Utopie e autoritarismi nel decennio 1968-1977 (prima parte). Relazione presentata al Convegno di Carrara (11-12.10.2025) nell’80° della FAI

Dilaga la rivolta – cambia il mondo

Nell’affrontare il periodo che va dalla fine degli anni ’60 all’inizio degli anni ’80 del Novecento ci si imbatte sempre in valutazioni discordanti. Quando non è calata una coltre di silenzio, ci si trova spesso di fronte ad un’azione di mistificazione atta a descriverli esclusivamente come il periodo della violenza, dell’eversione, del sangue, del crimine: insomma, gli ‘anni di piombo’. Altri invece definiscono quegli anni semplicemente come ‘formidabili’, cedendo nell’esaltazione del periodo vissuto come quello più bello, quello che ha trasformato il quotidiano, in cui si è espresso il bisogno di comunità, di libertà, e che ha visto la trasformazione dei rapporti di genere, la rivoluzione sessuale, la messa in discussione di istituzioni totalitarie come il carcere e il manicomio, l’innovazione del linguaggio artistico e musicale, e così via.

Per capirne il senso reale e il loro effettivo portato si tratta allora di ripercorrerne le tappe più significative.

Innanzitutto occorre tener presente il contesto internazionale dell’epoca.

Negli USA in questi anni si sviluppa un forte movimento giovanile studentesco contro la guerra in Vietnam e contro l’invio di truppe, con occupazioni di università e campus, come nel caso della Columbia University presa d’assalto dalla polizia nella primavera del ’68, con 700 arresti e centocinquanta feriti. Gli afroamericani danno vita a movimenti di aperta contestazione del razzismo e dell’autoritarismo di cui è permeata la società nordamericana, soffrendo una durissima repressione (ricordiamo l’assassinio di Martin Luther King, seguito poco dopo da quello del senatore Robert Kennedy). La morte di Che Guevara nell’ottobre del 1967 in Bolivia nel corso di un processo di guerriglia segna profondamente l’immaginario della gioventù del tempo, dopo che la rivoluzione cubana aveva ispirato, nonostante la sua involuzione autoritaria, gran parte dell’opposizione politica e sociale all’imperialismo nord americano.

Ma è tutto il 1967 che registra iniziative di mobilitazione e lotta a fronte dell’intensificarsi dell’intervento USA nel Vietnam, della recrudescenza della dittatura franchista in Spagna, del colpo di Stato dei colonnelli greci, della guerra tra Israele e i paesi arabi. Manifestazioni e proteste si registrano ovunque. Nell’aprile 1968 in Germania si sviluppano violente agitazioni studentesche contro un progetto di legge che prevede la sospensione delle garanzie democratiche: un attentato neonazista ferisce gravemente Rudi Dutschke, il leader del movimento; la risposta è forte ma circoscritta e in maggio le “leggi di emergenza” vengono approvate dal parlamento. Sempre in maggio a Parigi viene occupata la Sorbona, poi chiusa dalle autorità. Migliaia di giovani scendono nelle strade e si scontrano con la polizia. Il movimento si estende al mondo del lavoro e, dopo la proclamazione dello sciopero generale, assume un carattere preinsurrezionale. Il generale De Gaulle si appoggia all’esercito e alla destra sociale, e firma con le centrali sindacali la concessione di aumenti salariali.

Nell’Africa alle prese con la decolonizzazione si evidenziano la situazione dell’Algeria, ove si reprimono le lotte studentesche fino ad arrivare alla chiusura dell’università di Algeri, mentre si riducono le possibilità di autogestione contadina; e la situazione del Senegal, nel quale studenti e lavoratori proclamano uno sciopero generale a cui il governo risponde con l’occupazione militare dell’università di Dakar. In Messico, il 3 ottobre 1968, l’esercito apre il fuoco sugli studenti confluiti in manifestazione in piazza delle Tre Culture, nella capitale, uccidendone trenta, mentre il giorno prima, a Tlalelolco, ne aveva massacrati trecento: manifestavano contro la corruzione del governo. Nell’Asia sconvolta dalle guerre in Vietnam e Laos, gli studenti in Giappone si raggruppano all’interno di organizzazioni rivoluzionarie come ‘Zengaku-Ren’, e non temono di scontrarsi con la polizia, armati di lunghe aste di legno o di bambù, per contestare una società iper autoritaria, rigida e classista e la presenza delle navi USA nei porti giapponesi all’indomani del massacro nel villaggio vietnamita di My Lay ad opera dei marines: 300 morti tra donne, vecchi e bambini.

