Attenti alla L.U.P.O. Catania: lo stato sgombera, l’esperienza si moltiplica

Erano le 4 del mattino del 31 marzo, e fuori pioveva, quando i burattini dello Stato, coi loro blindati tinti di oppressione, hanno circondato e violentato il Laboratorio Urbano Popolare Occupato, la palestra L.U.P.O. nel cuore di Catania. Più di 11 anni di occupazioni tra variegati gruppi e otto giorni di presidio permanente da parte di centinaia di persone che hanno mostrato nel tempo solidarietà tra differenze, affinità, sbagli, conquiste, amore, repressione e lotte.

La L.U.P.O. non era soltanto uno spazio fisico occupato, ma poteva costituire un processo di cura. Sì esatto, ma non quella istituzionale, medicalizzata, amministrata dall’alto, venduta, fatta di psicofarmaci, TSO, o trattamenti di bellezza per aderire all’ultima moda capitalista; stiamo parlando di una cura radicale, condivisa, situata nelle relazioni e nei valori. In una società che ha reso sistemico lo sfruttamento performativo, l’abbandono e la solitudine, gli spazi autogestiti rappresentano oggi una contropratica concreta: luoghi in cui la vita non viene misurata in termini di produttività o di velocità, ma di intensità, di legame, di possibilità.

Mark Fisher parlava della difficoltà di immaginare alternative al capitalismo, di quella sensazione soffocante per cui il “non c’è alternativa” diventa un orizzonte mentale prima ancora che economico, il nichilismo che ti porta a chiuderti dentro un rifugio da dove guardi fuori con odio e paura. Gli spazi come la L.U.P.O. sfidano proprio questa gabbia percettiva. Non perché offrano un modello perfetto, ma perché rendono visibile, tangibile, abitabile un’altra organizzazione del vivere. Sono interruzioni del realismo capitalista, fenditure in cui si sperimenta una socialità non mediata dal mercato, bensì da ideali di libertà e antiautoritarismo. Ma la loro forza non sta nell’eccezionalità. Sta nella loro natura frammentaria.

Come suggeriva David Graeber, l’anarchia non è un progetto da realizzare in un futuro remoto, ma una costellazione di pratiche già esistenti, disseminate nel presente. Frammenti di autonomia, momenti in cui le persone decidono di organizzarsi senza gerarchie, senza imposizioni, senza aspettare autorizzazioni. La cura, in questo senso, diventa il tessuto connettivo di questi frammenti: ciò che permette loro di esistere, di durare, di trasformarsi.

Prendersi cura, in questi contesti, significa molte cose insieme: ascoltare, sostenere, condividere risorse, creare spazi sicuri, affrontare conflitti senza ricorrere all’autorità. Significa anche fallire, ricominciare, imparare e rialzarsi. È una pratica imperfetta, ma viva e umana. Ed è proprio questa vitalità che la rende incompatibile con le logiche del profitto e del controllo. Il capitalismo di oggi, al contrario, svuota la cura del suo significato, la trasforma in prestazione, in lavoro invisibile o sottopagato, in responsabilità individuale. Ti dice che devi “stare bene” mentre distrugge le condizioni materiali e relazionali per farlo. Isola, violenta, precarizza, illude, e poi medicalizza il disagio che esso stesso produce per poi poterti vendere la sua inutile cura. 

Gli spazi autogestiti rovesciano questa dinamica. Non curano i sintomi adattando le persone a un mondo malato, ma provano — anche solo per brevi momenti — a costruire micromondi meno malati. Sono laboratori di possibilità, ma anche rifugi, reti di sopravvivenza, luoghi in cui il peso dell’esistenza viene redistribuito. Per questo fanno tanta paura a chi si è arreso e a chi vuole comandare la vita dell’obbligo; perché mostrano che la dipendenza dalle istituzioni e dal mercato non è inevitabile, che possiamo organizzarci, sostenerci, vivere anche altrimenti. E ogni volta che questa possibilità prende forma, allora per il potere diventa urgente neutralizzarla, sgomberarla, cancellarla.

Ma la cura che si è prodotta alla L.U.P.O. non è contenuta nelle sue mura. Non può esserlo. È passata attraverso le persone, si è sedimentata nelle relazioni, ha modificato percezioni e desideri. È già altrove, già in circolo, già pronta a riemergere. Ed è qui che sta il limite strutturale della repressione e di questi ridicoli sgomberi di spazi occupati che continuiamo a vedere a ritmi incessanti.

Sì, certo, i mostri del capitalismo con le loro macchine possono demolire il loro stesso cemento, le case dei palestinesi a Gaza o in Cisgiordania, oppure qui da noi uno, due o cento edifici occupati, ma non possono smantellare una pratica quando questa si è fatta esperienza condivisa nelle anime e nei corpi. Possono chiudere un luogo con mille transenne, ma non possono impedire che ciò che lì è stato appreso si riproduca in altri contesti, in altre forme, magari meno visibili, ma più diffuse. 

