L’esito del referendum sulla riforma della magistratura aveva acceso da molte parti la speranza che il governo desse a breve le dimissioni.
Una valutazione diffusa era che il risultato delle urne avesse fermato il progetto autoritario della destra fascista; questo poteva rappresentare la base, unita alla manifestazione “No kings” del 28 marzo a Roma, per rilanciare il movimento di massa per arrivare alla caduta del governo Meloni e al recupero delle conquiste del movimento di classe usurpate negli ultimi decenni.
Oltre al risultato del referendum c’erano i primi segnali economici e finanziari di una crisi che si addensa sulla compagine di governo, il malcontento di Confindustria, le tensioni all’interno della maggioranza.
In realtà, piuttosto che alla vigilia del 25 aprile sembra di trovarsi nel 1924, all’indomani del delitto Matteotti, con le opposizioni ritirate sull’Aventino in attesa di una mossa del capo dello stato che licenziasse il governo Mussolini.
Oggi le opposizioni non si sono ritirate dalle aule parlamentari, ma, come allora, sembrano aspettare che il cadavere del presidente del consiglio passi trasportato dalle alterne correnti della politica parlamentare. Ai tempi dell’Aventino quella politica portò all’Italia venti anni di dittatura e le distruzioni e le tragedie di una guerra d’aggressione perduta.
Di fronte alla passività dell’opposizione parlamentare, di fronte all’inganno delle urne, oggi come ieri spetta alle classi sfruttate dimostrare la loro forza, dando vita ad un nuovo 25 aprile.
Il 3 gennaio di Giorgia Meloni
il 3 gennaio del 1925 Benito Mussolini tenne un discorso davanti alla Camera in cui si assunse la piena responsabilità delle violenze commesse dai fascisti, prima e dopo il delitto Matteotti. “Se il fascismo è un’associazione a delinquere” disse Mussolini “io ne sono il capo”.
Mussolini riuscì a superare la crisi politica perché le forze politiche di opposizione avevano paura di fare appello alla piazza, a quella mobilitazione popolare oggetto delle violenze fasciste.
Oggi come ieri la crisi è la principale alleata di questo governo, che si presenta alle classi privilegiate e alle forze politiche che le rappresentano come unico argine all’esplodere della rabbia popolare; un governo che si presenta inoltre come unico soggetto capace di destinare le poche risorse pubbliche che ci sono alla garanzia degli utili aziendali, piuttosto che a soddisfare i bisogni della collettività.
Questo è emerso in modo chiaro dall’informativa resa da Giorgia Meloni alla Camera e al Senato. La presidente del consiglio ha ribadito una visione autoritaria della politica: il suo intervento lascia infatti nell’ombra il ruolo del Parlamento ed assegna all’esecutivo il compito di fare le leggi e le stesse riforme costituzionali. Questo è un passaggio molto delicato, perché, come fece prima di lei anche Mussolini, si lascia intatto l’involucro formale della costituzione, ma lo si stravolge con la pratica quotidiana. Se il voto del referendum ha bocciato una riforma, non ha fatto cambiare opinione al governo sull’abuso delle sue prerogative, e qui sta il pericolo.
Un passaggio importante del discorso è quello in cui Giorgia Meloni ha rivendicato il suo ruolo di commesso viaggiatore, impegnato nell’acquistare idrocarburi da Algeria e monarchie del Golfo. Evidentemente la presidente del consiglio non si rende conto di quanto questa affermazione mini la narrazione sulla globalizzazione e sul libero mercato. Nella ricostruzione di Meloni infatti è il governo che si preoccupa di trovare risorse definite indispensabili per l’Italia, che pure ha un’azienda di stato, l’ENI, che dovrebbe svolgere proprio questo ruolo. È chiaro che l’ENI, come un’impresa capitalistica qualsiasi, è troppo impegnata nel raggiungere il massimo profitto per preoccuparsi dei bisogni della collettività.
La presidente del consiglio infine ha rivendicato il garantismo della maggioranza, parlando delle dimissioni di alcuni membri del governo. Un garantismo che però sparisce quando rivendica il blocco navale nei confronti dei naufraghi o il fermo preventivo di manifestanti: provvedimenti che rimandano ad una concezione totalitaria dello Stato di inequivocabile marca fascista.
Una strada in salita
In realtà non esiste in Parlamento una maggioranza alternativa, e le stesse forze di opposizione puntano alle elezioni per il prossimo anno. Lo stesso appuntamento “No kings” del 28 marzo ha avuto il sapore di una prova di lista comune guidata dalla CGIL in vista delle prossime elezioni. Ed anche le forze politiche che non sono in Parlamento, ma che vorrebbero andarci, misurano le proprie iniziative di piazza sulla prospettiva delle elezioni.
I fascisti non hanno mai avuto paura delle schede elettorali: lo dimostrarono all’indomani della vittoria elettorale socialista nel 1921, lo dimostrano oggi ignorando il risultato del referendum.
Chi sostiene che una vittoria elettorale apra la strada alla mobilitazione popolare, ha una nuova occasione per ricredersi. Se vogliamo che le classi sfruttate ritrovino il proprio protagonismo e sbarrino la strada al fascismo, non possiamo illuderle che basti mettere una scheda nell’urna.
La storia, del resto, ce lo dimostra: ottantuno anni fa, il 25 aprile del 1945 il regime fascista fu rovesciato grazie all’insurrezione popolare, e a quell’insurrezione popolare presero parte anche alcune delle forze che avevano partecipato all’Aventino. Quell’insurrezione popolare fu indubbiamente unitaria, come unitaria deve essere la lotta al fascismo. L’esperienza storica ci insegna tuttavia che se la lotta al fascismo non si accompagna al superamento del capitalismo, all’abolizione della divisione in classi della società, le classi privilegiate torneranno ad appoggiare una soluzione autoritaria, militarista e razzista, come oggi. Unità quindi, ma sul terreno di classe, sul terreno dell’autorganizzazione, sul terreno dell’azione diretta.
Tiziano Antonelli