Lo Stato impone povertà. Prime riflessioni sulla legge di bilancio

Pubblichiamo questo articolo ritenendo opportuno mantenere l’attenzione sulla manovra finanziaria che il governo sta patteggiando con il parlamento e le varie lobbies. Rileviamo alcuni passaggi, in particolare sulla tassazione e sul ruolo dello stato sociale, che meriterebbero approfondimenti e confronto di analisi e punti di vista. Ma avremo modo di tornare sull’argomento.

Nelle piazze di queste settimane si torna a parlare di salari, carovita, pensioni, casa, scuola, sanità. Si protesta contro la guerra e il riarmo. Le mobilitazioni hanno composizioni, linguaggi e forme organizzative differenti, non sempre comunicano tra loro e non esprimono necessariamente un progetto comune. Ma sollevano una questione che attraversa l’intera società: perché lavorare non basta più a garantire condizioni di vita dignitose, mentre i servizi pubblici diventano sempre meno capaci di rispondere ai bisogni?

È da questa domanda che vorremmo esaminare alcuni aspetti della quinta legge di bilancio del governo Meloni. Non per compilare l’ennesimo elenco di agevolazioni, bonus e finanziamenti, ma per capire quale rapporto tra ricchezza privata, bisogni collettivi e potere politico emerge dalle scelte economiche.

Salari, fisco e redistribuzione

Cominciamo dai salari. Secondo l’ISTAT, tra il primo trimestre del 2021 e il secondo del 2026 le retribuzioni effettive hanno perso il 9,4% del loro potere d’acquisto. La manovra interviene attraverso una serie di agevolazioni fiscali sugli aumenti contrattuali e su determinate componenti delle retribuzioni. Sono misure che possono lasciare qualche soldo in più nelle tasche dei beneficiari. Ma uno sgravio fiscale non equivale a un aumento salariale pagato dall’impresa. Nel primo caso lo Stato rinuncia a una parte del gettito; nel secondo cambia la distribuzione della ricchezza tra chi lavora e chi dispone dei risultati economici dell’attività produttiva.

Non è una differenza secondaria. Se il salario netto aumenta perché diminuiscono le imposte, mentre quello lordo rimane invariato, il conflitto distributivo viene aggirato anziché risolto.

Qui incontriamo il problema della progressività fiscale. La riforma tributaria degli anni Settanta aveva introdotto una IRPEF articolata in trentadue scaglioni, con aliquote dal 10 al 72%. Oggi gli scaglioni sono tre. Il confronto non basta, da solo, a misurare il cambiamento del carico fiscale effettivo, ma la diffusione di imposte sostitutive (il forfettario per gli autonomi, la cedolare secca sugli affitti, il 26% su molti redditi finanziari), insieme a un’imposta di successione relativamente leggera rispetto a quella dei principali paesi europei, ha progressivamente frammentato il sistema, riservando trattamenti differenti a redditi di diversa provenienza.

La progressività non è soltanto un criterio per stabilire chi deve pagare più tasse. È uno strumento di redistribuzione della ricchezza, che consente di chiedere un contributo maggiore a chi dispone di maggiori risorse e di finanziare servizi pubblici. Ma la redistribuzione dipende anche dalla destinazione del gettito. E, soprattutto, interviene su una ricchezza già distribuita in modo diseguale attraverso la proprietà, le rendite, il profitto e i rapporti di lavoro. Può correggere quelle disuguaglianze, non eliminarne le cause.

Per questo salari più alti, progressività fiscale e servizi pubblici sono questioni strettamente collegate, ma non intercambiabili. E neppure l’aumento dei salari è sufficiente, se una parte crescente del reddito deve essere destinata agli affitti, alle cure mediche, all’istruzione o ai trasporti. Una scuola pubblica, un ospedale, un servizio di trasporto efficiente sono essi stessi strumenti di redistribuzione, perché permettono di soddisfare bisogni fondamentali senza dover acquistare individualmente ogni prestazione sul mercato.

Scuole, servizi e crisi climatica

Oggi questi servizi richiedono interventi che vanno ben oltre la manutenzione ordinaria. Prendiamo le scuole. Secondo il rapporto Ecosistema Scuola 2026 di Legambiente, quasi un terzo degli edifici esaminati necessita di lavori urgenti, con una situazione particolarmente critica nel Mezzogiorno. E il cambiamento climatico sta modificando le condizioni nelle quali quegli edifici devono funzionare.

Scuole, ospedali, case di riposo e uffici pubblici devono affrontare estati sempre più calde e precipitazioni intense per le quali spesso non sono stati progettati. Non basta qualche condizionatore: occorrono programmi pluriennali per l’isolamento, la ventilazione, il risparmio energetico e la sicurezza del territorio.