Ricordiamoci che la vera minaccia, per l’ordine esistente, non è lo spazio occupato in sé. È la capacità che quello spazio ha avuto di creare autonomia, di insegnare la cooperazione, di rendere la cura una responsabilità collettiva, di generare vita, uguaglianza, amore e anarchia. Ogni spazio autogestito è un frammento di società altra. Non un’isola felice, ma un terreno di sperimentazione. Non un modello da replicare, ma una pratica da reinventare. E la loro moltiplicazione non segue una logica lineare: avviene per propagazione, per contagio, per desiderio, per amore. La L.U.P.O. è stata uno di questi frammenti. Non il primo, non l’ultimo! La L.U.P.O era una crepa del sistema che ti faceva vedere dietro il buio.  Ora ci sono 10, 100, 1000 crepe dentro ognuna di quelle anime, anarchiche o meno, che hanno imparato a vedere attraverso e oltre il buio del nulla che avanza.

E finché ci sarà anche solo una crepa nell’asfalto del presente, finché ci saranno corpi disposti a incontrarsi fuori dalle logiche del profitto, finché la cura continuerà a essere praticata come gesto politico e collettivo, nessuno sgombero potrà davvero chiudere ciò che è già stato aperto.

In questo senso, l’abbattimento di spazi occupati non è necessariamente perdita: perché può costituire anche una liberazione imprevista di forze. No, non è romanticismo, è strategia. Si rompono dei contenitori, si rilasciano energie libere che forse erano rimaste per troppo a lungo concentrate nel rifugio, trattenute, protette, sedate nella comodità di un luogo.

Il suo abbattimento in realtà ha liberato anticorpi per questa società. Anticorpi che non funzionano come difesa passiva, ma come intelligenza diffusa. Sono pratiche, linguaggi, attenzioni apprese nel tempo che ora circolano senza più un centro, senza più mura a delimitarli. Si innestano nei quartieri, nelle relazioni quotidiane, nei conflitti, contaminando altri spazi, altre vite. Non cercano di integrarsi nel sistema: lo attraversano, lo mettono in crisi dall’interno. Quello che resta dopo le ruspe è più pericoloso di quello che c’era, per questo sistema malato.

Come ogni organismo vivente, il corpo sociale non è mai completamente controllabile, e questi anticorpi agiscono proprio lì, nelle sue faglie, impedendo che il dominio diventi totale, che l’adattamento diventi rassegnazione. Sono gesti minimi e insieme radicali: una rete di mutuo appoggio che nasce, una pratica condivisa che si diffonde, un rifiuto che diventa collettivo, una pratica di ascolto senza giudizi. Non fanno rumore come le ruspe del potere, ma lavorano nel tempo, trasformando ciò che toccano, come acqua perenne. E più vengono dispersi, più diventano difficili da neutralizzare, perché non abitano più un luogo fatto di mattoni e cemento: abitano le persone.

E quando la cura si fa corpo, relazione e memoria condivisa, non può più essere sgomberata. Diventa una presenza persistente, una forza che riemerge, si adatta, resiste.  Quando la cura si diffonde come pratica, non chiede permesso a niente: trasforma, come in una potente esplosione, tutto quello che incontra.

La mia idea di anarchia (non necessariamente da esempio) non è fatta di rumore, di bombe, di urla, di violenza, la mia idea di anarchia sussurra all’orecchio, è una idea che si moltiplica nella complicità di sguardi gentili e reciproci, di abbracci e mutuo aiuto, di pratiche di uguaglianza, ma anche di diserzione, sabotaggi e resistenze. La mia anarchia è scetticismo puro che mi permette di guardare anche le cose di cui sono più certo con lo sguardo di chi sa che ci sono milioni di altre possibilità. In questa società di passaggio che normalizza la violenza, umanizza i mostri e ci isola dentro le nostre paure cosa c’è di più conflittuale della gentilezza, dell’amore, della gioia della complicità nella battaglia? Sono anarchico, non mi interessa uccidere nessuno, neanche i re o le regine, sono tutte già morte dentro di me, e non mi interessa perdere tempo a gridare insulti alle guardie, io le guardie non le vedo già da tempo; quindi, mi chiedo che senso abbia urlare al nulla sperando in un riscontro? Non sarebbe conflitto ma collusione e invischiamento.

Oggi la L.U.P.O. è uscita dal cemento, ma ora è nelle strade, è nel suono sparso di quella pallina di ping pong dei suoi tavoli dove giocavano bambini (mai abbastanza), è nelle mani e nel cuore de* compagn*, è nelle sue poesie di protesta incise sui muri della città. 

Il cemento è sempre cemento. La L.U.P.O. è libera di trasformarsi.

Gabriele Cammarata

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