La scuola di Atene ai tempi del Quantitative Easing

Tutto lascia supporre che la Grecia di Alexis Tsipras e la Germania di Merkel-Schauble trovino un accordo per dilazionare di sei mesi le brucianti scadenze del debito pubblico greco e negoziare con calma un nuovo piano di rientro. La vittoria di Syriza e la difficile doppia prova cui si trova davanti la Merkel (Grecia + Ucraina) costringeranno entrambi i contendenti a stabilire una tregua che salvi la faccia a tutti e porti ad un compromesso accettabile. Lasciare che la Grecia vada verso il terzo default, una nuova ristrutturazione del debito e l’eventuale uscita dall’Euro aprirebbe una crisi di credibilità devastante per l’intero progetto europeo e ne segnerebbe probabilmente la fine. Tuttavia le élite europee devote all’austerità e al risanamento dei conti, costi quello che costi, non possono tollerare strappi alle regole, deroghe agli accordi e pericolosi precedenti che potrebbero dare l’idea di poter fare quello che si vuole, visto che il caso di Atene potrebbe vedere repliche a Madrid, Lisbona, Roma e così via. Il braccio di ferro che si sta consumando assume quindi rilevanza strategica per tutta l’Unione Europea e per le sue prospettive immediate.

Il caso greco esemplifica magistralmente l’impatto rovinoso che politiche economiche e finanziarie dissennate possono produrre su economie fragili. Dopo il boom drogato seguito all’introduzione dell’euro (1999-2008) il paese è entrato in uno tsunami economico che ha ridotto di un terzo il reddito disponibile e del 40% il volume del risparmio. L’apparato produttivo manifatturiero è stato smantellato e pesa oggi del solo 12% sul Pil, mentre i servizi finanziari contano per il 25%. Metà delle banche greche sono passate in mani estere. La spesa sanitaria è crollata del 30% e l’unica componente della spesa pubblica che cresce è quella legata ai sussidi di disoccupazione per sfamare i senza lavoro. Mentre la Grecia comprava F- 16 americani (1.5 miliardi di euro) e sommergibili tedeschi (2 miliardi di euro), il deficit commerciale esplodeva da 5 a 35 miliardi di euro, assorbendo 30 miliardi di euro di merci UE graziosamente fornite dai partner europei e in specifico dalla Germania, le cui banche compravano a man bassa i redditizi sirtaki-bond per finanziare le importazioni. Intanto Goldman Sachs lavorava per imbellettare i bilanci con derivati esteticamente eleganti.

Non stupisce che oggi Tsipras giochi su tutti i tavoli disponibili, ben attento a non strappare mai: con la Merkel per guadagnare tempo sulle scadenze e sconti sul prezzo; con la Russia, per evitarle sanzioni in cambio del gas di Gazprom (che è andata vicina a papparsi la rete distributiva greca); con la Cina, che controlla due importanti terminal portuali e punta al controllo del porto del Pireo come base primaria per commerciare con Balcani e Sud Europa; con gli Usa di Obama, sempre disponibili a dare una mano nel seminare zizzania nel campo europeo e attaccare l’impianto deflazionista e rigorista di matrice teutonica.

Il moderato keynesismo di Syriza e Varoufakis si è tradotto nella proposta di riscadenziare il debito greco attraverso due strumenti che ricordano da vicino il caso dell’Argentina, che in due tranche propose ai suoi creditori di cambiare i titoli per rendere gli impegni esigibili: abbassare i tassi, allungare le scadenze e legare le cedole all’andamento del PIL. Varoufakis punta solo più in alto: vuole rendere il debito perpetuo (cioè irredimibile) e legare le cedole all’andamento del PIL. Proposta irricevibile, per la Troika (che si è già rassegnata a sparire semanticamente), ma di fatto il tavolo tecnico per mediare una soluzione sembra che possa decollare.

E’ presumibile quindi che l’accordo si farà: del resto il PIL della Grecia è l’11% di quello italiano, è l’1,4% di quello della UE e il 2% di quello UEM. Non si tratta di ordini di grandezza decisivi, conta molto di più il valore paradigmatico della soluzione di un caso che, dal 2009 in avanti, ha reso evidente l’assenza di una politica ed una identità europea coerenti, capaci di farsi carico di un problema specifico, facendo valere il peso di un’entità istituzionale unitaria. Se UEM e BCE avessero garantito in solido il debito pubblico greco senza inscenare teatrini, la speculazione non avrebbe potuto aggredire i PIIGS come ha fatto nel 2011.

La sfida di Syriza dunque avrà perlomeno il senso di mettere l’Europa di fronte alle proprie responsabilità e decidere da che parte andare. E’ probabile che si decida di proseguire per la strada che si è seguito sin qui: aiutare le banche a risolvere i propri guai, a spese della collettività. L’enorme massa di liquidità a tasso zero creata con i vari EFSF, ESM, LTRO, QE si è di fatto bloccata nelle mani degli intermediari finanziari, che l’hanno usata per comprare il debito pubblico in stato di stress e lucrare sui differenziali di rendimento. In questo modo siamo arrivati in Europa a 25 milioni di disoccupati e 100 milioni di persone in stato di povertà e deprivazione relativa. Le politiche monetarie di emergenza hanno fatto lievitare la diseguaglianza sociale a livelli privi di precedenti: il Quantitative Easing europeo sostiene le quotazioni azionarie, più che l’occupazione o il welfare.

Altro sarebbe se il rifiuto di massa dell’austerità aprisse dinamiche sociali di conflitto strutturale. Da questo punto di vista però è lecito non disperare. La crisi non è un evento transitorio. La sua natura strutturale diventa sempre più palese e percepibile. Le sue ricadute in termini di polarizzazione sociale sono sempre meno occultabili. Il governo Tsipras è un governo di salute pubblica che si oppone al degrado sociale generale, che attraversa in modo profondo e trasversale tutta la società greca, investita frontalmente dal fallimento delle politiche di risanamento. Il rapporto debito/pil è salito in Grecia dal 140% al 170% proprio applicando le ricette consigliate dalla Troika. Negli altri paesi della periferia euro non è molto diverso, il trend è analogo, compreso nella nostra poco amata patria: la compressione dello spread dipende dalla droga monetaria, non certo dalla solidità dei fondamentali economici. Prima o poi i tassi torneranno su e così la giostra ripartirà, questa volta però da un debito più alto e pericoloso. Non passerà molto tempo prima della fine della tregua. E a quel punto sarà difficile evitare di dover guardare in faccia la realtà.

La vecchia Europa ingloba la ricchezza privata più vecchia e sfacciata e nello stesso tempo gli stati più indebitati, in rapporto al prodotto interno lordo. Il nodo della redistribuzione dei patrimoni, dei redditi, delle ricchezze ritorna centrale, come lo è stato sempre nei passaggi storici importanti, dalla Rivoluzione Francese in avanti. Si tratta di cominciare a parlarne e non solo nei circoli accademici o sulle riviste specializzate.

RENATO STRUMIA

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