La guerra in Iran non costituisce, per gli Stati Uniti, un semplice evento esterno che si aggiunge a un equilibrio economico altrimenti stabile; essa funziona piuttosto come un rivelatore di contraddizioni già immanenti alla configurazione economico-politica del ciclo trumpiano. In tale configurazione convergono almeno tre linee di tensione: il ritorno di una dinamica inflazionistica non pienamente riassorbita, il ricorso ai dazi come strumento di politica commerciale e industriale, e la persistente ambivalenza di una strategia che mira a un dollaro relativamente debole senza poter disciplinare fino in fondo le logiche proprie dei mercati globali.[1] In questo senso, la guerra non produce soltanto un aumento del prezzo del greggio: essa riconnette prezzi dell’energia, costo delle importazioni, aspettative di inflazione, tassi di interesse, mercati finanziari e consenso politico, facendo emergere il carattere strutturalmente instabile dell’intero dispositivo.[1][2]
Il primo canale di trasmissione è naturalmente quello energetico. Dall’inizio della guerra, il Brent è salito di oltre il 50%, con punte superiori a 119 dollari al barile; in uno scenario centrale raccolto da Reuters tra gli analisti, il prezzo medio potrebbe collocarsi attorno a 134,62 dollari, mentre in uno scenario più grave, con colpi alle infrastrutture iraniane di export, potrebbe raggiungere o superare i 150 dollari.[2] La spiegazione di questa violenza non è congiunturale ma strutturale: dallo Stretto di Hormuz transita circa il 20% dei flussi mondiali di petrolio e gas, cosicché anche una perturbazione parziale si traduce in una rapida riscrittura dei prezzi internazionali dell’energia.[2] Lo shock bellico, dunque, non resta confinato al teatro mediorientale, ma si universalizza attraverso il sistema dei trasporti, delle assicurazioni, della raffinazione e delle aspettative speculative.[2]
Sul piano della distribuzione geografica dei costi, l’asimmetria è netta. La U.S. Energy Information Administration stima che nel 2024 circa l’84% del greggio e del condensato, transitato per Hormuz fosse diretto ai mercati asiatici e che Cina, India, Giappone e Corea del Sud rappresentassero insieme il 69% di tali flussi.[3] L’International Energy Agency conferma che, anche per il gas naturale liquefatto, il peso dell’Asia è dominante: nel 2025 quasi il 90% del GNL transitato per Hormuz è stato destinato all’Asia, mentre poco più del 10% è andato all’Europa; tuttavia questa quota ha rappresentato comunque circa il 7% degli afflussi europei totali di GNL.[4] Ne discende una distinzione teoricamente rilevante: l’Asia paga soprattutto il costo materiale della vulnerabilità delle rotte, mentre l’Europa paga soprattutto il costo macroeconomico dell’energia cara, cioè inflazione, stagnazione dei consumi, pressione sui bilanci pubblici e tensione monetaria.[3][4]
Questo secondo versante è stato esplicitato con particolare chiarezza nelle valutazioni europee più recenti. Secondo il commissario europeo Valdis Dombrovskis, anche una breve perturbazione dei flussi energetici potrebbe sottrarre circa 0,4 punti percentuali alla crescita dell’Unione nel 2026 e aggiungere fino a 1 punto all’inflazione; in uno scenario più prolungato, il danno potrebbe raggiungere 0,6 punti di crescita persi sia nel 2026 sia nel 2027.[5] La guerra in Iran, dunque, non agisce solo come shock di offerta energetica, ma come dispositivo stagflattivo, perché combina aumento dei prezzi e compressione dell’attività economica.[5] In tal senso essa si differenzia da uno shock puramente recessivo o da uno shock puramente inflazionistico: produce, più radicalmente, una crisi di coordinamento tra politica monetaria, politica fiscale e politica commerciale.[5][6]
Il passaggio dai mercati energetici ai prezzi interni avviene attraverso una duplice filiera: prezzi alla produzione e prezzi al consumo. Sul lato dei prezzi alla produzione, l’energia entra nei costi di trasporto, nella chimica, nei fertilizzanti, nella logistica, nei metalli e nei semilavorati; sul lato dei prezzi al consumo, essa si manifesta prima nella benzina, nel diesel, nelle bollette e negli alimentari, per poi diffondersi ai beni industriali e ai servizi. Reuters ha riportato che negli Stati Uniti i prezzi all’importazione sono aumentati a febbraio 2026 dell’1,3% su base mensile, il dato più alto in quasi quattro anni; ancora più significativo è il fatto che i core import prices, esclusi carburanti e alimentari, abbiano registrato un aumento annuo del 3,0%.[7] Questo dato segnala che il rincaro non può essere ridotto a un semplice “effetto petrolio”: esso riflette una più ampia trasmissione dei costi importati all’intero sistema produttivo.[7]
