Sta facendo molto discutere l’introduzione nella scuola di una forma di assicurazione sanitaria integrativa che vede la ferma opposizione dei sindacati di base attivi nella scuola. Il 29 dicembre del 2025 è stato sottoscritto il contratto integrativo al cui interno si prevedeva, nel quadriennio 2025-29, un sistema di assistenza sanitaria integrativa per il personale scolastico. Una misura presentata, dal governo e dai sindacati che hanno sottoscritto tale accordo, come un “benefit”, una tutela in più, un segnale di attenzione verso chi lavora nella scuola. Una misura che in realtà contribuisce, come già avvenuto con il fondo Espero per quanto riguarda la previdenza integrativa, alla dismissione del sistema pubblico, sempre più tagliato, a tutto vantaggio di quello privato. Di seguito il comunicato nazionale di Unicobas Scuola
UNA POLIZZA TRAVESTITA DA WELFARE!
Dal 10 settembre gli oltre 1,2 milioni di dipendenti della scuola italiana possono aderire alla tanto annunciata assicurazione sanitaria integrativa gratuita. Il ministro Valditara e i sindacati che hanno aderito a tale progetto l’hanno presentata come un riconoscimento storico per chi lavora negli istituti d’istruzione di ogni ordine e grado, per la prima volta alla categoria viene garantita una tutela sanitaria collettiva.
È una narrazione avvincente, costruita apposta per dare un titolo di giornale o caricare uno spot sul web. Basta, però, leggere il capitolato tecnico e ascoltare chi nella scuola lavora, per scoprire che dietro l’annuncio si nasconde un provvedimento largamente insoddisfacente, costruito più per fare notizia che per rispondere a un bisogno reale.
Il paradosso dell’universalità selettiva
Il primo problema è già nella platea a cui si rivolge. Si rivendica l’assenza di distinzione, per la prima volta, tra personale di ruolo e supplenti, ma questa universalità si ferma proprio davanti a chi ne avrebbe più bisogno: i supplenti brevi restano fuori. È un’esclusione tutt’altro che marginale. Sono loro, ogni anno, a tenere in piedi la macchina scolastica riempiendo le cattedre vacanti fino all’ultimo giorno utile, ed è proprio questa fascia — la più esposta, la più povera di garanzie contrattuali — a essere lasciata fuori da una misura presentata come welfare universale. Difficile non leggerci una logica ricorrente nel sistema scuola italiano: i diritti si negano più facilmente a chi ha meno voce, e la precarietà si paga anche in salute, non solo in stipendio; si procede con diritti a geometria variabile, che spezzano l’unità della categoria dei lavoratori della scuola. Inoltre, la copertura è stata estesa anche ai dirigenti scolastici e ai dipendenti del Ministero. Sorge, di conseguenza, il ragionevole dubbio che se le risorse sono per legge vincolate a docenti e ATA, includere altri beneficiari significa una cosa sola: diluire la torta pro capite per chi lavora davvero in classe.
La polizza non sostituisce il SSN, lo “integra”, rispondendo appieno a quello che è il mantra neoliberista
Il secondo nodo riguarda la sostanza della copertura. Dietro la parola “gratuita” si nascondono franchigie stringenti, scoperti percentuali e tetti massimi di rimborso che lasceranno comunque una fetta consistente delle spese sulle spalle di chi dovrebbe beneficiarne. L’assicurazione non è una copertura indiscriminata di tutte le spese mediche, ma si concentra principalmente sui grandi interventi chirurgici, alta diagnostica (TAC, RMN), pacchetti prevenzione oncologica, cardiovascolare, odontoiatria base e parto e, sebbene la polizza copra anche patologie pregresse e croniche, rimangono a carico dell’assistito uno scoperto del 10% per le prestazioni in strutture convenzionate, con un limite massimo non indennizzabile di 4.000 euro per singolo evento. Inoltre, i ticket SSN non sono rimborsabili, i ricoveri lunghi per patologie croniche sono esclusi, c’è il vincolo della rete convenzionata, che per adesso non si sa quanto sarà ampia e come sarà distribuita sui territori (anche se per alcune prestazioni è ammesso il rimborso fuori rete). L’aiuto sulle spese ricorrenti come le visite specialistiche ordinarie, gli occhiali, la fisioterapia (quelle che pesano di più sui nuclei familiari), è molto limitato. Ancora più grave è l’esclusione dalla copertura assicurativa delle malattie mentali e dei disturbi psichici. Più dell’80% delle malattie professionali e delle cause di inidoneità all’insegnamento nei docenti italiani è di natura psichiatrica (ad es. ansia, depressione e soprattutto burnout) e proprio questo non viene coperto dall’assicurazione sanitaria. Non è un dettaglio tecnico da addetti ai lavori: è la differenza tra una polizza che protegge davvero e una che protegge solo sulla carta, salvo poi presentare il conto al momento del bisogno — quando si è più fragili e meno disposti a fare i calcoli.
