Continua l’attacco del Governo alla scuola pubblica. Nel mirino, ancora una volta, gli istituti tecnici, uno dei segmenti più importanti e con il maggior numero di studenti e di lavoratori addetti dell’intero sistema scolastico. Oltre che un settore strategico per la formazione tecnologica, quindi appetibile per l’orientamento lavorativo e per gli interessi legati al mondo produttivo.
La Riforma dei tecnici, inserita all’interno della Missione 4 del PNRR e votata già dal Consiglio dei ministri nel 2022, sotto il governo Draghi, quando al Ministero dell’istruzione c’era Bianchi, prevede uno stretto raccordo tra istruzione e mondo produttivo. La manovra si è articolata in due blocchi, il primo dei quali è stata la sperimentazione della filiera 4+2 di cui abbiamo trattato su Umanità Nova in altre occasioni: un percorso che, come indica la denominazione, è strettamente subordinato alle esigenze del mercato e delle imprese, con taglio secco di un anno di scuola, quota di ore di docenza regalata alle aziende e aumento esponenziale delle ore di formazione scuola lavoro (ex alternanza). A due anni dall’attivazione della sperimentazione, la filiera si è dimostrata un flop: l’utenza ha mostrato scarsissimo gradimento verso questo modello; nei pochissimi istituti che la hanno sperimentata, l’intensificazione legata alla compressione di 5 anni in 4 ha generato solo abbattimento della qualità e aumento della selezione per gli studenti, aumento dei carichi di lavoro e perdita di organico per il personale docente e ATA.
Parte ora il secondo blocco della riforma dei tecnici, che investe complessivamente tutto il settore. Nello scorso marzo è stato pubblicato il decreto attuativo che, come esplicitamente dichiarato, si propone di aggiornare i curricoli sulla base della domanda proveniente dal sistema produttivo nazionale. Si tratta di una vera e propria destrutturazione degli indirizzi e dei quadri orario, ma anche delle discipline di studio, che si trovano ad essere aggregate per aree d’ambito.
All’interno degli 11 indirizzi ci sarà un’area definita di istruzione generale nazionale (ambiti linguistico, matematico, storico-geografico, giuridico-economico, delle scienze motorie, nonché l’immancabile religione cattolica) e una definita di indirizzo flessibile (ambiti relativi a scienze sperimentali e discipline caratterizzanti l’indirizzo), comprensiva di un’area “territoriale” riservata alle aziende in base ad accordi di partenariato col mondo produttivo locale.
Un disastro sfornato al buio, che si pretenderebbe di far partire dal prossimo 1 settembre, con l’anno scolastico 2026-27. Nessuno fino a marzo conosceva i dettagli della nuova articolazione: né le famiglie degli alunni delle future prime che hanno iscritto i loro figli ad una scuola di impianto ben diverso da quella che partirà a settembre; né i docenti, che in alcuni casi si vedono attribuire materie che non hanno mai insegnato, spesso da condividere con “docenti” provenienti dal mondo dell’impresa, e che in tutti i casi subiscono un notevole taglio di ore.
I cambiamenti introdotti da questa seconda e ancor più consistente tranche della riforma sono colossali. Finora nei tecnici c’era un biennio unico e la scelta dell’indirizzo veniva fatta a partire dalla terza classe: una minima garanzia di formazione culturale di base omogenea e una maggiore consapevolezza nella scelta di canalizzazione professionalizzante. Ora scompare il biennio unico, la scelta viene fatta a metà della terza media, la canalizzazione funzionale al lavoro comincia subito. Da segnalare anche l’anticipo della formazione scuola lavoro, che comincia in seconda invece che in terza, con un aumento complessivo del monte ore.
Il caos che la riforma va a produrre sulle discipline è devastante. Moltissime sono le materie che perdono ore, fra le quali Italiano, Matematica, Arte nei turistici, Geografia, Lingue straniere. Nel biennio dell’area Tecnologico ambientale viene introdotta una nuova disciplina chiamata “Scienze sperimentali” in cui confluiscono Chimica, Fisica, Scienze, con un unico insegnante: questa mistura porta una perdita complessiva di 231 ore per classe nel biennio, rispetto alle ore che ci sarebbero state mantenendo autonome queste discipline. Il Ministero non ha ancora definito chi dovrà insegnare la nuova materia “scienze sperimentali” in cui afferiscono le altre. Qualcuno sarà chiamato a insegnare cose che non sa; saranno create classi di concorso atipiche in cui confluiscono più insegnamenti e i dirigenti scolastici gestiranno gli organici in modo clientelare; ci sarà perdita qualitativa dell’insegnamento e perdita di posti di lavoro, precarizzazione dei docenti di ruolo e disoccupazione per i precari attuali. Per contro, a fianco delle materie compresse le cui ore vengono cannibalizzate, c’è la quota di flessibilità, un ambito in cui le ore possono essere destinate al “territorio”, intendendo con questo termine le aziende e le imprese locali, che possono entrare comodamente a scuola, non per un progetto extracurricolare, ma occupando proprio lo spazio curricolare. Un dato che sollecita più riflessioni: oltre al perfezionamento del processo di aziendalizzazione iniziato da tempo, l’ingresso nel curricolo di insegnamenti legati alla particolare fisionomia imprenditoriale di una zona – viste le forti differenze delle realtà produttive sul territorio nazionale – rappresenta infatti anche una modalità di attuazione informale, nella scuola, di quella autonomia differenziata tanto agognata da vari governi e finora mai formalmente realizzata.