È precisamente qui che entra la questione dei dazi. Se la guerra in Iran riaccende l’inflazione energetica, la politica tariffaria la rende più persistente e meno riassorbibile. Jerome Powell ha dichiarato che una quota compresa fra la metà e i tre quarti dell’inflazione ancora eccedente il target dipende dagli effetti dei dazi, e che resta incerto fino a che punto la Federal Reserve possa “guardare oltre” l’attuale shock energetico come se fosse un fenomeno transitorio.[1] Il punto teorico è rilevante: il dazio, presentato politicamente come misura di protezione della manifattura nazionale, si comporta in realtà anche come imposta indiretta sui beni importati, sui componenti e sui beni intermedi. Quando tale meccanismo si somma a un forte rialzo dell’energia, il risultato non è soltanto un incremento dei prezzi, ma una loro maggiore vischiosità. Lo shock non si esaurisce rapidamente; tende piuttosto a sedimentarsi nei margini, nei listini, nelle aspettative e nelle scelte di prezzo delle imprese.[1][7]
A confermare la persistenza del quadro inflazionistico concorre anche il più recente scenario macroeconomico dell’OCSE. Nel rapporto intermedio di marzo 2026, l’organizzazione stima che l’inflazione del G20 nel 2026 sarà 1,2 punti percentuali più alta del previsto, attestandosi al 4,0%, prima di scendere al 2,7% nel 2027 con l’attenuazione delle tensioni energetiche.[6] Non si tratta di un dettaglio quantitativo marginale: una revisione di tale ampiezza segnala che l’interazione fra energia cara, tensioni commerciali e instabilità geopolitica non produce più un’inflazione episodica, ma una condizione di prolungata fragilità del processo disinflattivo.[6] La guerra in Iran, pertanto, non crea ex nihilo l’inflazione del 2026, ma si innesta in un contesto in cui la disinflazione era già stata resa più difficile da protezionismo, rialzi dei costi importati e fragilità delle catene logistiche.[1][6]
Il problema del dollaro complica ulteriormente il quadro. In termini di economia politica, la preferenza trumpiana per un dollaro relativamente più debole risponde a una logica neo-mercantilista: favorire l’export, ridurre il vantaggio competitivo delle importazioni e sostenere la produzione interna. Ma questa preferenza si scontra con la funzione sistemica del dollaro come bene rifugio. Reuters segnala che il dollar index è salito del 2,57% nel marzo 2026, il maggiore rialzo mensile dal luglio 2025, proprio per l’aumento della domanda di safe haven [rifugio sicuro ndr] connessa alla guerra.[8] Ne consegue un paradosso strutturale: la Casa Bianca può desiderare politicamente un dollaro meno forte, ma una guerra nel Golfo restituisce centralità al dollaro come valuta della paura globale, sottraendolo alla governabilità politica immediata.[8]
A ciò si aggiunge un secondo paradosso, temporale. Reuters osserva che la precedente debolezza del dollaro aveva già contribuito al rincaro dei prezzi all’importazione; ora, però, la fase di rafforzamento del dollaro non elimina il problema, ma lo ricodifica in termini di restrizione finanziaria e di pressione sui tassi.[7][8] La debolezza passata ha alimentato l’inflazione importata; la forza presente, prodotta dalla fuga verso la sicurezza, rende più onerose le condizioni finanziarie e segnala che la crisi si è spostata dal solo piano dei prezzi a quello della stabilità complessiva del ciclo. In altre parole, il dollaro non offre una via d’uscita: prima contribuisce al rincaro delle importazioni, poi si rivaluta come sintomo della paura sistemica.[7][8]
Su questo sfondo, la Federal Reserve si trova in una posizione particolarmente difficile. Diversi esponenti della banca centrale hanno segnalato che il conflitto aumenta i rischi sia per l’inflazione sia per la crescita. Anna Paulson ha sottolineato che l’opinione pubblica, dopo anni di attenzione ai prezzi, è diventata più sensibile agli shock su carburanti e fertilizzanti, e che le aspettative di inflazione, pur restando formalmente ancorate, sono oggi più fragili.[9] Thomas Barkin ha aggiunto che l’inflazione era già ferma circa 1 punto sopra il target del 2% prima della nuova impennata del petrolio.[10] In presenza di dazi che continuano a spingere i prezzi dei beni e di uno shock energetico che investe direttamente le aspettative, una guerra lunga non alza soltanto la benzina: riduce i margini per il taglio dei tassi, prolunga il costo del denaro elevato e trasmette l’incertezza ai mercati obbligazionari e al credito.[1][9][10]