Segnali di ribellione si sviluppano anche nei paesi dell’Est Europa satelliti dell’Unione Sovietica, dominati da una burocrazia ormai fatiscente. Duri scontri si registrano a Varsavia contro il divieto di rappresentazione di un’opera teatrale che evoca l’oppressione zarista e contro la presenza della polizia nelle università e nelle scuole superiori. Pure il movimento in Cecoslovacchia – la Primavera di Praga – è in buona parte il frutto di questa mobilitazione giovanile, che ha spinto gli esponenti del partito comunista cecoslovacco, Dubcek e altri, a proporre l’idea del ‘socialismo dal volto umano’, per aprire una stagione di riforme strutturali, poi stroncata dai carri armati del Patto di Varsavia. Ed anche a Belgrado vengono occupate tutte le università.

Per quanto riguarda l’Italia essa è interessata, a partire dalla fine degli anni ’50, dalle conseguenze di un intenso processo di industrializzazione e di forti movimenti migratori interni, in un quadro di potere politico sempre più conservatore e reazionario.

Nel luglio 1960 c’è una prima esplosione inaspettata di lotta e di contestazione che fuoriesce in parte dagli schemi tradizionali, con la grande manifestazione studentesca ed operaia che si tiene a Genova in risposta al tentativo dei neofascisti del MSI di tenere il loro congresso nazionale nella città, forti dell’appoggio fornito al governo del democristiano Tambroni. Genova, particolarmente segnata dall’occupazione nazista e fascista durante la seconda guerra mondiale, vanta infatti una forte tradizione di resistenza operaia, intrecciata tra l’altro con una significativa presenza libertaria. Gli scontri durissimi tra manifestanti e polizia danno un primo segnale che le cose stanno cambiando; il rigido controllo del Partito Comunista sui lavoratori si va ridimensionando e cominciano a prendere vita le prime forme embrionali di autonomia e di autoorganizzazione.

Ma non c’è solo Genova; Licata, Roma, Reggio Emilia, Palermo, Catania saranno i luoghi dove gli scontri saranno più aspri e dove la polizia mieterà 11 morti e innumerevoli feriti. Dopo i fatti del luglio 1960, ad evidenzire la crescta della forza operaia ci saranno quelli del 1962, con la rivolta operaia di piazza Statuto a Torino – tre giorni di scontri – contro gli accordi tra la Fiat, la UIL e i sindacati filopadronali. Nell’ottobre dello stesso anno ci saranno gli incidenti di Milano, con la morte dello studente universitario Giovanni Ardizzone nel corso di una manifestazione contro il blocco USA nei confronti di Cuba.

La costituzione di un governo di centrosinistra nel 1963, con l’entrata dei socialisti, sembra aprire una fase nuova nella vita del paese, ma le ambizioni dei ‘progressisti’ si infrangeranno presto contro i ‘poteri forti’, che non esiteranno a imbastire tentativi di colpo di Stato: protagonista il generale dei carabinieri De Lorenzo e il suo ‘Piano Solo’ nel 1964.

Riprendono lotte e manifestazioni, spesso represse violentemente dalla polizia. La mafia agraria uccide in Sicilia sindacalisti e braccianti; i fascisti a Roma assassinano a botte lo studente socialista Paolo Rossi durante un assalto alla Facoltà di Lettere (1966).

