Schiacciare il dissenso ieri come oggi. Cambiano i regimi ma la sostanza non cambia

Dopo le proteste, le manifestazioni degli ultimi giorni a Milano e gli scontri in piazza Duomo, la risposta che il il Consiglio dei Ministri ha ritenuto urgente dare è un nuovo decreto legge: D.L.190 del 22 ottobre 2026 – Disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica e contrasto alla criminalità minorile.

I minori che sono ritenuti immaturi per scegliere in autonomia se partecipare o no alle ore di educazione sessuo-affettiva, vengono invece considerati maturi e adulti riguardo alla responsabilità e alla carcerazione. Si parla di presunzione di imputabilità e di arresto. Il fermo preventivo di 12 ore già previsto viene esteso ai casi di operazioni di polizia svolte in luoghi particolarmente affollati; viene applicato inoltre l’arresto in flagranza differita. È introdotto il “delitto di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche” e va a colpire chi nelle manifestazioni pubbliche fa parte di un gruppo di almeno cinque persone che opera in modo organizzato. Introduce il divieto di radunarsi con determinate persone ed in luoghi specificamente indicati. Qualcosa che ci ricorda il divieto dei “capannelli” durante il ventennio.

Si tratta dell’ultimo di una lunga serie di interventi in materia di sicurezza, varati dal governo guidato da Giorgia Meloni da quando si è insediato a ottobre 2022. Dal decreto anti rave party, al decreto Caivano, dalle manifestazioni di piazza, alle baby gang e ai coltelli nelle scuole.

L’arresto preventivo serve da sempre a dare mano libera alla polizia politica e alle questure per reprimere il dissenso in maniera arbitraria e appunto preventiva. E a ripulire le strade dalle voci degli oppositori.

Una misura già presente in passato nell’ordinamento politico dello Stato italiano, dall’Ottocento, passando per il fascismo, fino agli anni della Repubblica. Il regime fascista operava il fermo preventivo prima delle manifestazioni avvalendosi principalmente del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (TULPS), emanato con il Regio Decreto 18 giugno 1931, n. 773. L’uso del fermo preventivo era una pratica sistematica del regime per neutralizzare il possibile dissenso prima che potesse manifestarsi pubblicamente. Prima di ogni festività o evento ufficiale del regime (come le celebrazioni del 21 aprile o le visite in città di Mussolini e degli esponenti della famiglia Savoia), le prefetture ordinavano fermi preventivi di massa con l’obiettivo di “bonificare” le città da elementi considerati “sovversivi” (comunisti, socialisti o anarchici già schedati nel Casellario Politico Centrale).

La polizia politica e la sua rete di spie raccoglievano costantemente informazioni sui singoli militanti ritenuti avversi al regime. Ogni questura possedeva liste aggiornate di “sospetti” da fermare obbligatoriamente ad ogni “allarme” di ordine pubblico, trasformando il fermo in una vera e propria routine amministrativa di controllo sociale.

Cambiano i regimi ma la sostanza del fermo non cambia: impedire a persone genericamente considerate sospette o pericolose per il regime di manifestare il proprio pensiero e dissenso. L’obiettivo del governo è dare un’immagine pacificata del paese, ottenuta sotto il tallone di ferro delle forze di polizia, e spaventare e intimorire chi scende in piazza. Misure di guerra, per silenziare ogni forma di dissenso proveniente dal popolo, dai proletari, da chi non ha altro strumento per farsi sentire se non quello di scendere in piazza.

L’attuale governo fascista, coerente con la propria storia e i propri riferimenti politici e “culturali”, sopravvive con misure autoritarie, riarmo, militarizzazione della società e della cultura, impoverimento e taglio del welfare, mentre difende e sostiene gli interessi della classe dominante economica e finanziaria.

Di seguito riportiamo una parte del diario di Luigi Fabbri (Fabriano 1877 – Montevideo 1935) tratto dal libro “La prima estate di guerra. Diario di un anarchico”, in cui Fabbri racconta il periodo dell’entrata in guerra dell’Italia nel maggio 1915. Un piccolo estratto che restituisce in maniera chiara il senso del fermo preventivo, il suo stretto rapporto con la guerra e in generale con l’imposizione degli interessi di una piccola minoranza di privilegiati sul proletariato. Storia che parla al nostro presente.

22 maggio 1915

[…] Che da un mese circa i servizi di polizia sono decuplicati, l’arma dei carabinieri aumentata da una quantità di richiamati, le ferrovie sorvegliate da sentinelle su tutta la linea, nei ponti, viadotti e tunnels; così pure la sorveglianza dei sovversivi è diventata noiosa (io stesso ho avuto fin qui in permanenza i carabinieri sotto casa), la corrispondenza postale è soggetta ad inverosimili disguidi, smarrimenti o ritardi, ecc.

In questi ultimi due giorni, specie dopo il 2 maggio, far arrivare ai giornali sovversivi degli articoli e notizie è un vero problema. Posta, telefono e telegrafo trasmettono a tutti i quotidiani lunghe e particolareggiate notizie sul movimento favorevole alla guerra; il movimento contrario è sabotato e spesso soppresso del tutto dalla censura telefonica e telegrafica. […] In varie città son cominciati alla sordina degli arresti, non si capisce bene se per misura di precauzione o nell’intento di imbastire dei futuri prossimi processi!

29 maggio 1915

Sette giorni di silenzio… Forzato! Tre o quattro ore dopo aver scritto quanto precede, sono venuti ad arrestarmi. Niente di grave: un semplice arresto di precauzione. La mia detenzione non sarebbe durata che il tempo della mobilitazione e anche meno. Sono stato infatti in carcere appena sei giorni; eravamo in sette arrestati, sei anarchici ed un socialista. Ier sera sono tornato a casa; e ci sono tornato assai mortificato. Se anche altrove è andata così, è un’altra sconfitta che dobbiamo mettere nel nostro conto… Non solo il governo ha fatto la mobilitazione, la guerra e tutto quel che ha voluto, ma ha dimostrato anche di non temer punto i partiti sovversivi, – dal momento che se l’è cavata con appena sei o sette giorni di arresti inflitti qua e là ai più noiosi ed a quelli reputati più avversi alle istituzioni.

[…]

La guerra è cominciata il 24 scorso, e subito sono incominciate le magnificazioni iperboliche del valore del soldato italiano, dell’esercito, della concordia nazionale, e via discorrendo. Pare che l’esercito italiano avanzi tanto a nord che ad est […] È proibito dare notizie sui morti e feriti […] I primi atti del governo, subito dopo la mobilitazione e poco dopo la dichiarazione di guerra, sono stati: una amnistia, sospensione del segreto postale e censura della corrispondenza, sospensioni delle libertà costituzionali per le riunioni politiche ed altre misure restrittive di P.S., dichiarazione dello stato di guerra per tutto il Veneto, la Valtellina, il Bresciano, il Mantovano, il Ferrarese, le Romagne, il Bolognese, e tutta la costa adriatica, più il sequestro preventivo e la censura per la stampa d’ogni genere. […] La guerra è la guerra! Solo per l’amnistia è bene fare qualche osservazione, per coglierne il lato ipocrita e reazionario: questo atto di clemenza sovrana dà l’amnistia per tutti i reati pei quali la legge stabilisce una pena non superiore ai 30 mesi […] si escludono dal beneficio dell’amnistia tutti i condannati per reati di carattere politico […] Anche questa volta si è voluta chiudere la via del ritorno ad Errico Malatesta.

NaCla

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