“Il potere non ci ha ancora corrotte”. Louse Michel – una filosofa al mese

“Certo è che le donne amano la rivolta. Noi non valiamo più degli uomini, ma il potere non ci ha ancora corrotte.”

Louise Michel nasce nel 1830 e muore nel 1905. È stata un’insegnante, scrittrice, comunarda e rivoluzionaria francese diventata anarchica, per sua stessa affermazione, durante l’esilio impostole in Nuova Caledonia: “il potere è maledetto, e per questo io sono anarchica”. Comunarda, perché in quella Parigi che nel 1871 vide realizzarsi la prima grande esperienza di autogoverno della contemporaneità, la Comune, Michel ebbe un ruolo da protagonista che le costerà, appunto, un processo, una condanna, e poi un esilio di sette anni.

Michel era arrivata a Parigi nel 1856, dopo una prima giovinezza trascorsa in provincia tra gli insegnamenti della zia cattolica e quelli dei nonni illuministi liberali, tra lo studio come istitutrice e un’autonomia di pensiero sempre più marcata. A Parigi aveva trovato una città in crisi che, tuttavia, doveva ancora confrontarsi con la sconfitta di Sedan e il conseguente passaggio – o meglio, ritorno – dall’Impero alla Repubblica. Dopo ulteriori avvenimenti e stravolgimenti storici e politici, dopo che alcune speranze si erano rivelate illusioni, si era concretizzata quell’esperienza di autogestione di stampo socialista-libertario che è stata, appunto, la Comune. In questo contesto, Michel era in compagnia di molte altre donne, parimenti attive e militanti, spesso messe in ombra dal potere maschile della Comune stessa: “le donne non si chiedevano se una cosa era impossibile, bastava che fosse utile e riuscivano a condurla a termine”.

L’azione come priorità, quindi. L’azione come pratica politica. Ma anche il saper gettare lo sguardo oltre l’orizzonte del possibile. Michel scrive di se stessa: “La mia esistenza si compone di due parti ben distinte. Formano un contrasto completo: la prima, tutta di sogno e studio, la seconda, colma di avvenimenti, come se le aspirazioni del periodo di calma avessero preso vita nel periodo di lotta.” A ben vedere, nella sua lotta sta anche il suo sogno.

Louise Michel è stata un’anarchica antispecista che oggi definiremmo intersezionale, e per dare la misura della grandezza del suo sogno e della sua lotta riporto un dialogo con Pietro Gori trascritto dallo stesso Gori nella prefazione a La Comune, celeberrima opera di Michel.

I due si erano incontrati per la prima volta durante una riunione tra dissidenti politici tenutasi a Londra nell’inverno 1894-1895. A quella riunione Gori era arrivato, in compagnia di Kropotkin e altri, mentre Michel stava parlando. Nella prefazione sopracitata, Gori descrive minuziosamente l’aspetto (…) e il temperamento di Michel: “non ho più dimenticato il suo atteggiamento di quella sera, né quella apparente contraddizione tra la sua fierezza di ribelle e la sua pietà di suora [,] contraddizione apparente, […] giacché ogni scatto di rivolta in lei non era che una esacerbazione del suo spirito di carità universale, offeso da un’ingiustizia vista patire. […] Essa non odiava che per troppo amore.”

Dopo alcune pagine, dopo aver raccontato alcuni aneddoti di vita quotidiana che vedono Michel difendere animali non umani dalle prepotenze di alcuni umani, Gori riporta il confronto tra lui e Michel sul tema della differenza (che diventa prevaricazione) tra specie.

«Ah, gli esseri inferiori, ecco il pretesto d’ogni dominazione!… Inferiori perché? Perché altri più violenti, o più astuti, riuscirono ad assoggettarli o ad ucciderli?… O non sono invece inferiori di senso morale quelli che formano la felicità propria sulla infelicità altrui divorando, sfruttando, asservendo?… Voi mi risponderete con la dura legge di selezione, col trionfo del più adatto, con l’impero del più forte. Ma io conosco un’altra legge, che non è di oppressione né di morte – ma di libertà e di vita: quella della solidarietà… Voi vi deliziate degli uccellini allo spiedo, ed io preferisco il trillo del cardellino, che canta là, su quell’albero, a tutte le orazioni di voi avvocati… Diversi sì, inferiori no…»

«Ma tra l’umanità, e le altre specie zoologiche…» azzardai io. [Gori]

«Ebbene […] è appunto perché l’umanità volle calpestare gli altri esseri, che voi chiamate inferiori, che essa si trovò esercitata ad inferocire e a dilaniar se stessa. Le razze inferiori, le classi inferiori, il sesso inferiore, che per dileggio chiamate gentile – ecco la stessa classificazione trasportata dal campo animale a quello umano… Ma la lotta, direte, fu la condizione d’ogni progresso… Sì, ma io non amo la lotta per la lotta; la voglio solo perché da essa scaturisca invece dell’antagonismo la fratellanza di tutti gli esseri…»

Eccola qui, l’intersezionalità.

Se.

 

 

 

 

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