare torna a farsi sentire. Il governo Meloni, alla ricerca disperata di fondi per mitigare l’aumento di benzina e gasolio, di fronte all’opinione pubblica in “trepida attesa” dell’abolizione delle accise, cerca di spandere una cortina fumogena per nascondere la propria inefficienza sulla questione energetica rilanciando la legge delega sul “nucleare sostenibile”.

Il 28 febbraio ‘25 su proposta del Ministro Gilberto Pichetto Fratin, al vertice del MASE (Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica), il Consiglio dei Ministri aveva approvato un disegno di legge per conferire una delega all’Esecutivo sul nuovo “nucleare sostenibile”.  Da pochi giorni la legge delega ha concluso l’esame delle commissioni Ambiente e Attività produttive; l’iter prevede poi l’approvazione alla Camera e di seguito al Senato. L’obiettivo del governo è di concludere il percorso della legge entro la pausa estiva, per arrivare entro fine anno alle norme di attuazione. Superati questi passaggi, si creerebbe il quadro giuridico “affinché, verso fine di questo decennio, si possa ripartire con l’iniziativa di produzione di energia da fonte nucleare”, come ha dichiarato il ministro.  A corollario di questa iniziativa legislativa, sul sito del MASE campeggia il titolo “NUCLEARE SOSTENIBILE”, due termini che ritroviamo come “refrain” nell’intestazione di ognuna delle pagine successive. Non basta, però, ripetere uno slogan per renderlo credibile. Secondo questo documento, la previsione è che la richiesta di energia elettrica possa raddoppiare, rispetto all’attuale, nei prossimi vent’anni. Il nucleare è presentato come una fonte green, sicura, programmabile, continua. Questi ultimi due aggettivi sottolineano, indirettamente, e non a caso, i limiti delle fonti rinnovabili. Riferendosi al cosiddetto “mix equilibrato” ovvero: fonti alternative, nucleare e gas, si dichiara la possibilità di raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione entro il 2050. Per quella scadenza il nucleare sarebbe in grado di coprire dall’11 al 22% della richiesta di energia elettrica. Attenzione alle percentuali … le sparano come se disporre di una quota dell’ 11% piuttosto che del 22% fosse la stessa cosa, come se uno scarto del genere si potesse colmare con l’equivalente di uno schiocco di dita. Proseguendo nella lettura si “scopre” che con il nucleare si può assicurare energia sufficiente a prezzi accessibili per imprese e famiglie, garantendo uno sviluppo sostenibile dal punto di vista economico, sociale e ambientale. Una vera favola con il lieto fine, senza un solo dato a supporto. Qualche dato lo fornirò più avanti. Intanto vediamo quali sono le principali materie oggetto di delega previste dal disegno di legge che sta completando il prorio iter.

In primo luogo si fa riferimento agli “Strumenti informativi e formativi relativi al ruolo delle tecnologie nucleari per la decarbonizzzione”. Il che, tradotto, significa  sviluppare una campagna propagandistica per convincere che con il nucleare si risolve anche il problema delle emissioni dei gas serra, contrastando così la crisi climatica.

Si passa poi alla “Disciplina della ricerca, sviluppo e utilizzo dell’energia da fissione e fusione”, cioè alla definizione di un obiettivo che prevede il controllo e l’orientamento della ricerca. Premesso che la ricerca può svolgere un ruolo fondamentale per sviluppare la conoscenza e trovare soluzioni tecnologiche utili all’umanità, bisogna ricordare che chi finanzia la ricerca la indirizza, invece, verso i propri interessi. Nel caso specifico non possiamo dimenticare che, in primo luogo, la tecnologia nucleare è stata studiata ed utilizzata per costruire gli ordigni più distruttivi dell’era moderna. Su di essa si fondano, tuttora, i rapporti di potere tra le potenze mondiali e i relativi stati satellite.  Inoltre, il riferimento alla fusione nucleare come se si trattasse di una tecnologia a breve disponibile, è una pura falsità.