Per quanto riguarda il mondo giovanile, prendono vita forme diffuse di attività controculturali imperniate sulla critica dei modelli di vita e di consumo: si formano collettivi e gruppi, si hanno aggregazioni significative intorno a riviste e realtà come ‘Mondo Beat’ e ‘Onda Verde’, che sull’esperienza olandese del movimento provos ripropongono in Italia la centralità dei bisogni dell’essere umano, contro la motorizzazione dilagante per la socializzazione dei mezzi di trasporto, per la contraccezione libera, per l’occupazione delle case sfitte. La musica sviluppa un linguaggio diverso, si producono testi che rompono con la tradizione della musica italiana e si affermano cantautori e gruppi giovanili che un po’ pescano dalla tradizione anglosassone, allora all’avanguardia, e un po’ battono strade nuove. Questa nuova presenza musicale e controculturale da una parte è frutto di un cambiamento in atto, dall’altra fa da volano ad ulteriori cambiamenti nei confronti di una società italiana profondamente diversa da quella che conosciamo oggi: una società permeata da bigottismo, dominata in gran parte dalla chiesa, con una televisione a canale unico rigidamente controllata dalla Democrazia Cristiana che si rifà alla vecchia morale delle sacrestie. I media borghesi si fanno portavoce dell’insofferenza reazionaria e conservatrice nei confronti delle istanze giovanili, riportando con soddisfazione l’avvenuto taglio dei capelli, da parte di emuli delle squadre fasciste, di quelli che vengono definiti ‘capelloni’. Nel giugno del 1967 la polizia irrompe nella tendopoli di ‘Mondo Beat’ a Milano e la rade al suolo: centinaia di arresti e fogli di via contro beat, provos e, appunto, ‘capelloni’.

Questo tipo di società moralista e bigotta non è più in grado di reggere di fronte alle istanze di cambiamento che continuano a crescere. Sono sempre di più quanti e quante non ritengono più accettabile una situazione del genere. Proprio a partire da questo nascono coordinamenti studenteschi, prime espressioni di autonomia che escono dagli schemi delle organizzazioni classiche in cui si riunivano i giovani studenti interessati alla vita politica, come la FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana) e le altre organizzazioni emanazione di partiti e di strutture tese a cooptare i giovani e a inserirli nel circuito partitico tradizionale.

Mentre gli studenti vogliono rompere con questo moralismo bigotto, nonché con una scuola autoritaria e un’università funzionale alle necessità del capitale, nel mondo operaio si evidenzia un bisogno crescente di uscire dalle gabbie in cui si è rinchiusi, tra barriere salariali, lunghi orari e pessime condizioni ambientali di lavoro, tra ipersfruttamento e alienazione della catena di montaggio. Il problema della casa e dell’accesso ad un pur minimo numero di servizi sociali si pone inoltre in termini forti.

Questi avvenimenti e questi fermenti contribuiscono anche in Italia allo sviluppo di una serie di iniziative giovanili e non solo, espressione di una potenziale radicalità con contenuti rivoluzionari. Non si tratta solo di lotte rivendicative, come quelle dei braccianti di Puglia e Calabria, o degli operai e degli impiegati della Fiat; o di occupazioni temporanee delle università, come a Pisa e Bologna in solidarietà ai resistenti greci, spagnoli e vietnamiti. C’è in nuce una prima rottura rispetto alla pratica politica d’opposizione allora in auge – in quel momento il PCI era il partito egemone all’opposizione – a partire dalle varie esperienze controculturali, da Mondo Beat, dalle comunità hippy, dai cosiddetti figli dei fiori, portatori di una visione del mondo totalmente altra, rispetto a quella egemone: esperienze che anche se oggi vengono banalizzate, hanno rappresentato qualcosa di importante non solo per la dimensione qualitativa, ma anche per quella quantitativa. È stato fatto un censimento rispetto a queste realtà: nel ‘67, per esempio, sono stati calcolati in 7mila i/le giovani che in Italia partecipano a queste iniziative. Sono persone che hanno adottato uno stile di vita comunitario, alternativo. 30mila in Scandinavia, 26mila in Francia, 20mila in Olanda, 18mila in Inghilterra e così via; è un movimento trasversale che attraversa l’Europa e che si pone in termini di antagonismo radicale rispetto ai valori della società dominante. Questo tipo di esperienza costituirà poi un elemento significativa dell’humus in cui cresceranno i movimenti degli anni seguenti.

Le prime occupazioni delle Università

Nel ‘67 partono le prime occupazioni delle Università: Palazzo Campana a Torino, Napoli, Cagliari, Lecce, Sociologia a Trento, la ‘Sapienza’ a Pisa, Architettura a Roma, l’Università Cattolica di Milano contro l’aumento delle rette, ed altre ancora. Occupazioni che aprono una fase totalmente nuova – scavalcando le pratiche correnti dei piccoli gruppi rappresentativi delle istanze partitiche, proiezioni dell’arco parlamentare, deputati alle trattative con il Rettorato – a dimostrazione di una volontà di partecipazione crescente che diventa presto partecipazione di massa. Tra l’altro lì si formeranno i primi gruppi dirigenti del Movimento Studentesco e di diversi gruppi extraparlamentari. A Milano Mario Capanna, leader della lotta alla Cattolica, viene espulso e si iscrive alla Statale di Milano, un’università pubblica dove inizierà un altro tipo di percorso, che lo porterà a guidare il Movimento Studentesco. A Torino si gettano le basi di Lotta Continua. A Pisa si sviluppa ‘Il Potere Operaio’.