È una necessità sociale, ma anche una possibilità di impiegare lavoro, competenze e risorse nella produzione di beni realmente utili. Richiede investimenti e programmazione, decisi da chi in quegli edifici lavora, studia e si cura, non interventi occasionali dettati dalle emergenze. La trasformazione ecologica del patrimonio pubblico non è un lusso da rinviare a tempi migliori: riguarda la salute, il diritto allo studio e le condizioni quotidiane di vita.

La guerra e le priorità dello Stato

Ed è qui che la discussione sulla legge di bilancio acquista un significato diverso. Le risorse non sono illimitate, ma la loro destinazione rimane una scelta politica. Per sostenere maggiori spese militari e interventi per la sicurezza energetica, il governo chiede di utilizzare la clausola europea di salvaguardia, che consentirebbe margini di flessibilità per circa 29 miliardi di euro nel biennio 2027-2028, metà dei quali destinati alla difesa. Non si tratta di risorse gratuite né di debiti cancellati: è la possibilità di allentare temporaneamente i vincoli alla spesa pubblica. Ma dimostra che, quando determinate esigenze vengono considerate prioritarie, si cercano gli strumenti per finanziarle.

La preparazione militare, del resto, impegna risorse per decenni: sistemi d’arma, infrastrutture, ricerca, addestramento, manutenzione, missioni internazionali. Ridurre tutto al costo dei nuovi armamenti significa non vedere quanto comporta mantenere e sviluppare l’intero apparato militare.

Il punto non è il singolo euro sottratto a una scuola o a un ospedale. È che la costruzione di nuovi sistemi militari viene programmata per decenni, mentre la trasformazione ecologica degli edifici pubblici non riesce a diventare un impegno altrettanto stabile. Perché?

Per gli anarchici la risposta non è contabile. Gli apparati militari sono il nucleo del potere statale: organizzati gerarchicamente, destinati all’esercizio della forza, legati a un’industria bellica che ne fa un affare permanente. La manutenzione di una scuola può attendere; il rinnovo degli armamenti no. Per questo l’antimilitarismo non si limita a chiedere meno spese militari: contesta i rapporti di potere e gli interessi che rendono permanente la preparazione della guerra, e si pratica, dal rifiuto di lavorare per l’industria bellica ai blocchi dei carichi di armi nei porti.

Sarebbe quindi sbagliato descrivere queste politiche economiche come un semplice arretramento dello Stato. Lo Stato continua a intervenire nell’economia, a distribuire incentivi, sostenere imprese, finanziare infrastrutture, garantire investimenti e mantenere apparati militari e di controllo. La questione è capire chi beneficia di questi interventi, chi ne sostiene i costi e chi decide le priorità.

Non tutto questo nasce con Meloni. L’indebolimento della progressività fiscale, la diffusione di regimi tributari particolari, le privatizzazioni e la subordinazione dei servizi pubblici alle compatibilità di bilancio attraversano governi di diverso orientamento politico.

Le mobilitazioni di queste settimane possono però aprire uno spazio nuovo. Salari, pensioni, casa, sanità, scuola, trasformazione ecologica e opposizione alla guerra riguardano, in forme differenti, il modo in cui viene utilizzata la ricchezza sociale. Non basta sommare le rivendicazioni per costruire un movimento, né affidare a una nuova direzione politica il compito di rappresentarle tutte. Occorre sviluppare collegamenti reali tra lavoratori, studenti, pensionati e abitanti dei territori, attraverso organizzazioni autonome e forme di coordinamento nelle quali le decisioni rimangano nelle mani di chi partecipa alle lotte.

Non possiamo accontentarci di chiedere allo Stato una distribuzione più equa delle risorse, come se bastasse cambiare gli amministratori. Ma non possiamo neppure essere indifferenti alla difesa dei salari, della progressività fiscale e dei servizi pubblici. La critica dello Stato e dei suoi interventi non implica certo l’abbandono dei bisogni collettivi al mercato. Al contrario, richiede di costruire forme di gestione sociale e autogestionaria capaci di sottrarre la loro soddisfazione tanto alla logica del profitto quanto alla dipendenza da un potere centralizzato.

Una legge di bilancio non è un esercizio neutrale di ragioneria. Stabilisce quali risorse raccogliere, quali attività finanziare e quali bisogni lasciare insoddisfatti. Ma rende soprattutto visibile una questione che nessuna contabilità può risolvere da sola: chi ha il potere di decidere sulla ricchezza prodotta dalla società?

La redistribuzione della ricchezza riguarda l’uguaglianza. Il potere di decidere sulla sua destinazione riguarda la libertà. E per noi anarchici non può esserci l’una senza l’altra.

Totò Caggese

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