Gli effetti sociali di questa dinamica sono già misurabili. Secondo Reuters, l’indice di fiducia dei consumatori dell’Università del Michigan è sceso a 53,3 nel marzo 2026, contro 56,6 di febbraio, mentre il prezzo medio della benzina è salito a 3,98 dollari al gallone; nello stesso contesto, le aspettative di inflazione a un anno sono risalite al 3,8%.[11] Qui il conflitto si traduce in una forma di fiscalità implicita e regressiva: esso erode il reddito disponibile attraverso il carburante, la logistica, il cibo, il costo dei beni importati e, indirettamente, i tassi di interesse. La guerra viene così interiorizzata nella vita quotidiana non come categoria geopolitica astratta, ma come peggioramento del tenore materiale di esistenza.[11]
In questa prospettiva, il tema degli extra-profitti energetici non è secondario. Reuters ha calcolato che le cinque grandi major occidentali [BP, Chevron, Exxon Mobil, Shell e TotalEnergies ndr] abbiano restituito agli azionisti oltre 111 miliardi di dollari nel solo 2023, nonostante il ridimensionamento rispetto al picco del 2022.[12] Ciò mostra che una quota rilevante della rendita energetica generata dal ciclo di crisi viene convertita in dividendi e buyback, mentre il costo dell’aggiustamento ricade su famiglie, imprese energivore e bilanci pubblici. La guerra, sotto questo profilo, non è solo un moltiplicatore dei prezzi: è anche un meccanismo di redistribuzione regressiva, che socializza i costi e privatizza una parte significativa dei benefici.[12]
Se, dunque, ci si chiede perché Trump non possa continuare a lungo la guerra in Iran dal punto di vista economico, la risposta va cercata nell’interazione di questi fattori. Il petrolio alto contraddice la promessa di un costo della vita sotto controllo; i dazi impediscono che l’inflazione dei beni si riassorba rapidamente; il dollaro rifugio sfugge alla volontà politica di indebolirlo; la Federal Reserve, di fronte a inflazione ancora sopra target e aspettative più instabili, dispone di meno spazio per allentare i tassi; i consumatori, infine, sperimentano la guerra come carburante più caro, mutui più onerosi e riduzione del potere d’acquisto.[1][2][7][8][9][11] Una guerra lunga, in altri termini, non erode soltanto risorse strategiche o capitale politico: disorganizza la coerenza stessa del modello economico trumpiano, fondato insieme su promessa disinflattiva, protezionismo e gestione politica del cambio.[1][8]
La conclusione può essere formulata in termini più generali. La guerra in Iran dimostra che, nell’economia contemporanea, il nodo energetico continua a rappresentare il principale mediatore tra geopolitica e vita materiale. Ma mostra anche qualcosa di più specifico: che la sintesi trumpiana fra dazi, crescita domestica e volontà di governare il dollaro incontra un limite oggettivo nel momento in cui l’ordine energetico globale entra in crisi. I dazi cessano di apparire come protezione e si rivelano fattore di persistenza inflazionistica; il dollaro cessa di essere una leva pienamente politica e torna a funzionare come sintomo della paura sistemica; il petrolio cessa di essere una variabile esterna e si impone come luogo in cui la politica economica perde il controllo del proprio stesso racconto. In questo senso, la guerra in Iran non è solo una crisi internazionale: è il punto in cui l’economia politica del trumpismo viene sottoposta alla sua prova materiale più dura.[1][2][8]
Pietro Stara
Note
[1] Reuters, Powell says tariffs keeping inflation elevated, Fed watching energy prices closely, 18 marzo 2026.
[2] Reuters, Oil prices to stay elevated across Iran war scenarios, 27 marzo 2026.
[3] U.S. Energy Information Administration, Amid regional conflict, the Strait of Hormuz remains critical for oil flows, 16 giugno 2025.
[4] International Energy Agency, Strait of Hormuz, 6 febbraio 2026.
[5] Reuters, Iran war could mean stagflation for EU, Dombrovskis says, 27 marzo 2026.
[6] OECD, Economic Outlook, Interim Report, marzo 2026.
[7] Reuters, US import prices post biggest increase in four years amid broad rise in goods, 25 marzo 2026.
[8] Reuters, Dollar rides haven demand as Middle East talks ring hollow, 27 marzo 2026.
[9] Reuters, Fed’s Paulson worried about war’s impact on inflation expectations, 27 marzo 2026.
[10] Reuters, Fed’s Barkin says “fog” again obscuring economic outlook, 27 marzo 2026.
[11] Reuters, US consumer sentiment slips to three-month low as war fans inflation fears, 27 marzo 2026.
[12] Reuters, Big Oil offers record returns to lure investors back, 7 febbraio 2024.