Con l’inizio del ’68 altre occupazioni si verificano in altre città e gli studenti cominciano a tessere una ampia rete di collegamenti tra le varie università. All’inizio dell’anno sono 36 in tutta Italia le università occupate, a cui si affiancano diverse scuole medie superiori, mentre si intensifica l’attacco repressivo: a Torino cento studenti vengono sospesi per un anno dagli esami, a Napoli vengono incriminati studenti e docenti per l’occupazione dell’aprile ’67, a Pisa e a Palermo la polizia carica violentemente i cortei studenteschi. Si mobilitano anche i gruppi neofascisti che attaccano le occupazioni e aggrediscono gli studenti.

Con la contestazione studentesca si sviluppa anche il movimento femminista: nascono il collettivo Lotta femminista, il gruppo Rivolta femminile e altri ancora. La lotta nelle università – sostenuta da una presenza crescente delle ragazze nei livelli alti dell’istruzione – favorisce il protagonismo delle donne, con la conseguente rimessa in discussione di ruoli consolidati all’interno della famiglia e della società. L’importanza della riflessione sul proprio corpo, sottraendola agli specialisti maschili, si accompagna alla battaglia per la liberazione sessuale. In questo quadro si comprende l’importanza che temi come divorzio, aborto, pari diritti e opportunità, parità salariale assumono nella riflessione e nella mobilitazione delle donne.

L’8 marzo del 1972 a Roma le donne scendono in piazza con tutta la loro carica di contestazione e la polizia le carica, mandandone diverse in ospedale. Forte sarà poi l’impegno nel 1974 per respingere il tentativo di abrogazione della legge sul divorzio e per conquistare il pieno controllo del proprio corpo, impedito dalle leggi punitive sull’aborto. Ma sarà con il 1977 che il movimento delle donne esprimerà tutta la sua vitalità e la sua capacità di mobilitazione e di influenza sull’intera società, rivoluzionando, di fatto, l’ordine patriarcale esistente.

Le lotte autonome nelle fabbriche

La lotta alla Marzotto di Valdagno nell’aprile del ’68 si caratterizza per il duro scontro tra operai e polizia: 42 operai vengono arrestati. Alla Falk scendono in sciopero tutti i 13.000 lavoratori, così come a Bologna i 40.000 metallurgici, i 2.000 operai dei pastifici a Torre Annunziata e i 7.000 dell’Italsider di Napoli. Alla Rhodiatoce di Casoria 1.800 operai entrano in sciopero a tempo indeterminato. Poi è la volta di ferrovieri, tessili, braccianti, calzaturieri, marittimi, Italcantieri e Pirelli, Italsider ed Eridania, Olivetti; a questi si aggiungono gli scioperi generali nelle zone terremotate e a Palermo, i petrolchimici di Porto Marghera, i metalmeccanici. Ad Avola la polizia spara ed uccide due braccianti, alla Bussola di Viareggio ferisce gravemente un ragazzo di 16 anni, Soriano Ceccanti, che partecipava alla contestazione operaia e studentesca del Capodanno dei ricchi e che rimarrà paralizzato.

Gli scioperi si estendono sempre più, interessando tutte le categorie.

Gli avvenimenti internazionali, con la brutale repressione delle lotte studentesche messicane che provocano centinaia di morti, la radicalità del Maggio francese, i colpi di Stato in Brasile e a Panama, la recrudescenza dell’aggressione USA al Vietnam infiammano ulteriormente il clima generale.

Si sviluppano le lotte autonome, specialmente a livello di fabbrica, e soprattutto alla Fiat di Torino.