Come se non bastasse, questa sciagurata ristrutturazione complessiva dei tecnici è stata condotta con cialtroneria e incompetenza. Mancano linee guida, mancano indicazioni su come gestire gli organici, su come gestire gli esuberi, su tutto. Sono operazioni che, in situazioni ordinarie, si fanno in questa fase, entro la prima settimana di maggio, se si vuole che l’anno scolastico parta. La scuola è una macchina dal funzionamento complesso, di cui pare che ministero e governo siano del tutto ignari. Di fronte a richieste di chiarimenti tecnici la risposta è stata del tutto incongruente e impossibile da applicare. Sono stati annunciati miseri correttivi, per niente risolutivi, che avrebbero tuttavia bisogno, oltre che di risorse economiche, di passaggi operativi ben definiti di cui non sembra esserci a livello ministeriale e governativo la più pallida idea. Ovviamente, il piano che ci interessa non è quello del buon funzionamento tecnico di una riforma da buttare, ma va comunque sottolineata la cialtronesca incompetenza che accompagna questa operazione di distruzione di un pezzo di scuola pubblica.
Contro la riforma dei tecnici ci sono state prese di posizione di molti Collegi docenti, sono stati elaborati documenti, sono state intraprese iniziative sindacali. I sindacati concertativi hanno presto fatto rientrare lo stato di agitazione, dicendosi rassicurati dalle toppe maldestre, inefficaci e oggettivamente inapplicabili promesse da Valditara. La CGIL, che attualmente vediamo in risibile versione “barricadera”, come sempre succede quando non c’è un governo amico, si è smarcata dagli altri chiedendo nientepopodimenoché il rinvio di un anno e l’apertura di un tavolo. I sindacati di base attivi nel settore scuola chiedono l’abolizione della riforma dei tecnici. L’Unicobas ha inserito questa importante rivendicazione tra i punti della piattaforma di sciopero dello scorso 20 aprile, ha organizzato assemblee e un presidio sotto il ministero.
È importante che sulla questione la mobilitazione cresca ancora e si radicalizzi. Nessuna fiducia può essere riposta nei sindacati concertativi eternamente proni alle esigenze di padroni e Confindustria. Ma nemmeno può essere riposta fiducia nelle esternazioni della CGIL che annuncia battaglie di scarsa credibilità e corto respiro, limitandosi a proporre uno slittamento non risolutivo. Del resto i ministri dell’istruzione dei governi “amici” di centro sinistra hanno attivamente portato avanti i processi di aziendalizzazione e privatizzazione della scuola che si sono andati a strutturare nel tempo: dalla Carrozza sotto il governo Letta, alla Giannini sotto Renzi, alla Fedeli con il governo Gentiloni, o al già citato Bianchi, ministro sotto Draghi. Questo solo facendo riferimento al periodo recente; se poi andiamo agli albori del 2000, ricordiamo che il ministro Berlinguer voleva già all’epoca accorciare di un anno il percorso della scuola superiore e introdurre la valutazione del merito di ispirazione aziendalista. Insomma è bene distinguere tra chi fa proteste credibili e chi gioca a fare l’opposizione del momento. Non dobbiamo dimenticare, fra l’altro, gli interessi che anche la CGIL ha nella gestione dei percorsi della formazione tecnica e professionale attivati dalle Regioni, in cui lo spazio riservato alle imprese è rilevantissimo e che costituiscono da tempo una alternativa di puro addestramento lavorativo in competizione con l’istruzione tecnica e professionale della scuola pubblica.
Contro la riforma dei tecnici c’è bisogno di un’opposizione chiara, tempestiva e radicale. C’è bisogno di respingerla, non di rinviarla e perfezionarla. Sosteniamo le mobilitazioni dei sindacati di base, dei lavoratori, dei Collegi docenti, degli studenti che si battono realmente contro un processo che porterà, oltre a tutti i disastri sopra evidenziati per il settore, ad una crescita del potere dei padroni, ad una crescita dello sfruttamento, a rendere le giovani generazioni serve del lavoro.
Contrastiamo con forza tutto questo.
Patrizia Nesti