Il vero scandalo: si finanzia l’assicurazione tagliando le scuole
Il punto politicamente più grave è questo: l’assicurazione non viene finanziata con nuove risorse, ma attraverso tagli al Fondo per il funzionamento amministrativo e didattico delle scuole, per circa 200 milioni di euro tra il 2026 e il 2029. Questo significa che le circa 7.600 scuole italiane perderanno una media di 30.000 € ciascuna in quattro anni e di conseguenza si ridurranno i servizi agli studenti, i laboratori, i progetti, l’offerta formativa, le spese per la manutenzione ordinaria e straordinaria, per i materiali. Oltre a questo storno principale, il piano attinge per 15 milioni di euro annui dai risparmi generati dalla revisione dei compensi per le commissioni dell’esame di Stato, mentre gli ultimi 15 milioni derivano da fondi speciali del Ministero dell’Economia e delle Finanze precedentemente vincolati. Questa struttura a tre pilastri garantisce la sostenibilità del premio annuo di 80 milioni per quattro anni senza, però, alcuna garanzia che la misura sopravviva oltre quella scadenza.
Tutto ciò inaccettabile. Si tolgono risorse alla didattica quotidiana per pagare una polizza assicurativa che non risolve i problemi di salute dei lavoratori. Questa non è una scelta tecnica. È una scelta politica precisa, che scarica i costi sulle scuole e sui territori, per favorire una narrazione demagogica, tutta a favore del governo e di chi ha avallato tale scelta.
Il depauperamento del funzionamento scolastico ha come conseguenza immediata l’inevitabile ricorso al contributo volontario delle famiglie e così l’accesso a una scuola di qualità rischia di dipendere sempre più dalla condizione economica dei territori e delle famiglie. Il risultato è che le scuole già più fragili — piccole realtà, aree interne, contesti socialmente deprivati — saranno le più colpite, determinando un ulteriore ampliamento delle disuguaglianze educative, in aperto contrasto con il principio di uguaglianza. Si impoverisce la scuola pubblica mentre si chiede ai lavoratori di ringraziare per una polizza assicurativa.
Finanziare una presunta tutela sanitaria, tagliando risorse alla scuola, produce un conflitto concreto tra diritti costituzionali: il diritto allo studio e la tutela della salute. Si indebolisce la gratuità e la qualità del servizio scolastico pubblico, mentre la tutela sanitaria viene resa incerta e affidata al mercato. È una scelta regressiva, che scarica i costi sui lavoratori e sulle comunità educative.
Un regalo al mercato assicurativo, non ai lavoratori
È allora il caso di ribadire che la scelta del governo di attivare un’assicurazione sanitaria integrativa collettiva non è affatto neutrale. Questa misura, infatti, finisce per favorire le strutture sanitarie private, senza apportare alcun reale rafforzamento al Servizio Sanitario Nazionale.
Le risorse pubbliche destinate ai contratti assicurativi non si trasformano in nuove assunzioni, investimenti o riduzioni delle liste d’attesa. Servono invece a consolidare una logica politica che sostituisce diritti universali con soluzioni frammentate, legate al tipo di lavoro svolto e al reddito. In un paese dove le liste d’attesa spingono sempre più persone verso il privato, offrire una scorciatoia assicurativa a una categoria professionale non risolve il problema: lo aggira, e nel farlo normalizza l’idea che il pubblico non basti più. È una logica aziendalistica applicata alla pubblica amministrazione, che affida a tre soggetti privati — UniSalute, Poste Assicura, Intesa Sanpaolo Protezione — la gestione dei dati sanitari di oltre un milione di lavoratori statali.
A conclusione della nostra analisi si può dire che, così come finanziata e strutturata, l’assicurazione sanitaria integrativa per il personale scolastico offre risorse pro capite irrisorie, presenta coperture tecniche limitate, rafforza il mercato assicurativo privato senza incidere sulle criticità del sistema sanitario pubblico e per di più è finanziata attraverso tagli diretti al funzionamento delle scuole.
Non è una risposta ai bisogni di salute dei lavoratori della scuola, ma un’operazione simbolica e potenzialmente dannosa.
La tutela della salute del personale scolastico passa attraverso gli investimenti nel Servizio Sanitario Nazionale, la riduzione delle liste d’attesa, il rafforzamento dei servizi pubblici, aumentando, non tagliando, le risorse alle scuole, garantendo un rinnovo contrattuale che restituisca potere d’acquisto reale, risolvendo il problema del precariato con un piano di assunzioni che chiuda la stagione della supplentite cronica. Difendere la scuola pubblica e il diritto alla salute significa dire no a polizze di facciata e sì a diritti veri, universali, finanziati con risorse adeguate.
Stefano Lonzar – Esecutivo nazionale Unicobas Scuola