Spezziam gli dei del cielo. Riprendere la lotta antireligiosa

Nell’anniversario del martirio di Giordano Bruno, il 17 febbraio, abbiamo tenuto, come Federazione Anarchica Livornese, un’iniziativa pubblica. Le riflessioni che seguono intendono esporre le ragioni dell’attualità della lotta antireligiosa, riprendendo ed ampliando quanto esposto in quella occasione.

Per capire i caratteri della lotta antireligiosa, conviene illustrare il ruolo che il Programma Anarchico assegna alla religione nella società.

Nel passaggio che tratta la questione, Il Programma fa riferimento a quel gigantesco aumento della produzione, realizzatosi nel corso della storia, che permise ad una minoranza dell’umanità di vivere senza lavorare alle spalle dell’immensa maggioranza che produceva per tutti, cristallizzando il privilegio tramite il rapporto della proprietà privata. Questo processo vide anche la costituzione di un’altra classe speciale, il clero, che “con una serie di favole sulla volontà di Dio, sulla vita futura, ecc., cerca d’indurre gli oppressi a sopportare docilmente l’oppressione, ed al pari del Governo, oltre di fare gli interessi dei proprietari, fa anche i suoi propri”. In quest’ottica, la religione non risponde ad un supposto “spirito religioso” che sarebbe presente nella mente delle persone, ma all’azione cosciente di una minoranza che intende continuare a vivere alle spalle della massa che lavora, diffondendo le favole religiose.

La definizione che il Programma Anarchico dà del clero e della sua funzione rimanda alla divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, su cui conviene soffermarsi.

Con la divisione tra lavoro intellettuale e manuale l’unità interna dell’attività lavoro, come dispiegamento di energia che si volge ad un fine e lo realizza, viene meno. Una classe particolare di persone si arroga il compito di orientare secondo il proprio fine l’attività pratica, lasciando alla classe subordinata il compito dell’attività manuale. In questo modo il fine si separa dall’attività manuale e si trasferisce nell’organizzazione sociale, che opera come una forza naturale impersonale ed incomprensibile per i produttori reali. Il lavoro manuale si fa sempre più meccanico, esigendo lo sviluppo di attitudini speciali a danno di altre, impedendo la completa realizzazione delle facoltà individuali. In queste condizioni, il lavoro diviene un’attività costrittiva ed estrinseca, che porta con sé la deformazione e l’unilateralità della persona, determinando il fenomeno che è stato definito alienazione.

Di pari passo con l’alienazione economica e sociale si sviluppa l’alienazione della coscienza sociale, che vede la separazione tra la coscienza empirica e quotidiana delle persone e, dall’altra parte, l’evoluzione del pensiero intellettuale, astratto, della scienza. In tal modo questa coscienza empirica quotidiana diventa prigioniera di rappresentazioni feticiste che danno una falsa rappresentazione della realtà.

Come nei tempi preistorici l’umanità era succube di forze naturali impersonali che non comprendeva e non riusciva a dominare, così oggi le cause profonde delle sofferenze sociali sono incomprensibili per la maggioranza dell’umanità, e assumono la forma di potenze naturali incontrollabili.

È su questa base che opera la cattura del consenso, elaborata attraverso una visione capovolta della realtà, le cosiddette ideologie, intendendo con questo termine quelle strutture concettuali che riflettono il dominio delle condizioni sociali sugli individui, delle idee sulle condizioni materiali. Che ad esercitare il controllo della formazione della coscienza sociale siano non solo le classi privilegiate, ma anche specifici centri del privilegio e del potere, come università, centri di ricerca internazionale o gerarchie ecclesiastiche fa poca differenza, semplicemente articola e diversifica il dominio.

Nell’ambito di queste ideologie, la religione si presenta come un prodotto dell’alienazione sociale e storica. Le ideologie religiose, nelle diverse epoche, hanno permesso ai gruppi sociali dominanti di tenere a freno la ribellione con le promesse di un domani migliore nell’aldilà. Al tempo stesso, la specifica forma dell’alienazione religiosa, che proietta le qualità umane in un dio creato dall’immaginazione umana, convince le masse oppresse ad accettare la loro subordinazione al potere terreno, allo stesso modo in cui accettano la guida di un dio onnipotente ed onnisciente, che saprà premiare chi è sottomesso ed accetta le sofferenze quotidiane.

La religione dunque è una conseguenza dell’organizzazione gerarchica della società; il superamento della religione non è possibile quindi senza una profonda trasformazione sociale, che elimini le cause della religione. Al tempo stesso, questa trasformazione sociale non è possibile se non parte dall’azione diretta delle stesse classi sfruttate, attraverso l’autogestione e l’autorganizzazione. A sua volta questa autoemancipazione delle classi sfruttate non è possibile senza che si diffonda contemporaneamente la riflessione critica sulle condizioni materiali della formazione sociale attuale e la critica all’apparato ideologico, di cui la religione è parte, giustificandone l’esistenza.