Un’altra delega riguarda la “Disciplina della sperimentazione, localizzazione, costruzione ed esercizio di nuovi moduli per la produzione di energia da fonte nucleare sostenibile”. Di nuovo il tentativo di far credere che i nuovi moduli Small Modular Reactor, SMR, siano pronti all’uso. Si tratta di un tipo di reattori caratterizzati da dimensioni e potenze ridotte, fino a 300 MW per unità, quando, gli attuali reattori hanno una potenza tra 600 e 1000 MW. Le sperimentazioni, ancora in corso, non garantiscono alcun vantaggio certo rispetto a quelli di maggiore taglia, quindi, siamo di fronte ad una narrazione, più che a una concreta opzione energetica con caratteristiche innovative rispetto alle precedenti tecnologie. L’abuso di termini quali “nuovo e sostenibile”, parlando della fissione nucleare, fa parte della strategia degli “strumenti informativi e formativi”, di cui sopra, cioè quelli da usare per convincere/costringere la popolazione ad accettare l’opzione nucleare, alla faccia degli esiti di ben due referendum, nel 1987 e nel 2011. Del resto lo sappiamo bene, la democrazia della delega funziona così, si piega facilmente alle pressioni dei gruppi di potere ed è sempre pronta a rimescolare le carte se si tratta di favorire gli investimenti degli amici degli amici, invece di tutelare gli interessi dei più.

Una delle deleghe fa riferimento alla “fabbricazione e riprocessamento del combustibile nucleare, in una visione di economia circolare.” È evidente che citare il riprocessamento del combustibile nucleare come esempio di economia circolare è una forzatura inaccettabile; analogamente, se si parla di fabbricazione di combustibile nucleare, si annuncia, di fatto, l’evidente connubio tra l’uso civile e militare dell’uranio e dei suoi derivati radioattivi. Se non fosse così, dovremmo chiederci perché mai, secondo i governi “israelo-trumpiani”, l’Iran non dovrebbe avere il diritto di sviluppare il proprio programma nucleare “civile”.

Un’altra delega è riferita allo “Smantellamento delle vecchie centrali, stoccaggio temporaneo e smaltimento definitivo di rifiuti e combustibile esaurito”. Ma di che cosa stiamo parlando? Forse del fatto che con l’esito del referendum del novembre 1987, sono iniziate le attività di decommissioning degli impianti italiani? Peccato che dopo 39 anni sono evidenti le difficoltà per identificare ed allestire l’ormai famoso deposito definitivo delle scorie, per non parlare dell’enorme spesa sostenuta nelle operazioni di smantellamento, e messa in sicurezza delle centrali italiane che, non ancora concluso, riguarda solo quattro impianti.

C’è inoltre una delega che riguarda i “Benefici per i territori interessati”, il che significa volontà dichiarata di offrire delle compensazioni in forma di sovvenzioni economiche, fornitura di servizi, taglio della tassazione e/o altre agevolazioni a quei territori che si rendessero disponibili ad accogliere il nucleare con i suoi annessi e connessi.

L’obiettivo di reintrodurre il nucleare si accompagna quindi a una poderosa campagna di convincimento, che non è sostenuta da dati oggettivi ma solo da una narrazione artificiosa.

Valutare qualche dato oggettivo si rende invece necessario per comprendere la problematica; mi riferisco ora a quelli forniti dal “World Nuclear Industry Status Report 2025” (WNISR), pubblicazione che ogni anno valuta lo stato e le tendenze dell’industria nucleare internazionale.

Il 1° gennaio 2026 nel mondo erano in funzione 404 reattori nucleari, cinque in meno rispetto all’anno precedente. La costruzione di nuove centrali nucleari è in corso in 11 paesi, cinque in meno rispetto a soli due anni prima. Delle 66 unità in costruzione, 63 (il 95%) si trovano in stati dotati di armi nucleari o sono realizzate da società controllate da stati dotati di armi nucleari. Solo i tre cantieri in Corea del Sud non rientrano in questa categoria. E solo i tre stati dotati di armi nucleari, Cina, Francia e Russia stanno costruendo reattori commerciali all’estero.

Sempre secondo il rapporto WNISR dell’anno 2025 i costi per kWh di diverse fonti energetiche, espresse in centesimi di euro, sono quelle riportate in tabella. Per agevolare la lettura ho riportato solo le cifre massime per tipologia e non la banda di oscillazione con i valori massimi e minimi relativi all’anno 2024.

I valori sono espressi in € cent/kWh.

Fotovoltaico

piccole superfici

Fotovoltaico

grandi superfici

Agri fotovoltaico Eolico

onshore

Eolico

offshore

Biomassa Biogas Lignite Carbone Nucleare €cent/kWh
14,4 12 11,9 9,2 10,3 23,5 32,5 25,7 29,3 49

Come si vede il costo del kWh del nucleare è superiore a tutte le altre fonti, circa quattro volte di più del fotovoltaico e dell’eolico.