Prima esistevano dei piccoli gruppi ‘eretici’ che facevano riferimento ad alcune riviste tipo “Quaderni Piacentini” e “Quaderni Rossi”, riviste che sviluppavano analisi e dibattito tra i militanti fuoriusciti dal Partito Comunista e dal Partito Socialista. Nel 1956 infatti l’invasione sovietica in Ungheria aveva provocato dei grossi contraccolpi all’interno dei partiti, sia comunista che socialista, come pure nella CGIL, facendo emergere un confronto durissimo all’interno del quale prese forza la critica allo stalinismo, che mise in discussione tutta una serie di appartenenze e di collocazioni, generando forme di espressione critica, di rilettura, di presa di distanza, di distacco. Negli stessi anni la rivoluzione culturale cinese era apparsa come una forza in grado di rivitalizzare non solo l’azione di Mao Zedong e del partito comunista cinese, ma anche il marxismo-leninismo soffocato dal burocraticismo e dell’autoritarismo dell’Unione Sovietica. L’azione delle guardie rosse – così come venne letta da tanti giovani contestatori – ebbe un effetto dirompente rispetto all’ortodossia generale dominante da noi grazie all’egemonia del PCI, favorendo la nascita di piccoli gruppi comunisti italiani, riflesso del maoismo in tutte le sue varianti.

Queste presenze critiche crescono in sintonia con il movimento che prorompe, con gli studenti delle università che danno vita alle occupazioni, con le lotte degli operai delle fabbriche, a partire dalla Fiat.

L’Italia di quegli anni viene fuori da un grande periodo di immigrazione interna e non è più quel paese contadino dei primi anni ‘50. La ricostruzione del dopoguerra è marcata e forte, lo sviluppo industriale è particolarmente significativo al Nord dove le fabbriche ora hanno bisogno di manodopera. Tantissimi lavoratori provenienti dal Meridione, poco qualificati, vengono immessi all’interno della struttura della catena di montaggio della fabbrica taylorizzata, basata su tempi di produzione definiti. Inoltre le grandi fabbriche si trovano in città, come Torino e Milano, sostanzialmente ostili e poco disponibili all’accoglienza: alcuni cartelli portano scritto ‘Qui non si affitta ai meridionali’ (come oggi c’è scritto ‘Qui non si affitta ai marocchini’; fra l’altro i meridionali allora venivano chiamati, oltre a terroni, marocchini). Questa condizione di emarginazione e subordinazione fa sì che non sia più possibile pensare ad un comportamento operaio inquadrato all’interno di strutture sindacali costruite per un altro tipo di operaio capace di ‘fare i baffi alle mosche’, come si diceva, ovvero un attrezzista con una capacità di lavoro manuale elevatissima che rappresentava quella che in sintesi può essere chiamata l’aristocrazia operaia, funzionale ai processi produttivi e con una capacità contrattuale definita. Quelli che arrivano dal Meridione sono invece operai dequalificati che di fatto mal sopportano la disciplina di fabbrica, costruita su quell’altra figura operaia e volta a valorizzare quel tipo di professionalità.

Si genera quindi spontaneamente un meccanismo di rivolta che il sindacato non riesce immediatamente – e neanche nel medio periodo – a governare, perché anche il sindacato è costruito su figure professionali tradizionali. Questa insubordinazione operaia contribuisce a dare origine a quel grande ciclo di lotte che permetterà la realizzazione di grandi conquiste, ma che, nel contempo, spingerà capitale e padroni ad una ristrutturazione complessiva della fabbrica, con l’ingresso di meccanismi di automazione in grado di fare a meno il più possibile di forme di lavoro di fatto ingovernabili.

Prendendo vita queste forme di autonomia operaia, tutti quei gruppetti formatisi in precedenza, quei collettivi studenteschi e universitari che avevano espresso una loro autonomia e cultura rispetto a quella dominante e che fino ad allora si erano espressi unicamente sulle modalità della trasmissione del sapere, su come erano costruiti i piani di studio, su come si tenevano le lezioni, ecc., ora comprendono che la lotta non è più una cosa solo studentesca (tra l’altro qualcuno parlava di potere studentesco rendendo evidente la possibilità che gli studenti potessero ambire a diventare una nuova ‘classe’ che avrebbe sostituito i propri genitori nel governo del paese).

Inizia allora una specie di “andata” alle fabbriche, con la diffusione di giornali e volantini, con i picchetti ai cancelli che vengono appoggiati dagli studenti e dalle studentesse. Questa contaminazione fra gli studenti e gli operai trova in alcuni gruppi una sintesi piuttosto significativa, soprattutto nel gruppo di Lotta Continua e in Potere Operaio, che danno vita poi a percorsi particolarmente rappresentativi del periodo.

Massimo Varengo

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