Accanto alle lotte su obiettivi concreti, che mettono in crisi aspetti specifici dell’oppressione e dello sfruttamento, deve progredire la lotta alle ideologie: non si tratta solo di contrapporre un’ideologia all’altra, ma di sconfiggere alla base il meccanismo che le genera: la separazione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, e il ruolo assegnato alle idee nella definizione del mondo. In questo senso, contrapporre alla verità rivelata la ricerca della verità attraverso il dibattito orizzontale e la verifica dell’esperienza è molto più importante che mandare a memoria le riflessioni di questo o quel pensatore. Questa pratica e questo metodo, insieme a quello della verifica sulla base dell’esperienza, deve prendere il posto della fiducia negli esperti e nei testi sacri, caratteri essenziali di ogni religione.

In questo senso, lo sviluppo di un pensiero critico, che si basi sulla critica pratica delle condizioni di sfruttamento, è inseparabile dalla lotta alla religione.

Come è possibile un pensiero critico in una società dominata dalla proprietà privata, una società divisa in classi, una società dove esiste il controllo da parte dello Stato, da parte delle istituzioni sui mezzi di comunicazione? Esiste una potenza di fuoco da parte dell’informazione ufficiale che sembra capace di distruggere ogni forma di opinione non conforme.

Proprio per questo oggi più che mai la battaglia per il pensiero libero è assolutamente indispensabile. Abbiamo bisogno di un pensiero critico, un pensiero che sia capace di mettere a nudo le contraddizioni di questa società e possa dare alle classi sfruttate quello strumento che, attraverso la critica dell’ideologia, prefiguri quell’espropriazione dei mezzi di produzione che è la premessa indispensabile alla costruzione di una nuova società. La battaglia antireligiosa è parte di questo percorso. Ci sono stati momenti in cui ciò è stato ben chiaro.

La battaglia antireligiosa attualmente è un po’ caduta nel dimenticatoio perché la tematica è stata monopolizzata da istanze borghesi, assumendo una valenza conservatrice ed elitaria, ma anche perché, tra le forze che si richiamano, più o meno chiaramente, alla trasformazione sociale è stato dato spazio a tendenze oscurantiste.

Una di queste tendenze nasce dall’idea che per sottrarre le masse sfruttate all’influenza borghese sia necessario usare gli stessi strumenti usati dalle classi privilegiate per esercitare questa influenza. È in quest’ottica che vengono riscoperti pensatori come Gustave Le Bon o come Georges Sorel, che con i loro studi sulla dinamica dei movimenti di massa hanno fornito gli strumenti a chi voleva esercitare il controllo ideologico su di esse. Le riflessioni di questi pensatori sono tornate d’attualità con le ricerche sugli effetti dei condizionamenti operati dai social network sulle scelte politiche degli utenti. Si tratta di riflessioni che comunque entrano in contraddizione con un processo di presa di coscienza effettivo, sopravvalutando i meccanismi inconsci di controllo ed orientamento. Puntano in sostanza ad ottundere i processi razionali, anziché a svilupparli.

Un’altra tendenza oscurantista si è in qualche modo formata all’interno della critica della cultura occidentale e del colonialismo. All’interno di questa critica si è sviluppata una rivalutazione di quelle religioni, di quelle chiese, di quei dogmi che non appartengono alla visione del mondo giudaico-cristiana. Alla luce di questa impostazione, la critica dell’Islam – che è una religione a tutti gli effetti, come lo è il cattolicesimo – viene assimilata ad una forma di pregiudizio suprematista, figlio di un malinteso concetto di “privilegio”, nei confronti dei popoli che in maggioranza seguono questa religione, come se i popoli che giacciono sotto l’oppressione della religione islamica non avessero le stesse tendenze, le stesse spinte a costruirsi un loro percorso di liberazione.  Indubbiamente la laicità o addirittura l’ateismo imposti dallo stato hanno permesso a movimenti clerico-fascisti islamici di presentarsi in funzione di liberazione dall’autoritarismo del governo e confondere le stesse forze rivoluzionarie. Al tempo stesso la difesa della tradizione, dall’induismo in India al buddismo in Tibet, assume una funzione antimperialista, senza stare troppo a sottilizzare se dietro alla difesa della tradizione c’è soprattutto la difesa delle classi privilegiate tradizionali.

Queste interpretazioni, che si ritrovano frequentemente anche all’interno dei movimenti antagonisti e rivoluzionari rendono necessaria una posizione lucida e chiara. Anche per questo è necessario riprendere la lotta alla religione.

Tiziano Antonelli

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