A questo punto è opportuno porci una domanda: “La soluzione della questione energetica sta nell’abbandono progressivo dei combustibili fossili, nel blocco e smantellamento del nucleare a favore delle forme di energia rinnovabile? Direi che questo sarebbe un passaggio auspicabile, se pensiamo a una gestione del fabbisogno energetico che riduca al minimo l’impatto ambientale, che preveda una disponibilità di energia decentrata e diffusa sul territorio e che si fondi sull’autogestione delle fonti libera da strutture gerarchiche. Ma deve essere altrettanto chiaro che questa ipotesi non potrebbe reggere all’impatto energivoro di una società ancora regolata dal sistema capitalista.

Provo a sviluppare un ragionamento in parallelo per spiegarmi meglio. Quando, ad esempio, si discute del cambiamento climatico bisogna evitare di considerarlo alla stregua di disastro naturale o di un destino ineluttabile, ma bisogna riconoscerlo come diretta conseguenza di un sistema politico ed economico deliberatamente orientato alla crescita infinita, al profitto e alla conservazione del potere. Governanti, Stati e istituzioni internazionali, per decenni, hanno servito gli interessi del capitale, difendendo una crescita illimitata su un pianeta con risorse finite.

Se non si mettono in discussione le fondamenta della società del capitale si rischia di diventare ingranaggi di una macchina che rende complici della propria stessa distruzione, dove ogni bisogno, ogni acquisto, ogni digitazione alimenta un modello che divora le risorse e le vite. La società contemporanea, dominata da bisogni indotti, permanentemente offesa dalle guerre e sempre più condizionata da nuove tecnologie ad alto impatto energetico, come Bitcoin e l’intelligenza artificiale (IA), è un vero e proprio “buco nero” in termini di consumo di energia. Questi fenomeni, apparentemente distinti, condividono un filo conduttore: il nesso tra Stato e capitale, che incentiva modelli energivori del consumismo anteponendo il profitto e il potere ai bisogni reali delle persone e dell’ambiente. Gli stessi stati che con una mano firmano gli accordi internazionali con l’altra continuano ad agevolare finanziariamente le fonti fossili.

La propensione al consumo crea, così, “aspettative irrealistiche”, spingendo le persone a comprare ciò di cui non hanno realmente bisogno. In parallelo, gli stessi beni eletti a oggetti del desiderio sono soggetti all’obsolescenza programmata, meccanismo per cui i prodotti sono deliberatamente progettati per rompersi o diventare rapidamente obsoleti. Risulta chiaro come la perpetuazione di questo modello produttivo sostenuto dalla manipolazione del desiderio sia una strategia cardine del capitalismo, che si auto-alimenta generando da un lato una domanda “insaziabile” mentre, dall’altro, mantiene e amplifica le disuguaglianze sociali.

L’enorme apparato produttivo è così gravido di contraddizioni che, in alcuni casi, finisce col patire crisi di sovrapproduzione e, per assurdo, arriva alla distruzione delle derrate alimentari per non farne scendere i prezzi. Un apparato che sposta merci e uomini, come fossero merci, da un continente all’altro, ha un impatto devastante anche in termini energetici

Per questo tra le fonti alternative ai combustibili fossili e al nucleare andrebbe considerata quella dell’energia “non sprecata”, una forma che il sistema capitalista non concepisce perché non crea profitto. Ecco un’altra conferma dell’irriformabilità di un sistema in grado di trasformare le “soluzioni” ai problemi da esso stesso generati in ulteriori occasioni di profitto. La “sostenibilità” così come viene promossa dalle istituzioni è un’illusione ottica, un dispositivo ideologico per permettere al capitalismo di sopravvivere alla catastrofe che esso stesso ha creato, aprendo nuovi mercati “verdi” o definiti tali. Conviene prepararci a contrastare l’ennesimo tentativo di riportarci indietro nella storia. È assolutamente necessario comprendere che la crisi ecologica è una guerra di classe condotta dall’alto contro le classi subalterne. Non “siamo tutti sulla stessa barca” bisogna abbandonare la “postura petitoria”, è necessario smettere di chiedere al “sovrano” di salvarci e iniziare a costruire una vera alternativa verso un radicale cambiamento.

MarTa

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